I ripescaggi del Bancario /107
Aggettivi roboanti, lodi sperticate, retorica profusa a piene mani. I media non hanno badato a spese nel celebrare il 20° anniversario dell’elezione a papa di Karol Wojtyla. Non un commento negativo – compresi laicissimi quotidiani come La Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera -, non una misera riflessione problematica: una sorta di black-out mentale ha inibito l’esercizio critico di giornalisti e commentatori. Abbiamo assistito a una beatificazione anticipata, che ha rimosso completamente le contraddizioni del magistero di Giovanni Paolo II. Dice: ecco, i soliti cristiani del dissenso che ce l’hanno sempre con il papa, un bersaglio buono per tutte le stagioni. Ma di fronte a un esercito così compatto di voci inneggianti, la tentazione di “stonare” è troppo forte. Certo, qualche merito a Wojtyla va comunque attribuito. Le sue encicliche sociali sono ricche di spunti significativi e in controtendenza rispetto al pensiero dominante. Le ripetute richieste di perdono per le colpe commesse nel passato dalla chiesa cattolica rappresentano un tentativo, pur viziato da non pochi limiti, di rivisitare in chiave critica secoli di inquisizioni, intolleranze, roghi, coercizione delle coscienze. Non possiamo dimenticare il netto rifiuto opposto, nel 1991, durante la guerra del Golfo, all’intervento americano in Iraq, quel grido accorato contro la guerra “avventura senza ritorno”, assai poco gradito dall’allora presidente statunitense Bush e dalla corte degli alleati. Il tanto strombazzato ruolo avuto nella caduta del comunismo è invece tutto da dimostrare. La verità è che i regimi dell’Est europeo sono crollati sotto il peso di gravissime crisi economiche, incapaci di reggere la sfida tecnologica con l’Occidente. La loro è stata una lenta e sofferta agonia, durata molti anni, e il papa, al limite, può aver accelerato l’inevitabile epilogo. Nulla di più.
L’altro Leitmotiv ha avuto come titolo: “Giovanni Paolo II strenuo difensore dei diritti umani”. E’ vero, il pontefice ha parlato spesso su questo tema, rivendicando con forza il rispetto delle libertà civili e religiose. Ma il suo urlo è stato flebilissimo di fronte ai genocidi perpetrati dai regimi cosiddetti “cattolici” di Cile e Argentina. Wojtyla che, nel 1987, compare sorridente sul balcone presidenziale insieme al generale “golpista” Pinochet è un’immagine difficile da cancellare dalla memoria. Quello che sconcerta è che tra le proprie mura si è negato, di fatto, ciò che si andava predicando in casa d’altri. Questo è stato il pontificato che ha defenestrato il vescovo Jean Gaillot, che ha costretto al silenzio Leonardo Boff, che ha scomunicato il teologo Tissa Balasuriya – salvo poi tornare sulla decisione – negandogli di fatto qualsiasi possibilità di difesa, che ha tolto la cattedra d’insegnamento a Hans Kung, che ha fatto soffrire Bernhard Haring, il più grande teologo morale del ’900, che ha osteggiato e osteggia Eugen Drewermann, che ha fatto finta di non vedere i tre milioni di firme raccolti dal movimento Noi siamo Chiesa, che ha fatto “licenziare” da Famiglia Cristiana don Leonardo Zega – e l’elenco potrebbe proseguire – solo perché hanno espresso opinioni diverse da quelle dell’autorità vaticana. Sul piano ecclesiale e teologico la parola d’ordine è stata “restaurazione”, il modello di riferimento la chiesa trionfante, che leva in alto la croce in nome di un monopolio esclusivo della Verità. La stagione del rinnovamento, inaugurata dal Concilio Vaticano II, è stata spazzata via. Si è cercato di neutralizzare i teologi della Liberazione isolandoli dalle riviste ufficiali della chiesa e dagli incarichi d’insegnamento, perché la loro scelta preferenziale verso i poveri era troppo orientata a sinistra e disturbava equilibri consolidati. In campo morale sono state ribadite le chiusure di sempre, ormai anacronistiche e teologicamente discutibili, anche di fronte al flagello dell’Aids. Le diocesi sono state normalizzate con la nomina di vescovi conservatori vicini a movimenti come l’Opus Dei (1) e Comunione e Liberazione, che per la loro forza e compattezza riscuotono l’ammirazione di Wojtyla. Il dialogo ecumenico ha subito un brusco arresto perché si è continuato a sostenere che se non c’è piena comunione con il papa e la chiesa cattolica non può esserci una piena comunione cristiana. Il ruolo delle conferenze episcopali e dei sinodi è stato ridimensionato. Sul sacerdozio femminile il no è diventato definitivo. Il motu proprio di Giovanni Paolo II del 28 maggio 1998 “Ad tuendam fidem” e il successivo commento di accompagnamento del cardinale Ratzinger, arrivano addirittura a sostenere che chiunque ritenga che le donne possano essere ordinate è da considerarsi un eretico. E qui ci fermiamo.
Da dove nasce, allora, tutta questa deferenza nei confronti del papa, la continua glorificazione di ogni suo gesto e di ogni sua parola? Credo che Wojtyla sia uno dei più straordinari “prodotti” mediatici del nostro secolo, che stampa e televisione hanno costruito con rara abilità sin dall’inizio del pontificato: vi ricordate i pezzi di colore sul papa che scia, che nuota, che è telegenico, che da giovane era fidanzato, che conosce decine di lingue, che è un uomo come noi, ecc…? Il papa, d’altra parte, ha visto nei media un formidabile strumento di evangelizzazione dalle potenzialità enormi, ma le conseguenze sono state la riduzione del mistero a puro spettacolo, il simbolo e il dramma religioso ridotti a meeting di piazza: «Queste messe negli stadi, queste processioni monstre, queste benedizioni massicce diventano un elemento del grande spettacolo televisivo che consuma della religione. Tutto diventa folklore per la curiosità. Niente impegna. Ma un profeta non è una vedette. Se Gesù Cristo fosse apparso sulla terra all’epoca della TV, c’è da scommettere che non avrebbe avuto apostoli. Il suo vicario attira le folle, ma può convertire dei cuori ?» (2). Al papa sofferente, sia chiaro, va tutta la mia compassione. Penso anche che gli errori commessi siano da imputare, in parte, a un ruolo che nessun uomo, da solo e con l’immenso potere attribuitogli, è in grado di sostenere. I suoi vent’anni di pontificato, tuttavia, presentano parecchie zone d’ombra.
NOTE
(1). Cfr. OPUS DEI ?, in “TDF”, n.1, gennaio 1998.
(2). Jean-Marie Domenàche in “Le Monde”, 30 maggio 1980.
FAUSTO CAFFARELLI
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