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Archivio per gennaio 1999

I ripescaggi del Bancario /107

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Aggettivi roboanti, lodi sperticate, retorica profusa a piene mani. I media non hanno badato a spese nel celebrare il 20° anniversario dell’elezione a papa di Karol Wojtyla. Non un commento negativo – compresi laicissimi quotidiani come La Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera -, non una misera riflessione problematica: una sorta di black-out mentale ha inibito l’esercizio critico di giornalisti e commentatori. Abbiamo assistito a una beatificazione anticipata, che ha rimosso completamente le contraddizioni del magistero di Giovanni Paolo II. Dice: ecco, i soliti cristiani del dissenso che ce l’hanno sempre con il papa, un bersaglio buono per tutte le stagioni. Ma di fronte a un esercito così compatto di voci inneggianti, la tentazione di “stonare” è troppo forte. Certo, qualche merito a Wojtyla va comunque attribuito. Le sue encicliche sociali sono ricche di spunti significativi e in controtendenza rispetto al pensiero dominante. Le ripetute richieste di perdono per le colpe commesse nel passato dalla chiesa cattolica rappresentano un tentativo, pur viziato da non pochi limiti, di rivisitare in chiave critica secoli di inquisizioni, intolleranze, roghi, coercizione delle coscienze. Non possiamo dimenticare il netto rifiuto opposto, nel 1991, durante la guerra del Golfo, all’intervento americano in Iraq, quel grido accorato contro la guerra “avventura senza ritorno”, assai poco gradito dall’allora presidente statunitense Bush e dalla corte degli alleati. Il tanto strombazzato ruolo avuto nella caduta del comunismo è invece tutto da dimostrare. La verità è che i regimi dell’Est europeo sono crollati sotto il peso di gravissime crisi economiche, incapaci di reggere la sfida tecnologica con l’Occidente. La loro è stata una lenta e sofferta agonia, durata molti anni, e il papa, al limite, può aver accelerato l’inevitabile epilogo. Nulla di più.

L’altro Leitmotiv ha avuto come titolo: “Giovanni Paolo II strenuo difensore dei diritti umani”. E’ vero, il pontefice ha parlato spesso su questo tema, rivendicando con forza il rispetto delle libertà civili e religiose. Ma il suo urlo è stato flebilissimo di fronte ai genocidi perpetrati dai regimi cosiddetti “cattolici” di Cile e Argentina. Wojtyla che, nel 1987, compare sorridente sul balcone presidenziale insieme al generale “golpista” Pinochet è un’immagine difficile da cancellare dalla memoria. Quello che sconcerta è che tra le proprie mura si è negato, di fatto, ciò che si andava predicando in casa d’altri. Questo è stato il pontificato che ha defenestrato il vescovo Jean Gaillot, che ha costretto al silenzio Leonardo Boff, che ha scomunicato il teologo Tissa Balasuriya – salvo poi tornare sulla decisione – negandogli di fatto qualsiasi possibilità di difesa, che ha tolto la cattedra d’insegnamento a Hans Kung, che ha fatto soffrire Bernhard Haring, il più grande teologo morale del ’900, che ha osteggiato e osteggia Eugen Drewermann, che ha fatto finta di non vedere i tre milioni di firme raccolti dal movimento Noi siamo Chiesa, che ha fatto “licenziare” da Famiglia Cristiana don Leonardo Zega – e l’elenco potrebbe proseguire – solo perché hanno espresso opinioni diverse da quelle dell’autorità vaticana. Sul piano ecclesiale e teologico la parola d’ordine è stata “restaurazione”, il modello di riferimento la chiesa trionfante, che leva in alto la croce in nome di un monopolio esclusivo della Verità. La stagione del rinnovamento, inaugurata dal Concilio Vaticano II, è stata spazzata via. Si è cercato di neutralizzare i teologi della Liberazione isolandoli dalle riviste ufficiali della chiesa e dagli incarichi d’insegnamento, perché la loro scelta preferenziale verso i poveri era troppo orientata a sinistra e disturbava equilibri consolidati. In campo morale sono state ribadite le chiusure di sempre, ormai anacronistiche e teologicamente discutibili, anche di fronte al flagello dell’Aids. Le diocesi sono state normalizzate con la nomina di vescovi conservatori vicini a movimenti come l’Opus Dei (1) e Comunione e Liberazione, che per la loro forza e compattezza riscuotono l’ammirazione di Wojtyla. Il dialogo ecumenico ha subito un brusco arresto perché si è continuato a sostenere che se non c’è piena comunione con il papa e la chiesa cattolica non può esserci una piena comunione cristiana. Il ruolo delle conferenze episcopali e dei sinodi è stato ridimensionato. Sul sacerdozio femminile il no è diventato definitivo. Il motu proprio di Giovanni Paolo II del 28 maggio 1998 “Ad tuendam fidem” e il successivo commento di accompagnamento del cardinale Ratzinger, arrivano addirittura a sostenere che chiunque ritenga che le donne possano essere ordinate è da considerarsi un eretico. E qui ci fermiamo.

Da dove nasce, allora, tutta questa deferenza nei confronti del papa, la continua glorificazione di ogni suo gesto e di ogni sua parola? Credo che Wojtyla sia uno dei più straordinari “prodotti” mediatici del nostro secolo, che stampa e televisione hanno costruito con rara abilità sin dall’inizio del pontificato: vi ricordate i pezzi di colore sul papa che scia, che nuota, che è telegenico, che da giovane era fidanzato, che conosce decine di lingue, che è un uomo come noi, ecc…? Il papa, d’altra parte, ha visto nei media un formidabile strumento di evangelizzazione dalle potenzialità enormi, ma le conseguenze sono state la riduzione del mistero a puro spettacolo, il simbolo e il dramma religioso ridotti a meeting di piazza: «Queste messe negli stadi, queste processioni monstre, queste benedizioni massicce diventano un elemento del grande spettacolo televisivo che consuma della religione. Tutto diventa folklore per la curiosità. Niente impegna. Ma un profeta non è una vedette. Se Gesù Cristo fosse apparso sulla terra all’epoca della TV, c’è da scommettere che non avrebbe avuto apostoli. Il suo vicario attira le folle, ma può convertire dei cuori ?» (2). Al papa sofferente, sia chiaro, va tutta la mia compassione. Penso anche che gli errori commessi siano da imputare, in parte, a un ruolo che nessun uomo, da solo e con l’immenso potere attribuitogli, è in grado di sostenere. I suoi vent’anni di pontificato, tuttavia, presentano parecchie zone d’ombra.

NOTE

(1). Cfr. OPUS DEI ?, in “TDF”, n.1, gennaio 1998.
(2). Jean-Marie Domenàche in “Le Monde”, 30 maggio 1980.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – gennaio 1999
* titolo originario: PAPOLATRIA

I ripescaggi del Bancario /106

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Alla cortese attenzione
Sig.Presidente del Consiglio
Massimo D’Alema (1)

Egregio Sig.Presidente,

ho deciso di scriverle dopo un grosso travaglio interiore. Negli ultimi mesi si è scatenato un dibattito molto acceso sul finanziamento pubblico alle scuole private. La ringrazio per l’attenzione che Ella ha mostrato nei confronti di questo argomento, a noi (parlo di una parte rilevante del mondo cattolico) così caro perché riguarda l’educazione e la formazione dei giovani all’interno delle nostre strutture educative. A mio avviso, però, il suo governo ha mostrato troppe ambiguità sui provvedimenti che intendeva adottare e ciò ha rinfocolato ulteriormente le polemiche. Non lo prenda come un rimprovero. La mia è una semplice osservazione fraterna. D’altronde sono perfettamente consapevole delle responsabilità che il mondo cattolico ha avuto nella vicenda. Ed è proprio da qui che voglio partire. Egregio sig.Presidente, caliamo il sipario su tutta la commedia. Due sere fa è successo qualcosa che mi ha profondamente turbato. Verso le undici vado a letto e per prendere sonno inizio a leggere un documento della CEI, uno dei più contorti, da assopimento immediato (dopo un minuto sto già russando…). Abbracciato a Morfeo (2), come nelle migliori tradizioni mi appare in sogno un angelo che mi dice: «Camillo, Camillo, perché continuate a inseguire le logiche del mondo, andando alla caccia di prebende e favori? Sono secoli che da quassù ve lo ripetiamo: come il sale si disperde nella minestra e le dà sapore, così siate voi in mezzo agli uomini…». Affianco a me, nel sogno, c’è il cardinal Biffi che, con la sua consueta irruenza, ribatte prontamente: «Giovanotto, le ricordo però che fu detto: “Voi siete la luce del mondo!”». L’angelo, serafico e con un sorriso paterno, gli risponde: «Hai ragione, Giacomo, ma nessuno vi ha detto di farvi pagare la bolletta dallo Stato…». Mi sono svegliato di soprassalto, in preda al panico, e da quel momento è riaffiorata una domanda che serbo in cuore da un po’ di tempo: ma al di là dell’art.33 della Costituzione, della legittimità da parte nostra di ricevere finanziamenti, dei possibili escamotage che Ella e il suo governo hanno studiato in questi mesi, ha senso che esista una “scuola cattolica”? Be’, forse nel secolo scorso sì, quando lo Stato era impregnato di anticlericalismo, ma oggi la situazione è completamente capovolta se penso che è proprio l’amministrazione pubblica a pagare gli stipendi degli insegnanti di religione formati, assunti e licenziati…dalle curie diocesane. In realtà, ill.mo sig.Presidente, quello che ci ha mossi è una grande, tremenda paura: la paura che il cattolicesimo italiano perda la visibilità che ha avuto nel passato. Le parrocchie sono deserte, i giovani non ci seguono più, le vocazioni stanno subendo un calo irrefrenabile. La scuola cattolica diventa, di conseguenza, uno spazio d’influenza insostituibile, uno degli ultimi baluardi per la missione evangelizzatrice della Chiesa. La nostra animosità sul problema dei finanziamenti è figlia della crisi in cui versiamo. Egregio Presidente, battiamo cassa perché abbiamo il terrore di non poter contare più nella società. E questo era anche il mio pensiero nei mesi scorsi. Ma oggi vedo le cose in maniera diversa. Il sogno, alcune riflessioni personali, i consigli d’intellettuali a me cari come Ernesto Galli della Loggia (3) mi hanno fatto ricredere. I cattolici, che sono sempre stati molto attenti alle questioni sociali (e lo dimostra la nostra presenza nel mondo del volontariato), hanno deciso di crescere sul piano della sensibilità civica. Ci hanno sempre accusati di avere scarso senso della “cosa pubblica” (e che la breccia di Porta Pia ci sta ancora sullo stomaco…), bene, è giunta l’ora di dimostrare il contrario. Caliamo il sipario vuol dire, Presidente, che il mondo che rappresento rinuncia a ogni pretesa di finanziamento pubblico, sotto qualsiasi forma, fosse pur indiretta. Ne ho parlato con il Santo Padre che mi ha dato il suo assenso e spiegherò la mia decisione a tutti i cattolici italiani con una lettera che farò pervenire alle parrocchie. Vogliamo concentrare sforzi, idee ed energie per migliorare la scuola pubblica. E’ in questa sede che intendiamo rendere viva la nostra testimonianza, confrontandoci con tutti, in spirito di dialogo e fraternità. Non c’interessa più coltivare spazi esclusivi, perché, in una società multietnica, questa strada porta direttamente alla “balcanizzazione” del sistema scolastico, con scuole confessionali finanziate dallo Stato capaci solo di alzare steccati tra loro. Ma le dirò di più, ill.mo sig. Presidente. In occasione del Giubileo la Chiesa Cattolica vuole compiere un gesto davvero importante, in accordo anche con gli ordini religiosi presenti sul territorio italiano. Tutti i nostri edifici scolastici, a partire dal prossimo anno, saranno regalati allo Stato con l’impegno che li utilizzi come centri di accoglienza per stranieri e nei quali i nostri insegnanti potranno essere utilizzati per corsi di alfabetizzazione, consulenze, sostegno psicologico e quant’altro il suo governo riterrà opportuno. Questo è l’inizio di una nuova stagione nel rapporto tra Stato e Chiesa. Le porgo i miei più cordiali saluti.

Mons. Camillo Ruini, presidente della Conferenza Episcopale Italiana

NOTE
(1). Quando il giornale uscirà – visti i chiari di luna del sen.Cossiga – Massimo D’Alema potrebbe non essere più presidente del Consiglio.
(2). Dio mitologico dei sogni, figlio del Sonno.
(3). Cfr. Ernesto Galli della Loggia, La nuova questione cattolica, Corriere della Sera, 15 maggio 1997.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – febbraio 1999
* titolo originario: E UN ANGELO APPARVE A RUINI

I ripescaggi del Bancario /17

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Carissimo Bill,
come va? Ti rubo solo qualche minuto perché ho bisogno di dirti una cosa molto importante. Sai benissimo quanto ti voglio bene, che sono sempre stato più clintoniano di te, che ti ho appoggiato in momenti delicati – l’intervento nel Kosovo è lì a dimostrarlo – anche contro la volontà di una parte del mio elettorato, che ti ho difeso dalle critiche più ingiuste come la tua ragazzata con la Lewinsky e soprattutto che ho fatto il diavolo a quattro pur di farti avere la maglietta di Alex Del Piero che tanto desideravi. Ma oggi sento che le nostre strade devono dividersi e il con cuore spezzato ti dico: addio Bill. Addio, perché qui le cose si stanno mettendo davvero male per il mio partito. Abbiamo perso le elezioni europee, non amministriamo più Bologna – la città rossa per eccellenza – dove un macellaio, Giorgio Guazzaloca, ci ha fatto a fettine e il prossimo anno rischiamo di fare una brutta figura anche alle regionali.
Eppure, al mio insediamento come segretario, avevo fatto tutto per benino, anche seguendo i suggerimenti dei tuoi esperti di marketing politico: una sosta davanti alla tomba di Dossetti, l’affettuoso saluto al prof. Bobbio, un abbraccio caloroso a un vecchio partigiano emiliano e per catturare la benevolenza del popolo televisivo sarei dovuto andare a cena con la Carrà, ma la signora mi fece sapere che non aveva tempo da perdere. Continua a leggere…

I ripescaggi del Bancario /105

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Se Dio venisse sulla terra, forse, inforcherebbe una bici e via, a farsi un giro, per vedere come vanno le cose.

Se Dio venisse sulla terra, forse, direbbe all’on.Buttiglione: «Senta, onorevole, ultimamente le ha sparate un po’grossine…perché non si prende una trentina d’anni di riposo?».

Se Dio venisse sulla terra, forse, andrebbe da quelli che affermano di non aver ricevuto da Lui l’autorità di ordinare sacerdoti delle donne e direbbe loro che hanno perfettamente ragione, perché Lui non ha mai rilasciato autorizzazioni di alcun genere, sottolineato alcun genere.

Se Dio venisse sulla terra, forse, porgerebbe la spugna a un uomo che lava i vetri delle automobili ferme ai semafori.

Se Dio venisse sulla terra, forse, andrebbe in uno di quei programmi televisivi dove il dolore delle persone viene sfruttato per alzare gli indici di ascolto, impugnerebbe una mazza di ferro di quelle belle pesanti e spaccherebbe tutte le telecamere. Perché d’accordo essere un Dio benevolo, ma quando ci vuole, ci vuole.

Se Dio venisse sulla terra, forse, direbbe a uno squatter: «Parliamone».

Se Dio venisse sulla terra, forse, chiederebbe ai direttori dei quotidiani, specialmente tutti, di non tediarci più ogni santo giorno con quello che Cossiga ha detto in risposta alla dichiarazione di Casini che riprendeva le parole di Veltroni dette in un’intervista sulla presa di posizione di Berlusconi rispetto all’attacco di Marini che replicava alle allusioni di Cossutta per presunte affermazioni fatte da Boselli che confermava quanto detto dalla Bindi sull’iniziale risposta di Cossiga.

Se Dio venisse sulla terra, forse, direbbe a un ateo: «Guardi, a volte, la capisco proprio».

Se Dio venisse sulla terra, forse, direbbe al papa: «Santità, mi permetta, due o tremila precisazioni».

Se Dio venisse sulla terra, forse, andrebbe in una camera dove due fanno l’amore e rimarrebbe incantato nel guardarli, compiacendosi per questo straordinario gesto che ha saputo creare.

Se Dio venisse sulla terra, forse, la notte starebbe al fianco di una prostituta e le accenderebbe un falò per non farle prendere freddo.

Se Dio venisse sulla terra, forse, leggerebbe “L’Avvenire” ed esclamerebbe: «Dai, questi scherzano, non è possibile».

Se Dio venisse sulla terra, forse, andrebbe a vivere in una baracca sgarrupata di Città del Messico e la mattina preparerebbe la colazione per tutti.

Se Dio venisse sulla terra, forse, andrebbe in una discoteca e ballerebbe come uno scatenato fino alle tre di notte e se qualcuno gli si avvicinasse con delle pillole strane gli direbbe: «Senta, giovanotto, al massimo sono IO che faccio venire l’estasi a lei!!». Poi accompagnerebbe a casa i ragazzi e le ragazze, uno a uno, e darebbe loro il bacio della buonanotte.

Se Dio venisse sulla terra, forse, direbbe a D’Alema: “Presidente, faccia qualcosa di sinistra, la prego, anche solo una, ma di sinistra…”.

Se Dio venisse sulla terra, forse, andrebbe in un campetto a giocare a calcio con i bambini e alla fine della partita racconterebbe le meravigliose storie sul football di Osvaldo Soriano.

Se Dio venisse sulla terra, forse, andrebbe da quelli che parlano sempre di Lui, che sanno sempre qual è la Sua volontà e in nome di questo uccidono altri esseri umani, che Lo rinchiudono in schemini preconfezionati da ripetere a memoria, e direbbe loro:«Scusate, a malapena conoscete qualcosa di voi e pretendete di sapere tutto di me?>>

Ma se Dio venisse sulla terra, magari farebbe tutt’altro. Forse.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – febbraio 1999
* titolo originario: SE DIO VENISSE SULLA TERRA

I ripescaggi del Bancario /104

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Questa è una storia vera (1), ma non raccontatela in giro perché nessuno vi crederebbe, talmente è inverosimile. E soprattutto non raccontatela ai banchieri italiani (alla fine dell’articolo capirete perché): li fareste solo piangere sulle loro incapacità professionali. Questa è la storia di Muhammad Yunus – professore universitario, nato e cresciuto a Chittagong, principale porto del Bangladesh – e della Grameen Bank, un istituto di credito nato nel 1983, una banca che presta ai poveri, senza garanzie e a un tasso d’interesse alla loro portata. Il Bangladesh (ex Bengala Orientale) è una tra le nazioni più povere del mondo. Il 40 per cento della popolazione è sottoalimentata, l’analfabetismo raggiunge il 90%, la densità è elevatissima (830 persone per chilometro quadrato). Ma è in un contesto così drammatico che Yunus ha lanciato il suo guanto di sfida alle logiche perverse del liberismo economico e della globalizzazione selvaggia. All’inizio degli anni ’70 era professore a Chittagong e ai suoi studenti spiegava l’incomparabile bellezza delle teorie economiche, che tutto sanno interpretare e tutto risolvono. Ma nel 1974 il Bangladesh è travolto da una terribile carestia. Per le strade di Dhaka (la capitale), degli altri capoluoghi di provincia e dei villaggi sparsi in tutto il paese, migliaia di persone vanno alla ricerca disperata di cibo: molti troveranno solo la morte. Yunus è assalito da mille domande. Di fronte a una tragedia di tali proporzioni, le mille teorie spiegate a scuola gli appaiono delle futili chiacchiere e decide così di abbandonare manuali e grafici per confrontarsi realmente con la vita dei poveri. Nel villaggio di Jobra entra in contatto con numerose famiglie e si rende conto, ben presto, che alla base dei loro problemi c’è l’impossibilità di disporre di un minimo di denaro per acquistare una casa, degli animali o intraprendere un’attività economica, anche modesta, e aumentare così i propri guadagni. Per avere un solo dollaro sono costrette a entrare nel circolo vizioso dell’usura e a dover sottomettersi alle pesantissime condizioni dei creditori. Yunus non esita un attimo a tirar fuori di tasca sua i soldi necessari, ma sa benissimo che questa non può essere la soluzione del problema. Si rivolge alle banche, le quali gli rispondono che i poveri, sul piano finanziario, non valgono nulla. Come si fa a prestare del denaro a chi non è grado di offrire un minimo di copertura? Il professore non demorde e si fa garante dei finanziamenti che solo così saranno accordati. Nel dicembre del 1976, riesce a ottenere dalla Banca Janata un’apertura di credito a favore dei poveri di Jobra, che da quel momento ripagheranno i prestiti senza problemi. E’ l’inizio dell’avventura. L’esperimento prosegue tra lo scetticismo di tutti. Le banche in più occasioni manifestano il loro pessimismo per un progetto che si sta allargando a macchia d’olio in diversi villaggi e a Yunus non rimane che un’alternativa: creare una banca per i poveri. Attraverso una serie di passaggi graduali, il 2 ottobre 1983, nasce ufficialmente la Grameen Bank (da gram, che significa “villaggio”) che oggi serve più di due milioni di clienti ed è presente in 37.000 villaggi del Bangladesh. Sino al marzo 1995 l’istituto aveva concesso prestiti per l’equivalente di un 1.700 miliardi di lire (ammontare medio 160 dollari), con un tasso di restituzione del 98%. I clienti sono anche proprietari della banca al 92%.

Chi si avvicina alla Grameen Bank non deve dimostrare quanto è ricco – regola aurea di tutti gli istituti di credito – ma quanto realmente è privo di risorse finanziarie. Per ottenere un piccolo prestito e iniziare un’ attività non c’è bisogno di grandi cose. E’ sufficiente l’esperienza quotidiana con le varie incombenze domestiche o quella professionale accumulata nel passato. Gli aspiranti clienti devono unirsi in gruppo – almeno cinque persone – il quale assicura la restituzione del credito e diventa la vera forma di garanzia, molto più affidabile di quella patrimoniale. Dopo aver accordato il prestito, i funzionari della banca verificano periodicamente la situazione finanziaria dei debitori, segnalando con tempestività tutti quei rischi che in qualche modo ne potrebbero compromettere il rimborso. Del micro-credito hanno beneficiato soprattutto le donne, ignorate da sempre dalle banche tradizionali. L’esperienza ha dimostrato che esse sanno amministrare il denaro con più oculatezza rispetto agli uomini, forse per una loro maggiore familiarità con i problemi concreti della fame e della miseria. Uno dei punti di forza della Grameen Bank è il totale coinvolgimento dei suoi dodicimila dipendenti. La loro giornata lavorativa inizia alle 6 e termina verso le 19. Con l’attenzione sempre rivolta alle persone prima ancora che alle regole da applicare, girano nei villaggi, incontrano i clienti, raccolgono le quote di rimborso, stanno in ufficio per sbrigare le pratiche. Il “ciclone-Yunus” ha scavalcato i confini del Bangladesh e oggi sono cinquattotto i paesi che ospitano progetti ispirati alle sue idee, a dimostrazione che i problemi della povertà investono il mondo intero. In Europa il micro-credito ha risollevato le sorti delle Isole Lofoten (2), a nord del Circolo Polare Artico, colpite dalla crisi della pesca, ed è attivo anche in Albania, Bosnia, Francia e Olanda. Esistono programmi di finanziamento nelle riserve sioux e navajo dell’America del Nord, in molti stati africani e in buona parte dell’America Centrale e Meridionale. Grazie alle idee di Yunus milioni di persone possono guardare al futuro con un po’ di speranza e le intoccabili regole del mercato non appaiono più tali.

Ma allora perché non raccontare tutta questa storia, in fondo piena di stimoli interessanti, ai banchieri italiani? E’ molto semplice. Grazie all’imperizia di lor signori, il nostro sistema creditizio ha accumulato sofferenze per circa 120.000 miliardi di lire – terzo posto al mondo dopo Messico e India -, in altre parole denaro dato a prestito (e non certo ai poveri) che difficilmente sarà restituito. I nostri banchieri hanno pochi motivi per essere contenti: è proprio il caso di tirar fuori i successi della Grameen Bank?

NOTE
(1). Gli spunti principali dell’articolo sono tratti da: Muhammad Yunus, Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano, 1998.
(2). Cfr.”Il microcredito nell’Artico”, Internazionale, n.265, 8/14 gennaio 1999, pag.35.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – aprile 1999
* titolo originario: NON RACCONTATELA IN GIRO

I ripescaggi del Bancario /103

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

La Chiesa non ha una propria cultura, né tantomeno un
progetto culturale… da contrapporre ad altri progetti
extra-ecclesiali…la Chiesa, di conseguenza, non è giudice
né maestra infallibile di cultura o di culture…

Enrico Chiavacci (da speciale Adista – n.69/70 – ottobre 95)

Il progetto culturale della chiesa italiana lanciato da mons.Camillo Ruini, nel 1995, in occasione del convegno di Palermo, allarga i suoi obiettivi. Finora era stata posta particolare attenzione alla presenza dei cattolici nel campo dell’informazione, in politica e nel mondo della scuola. La Cei ha elaborato un nuovo piano, su cui vigeva il più totale riserbo, e che, pare, dovrebbe dare una “impronta” cattolica a oggetti, campi del sapere e quant’altro riguardi la nostra umana esistenza. Ecco le prime clamorose anticipazioni.

SEGRETERIA TELEFONICA CATTOLICA (STC): è uno dei capisaldi del nuovo progetto culturale. Il proprietario potrà registrare messaggi, introdotti rigorosamente da inni sacri di Giovanni da Palestrina, utilizzando tre toni diversi di voce: predicatorio, consolatorio, inquisitorio. Predicatorio: “Fratello o sorella che intendi lasciare il tuo messaggio, ricordati che puoi farlo solo se quello che mi dici è in grado di trasformare la tua vita, di convertire il tuo cuore, di renderti più attento ai bisogni dei poveri. Pensaci un attimo prima di parlare…”. Consolatorio: “Amico o amica, che il giorno grava di pesi a volte insopportabili, so che la tua volontà è spesso insidiata da un mondo dominato dalla lussuria. Non temere, sono al tuo fianco. Parla, e io mi farò carico dei tuoi problemi”. Inquisitorio: “Ebbene, perché mi chiami? Chi sei? Che cosa si cela dietro il tuo desiderio di comunicare con me? Chi ti manda? Leggi abitualmente l’Osservatore Romano? “. Non potranno lasciare messaggi nella STC divorziati risposati. Se lo volessero fare dovranno rivolgersi all’apposito numero verde 167-213111 della Sacra Congregazione per l’ Uso della Segreteria Telefonica Cattolica, che provvederà a segnalarli nominativi dalle indiscutibili qualità morali in grado di lasciare un messaggio in loro vece.

MATEMATICA CATTOLICA: nella matematica cattolica dalle quattro operazioni fondamentali verrà abolita la divisione, per la sua evidente funzione destabilizzante in quanto consente la suddivisione dei compiti e la ripartizione delle funzioni, attentando così alla centralità del magistero romano. Le altre tre saranno ulteriormente rafforzate: favoriscono l’accentramento del potere, la moltiplicazione dei privilegi e la sottrazione dei diritti.

SEDIA CATTOLICA: la sedia cattolica – di cemento armato con doppio rinforzo al titanio – sarà rigorosamente bullonata al pavimento di casa e impossibile da spostare in ambiente diverso da quello in cui si trova. La Sacra Congregazione per l’Uso Della Sedia Cattolica stabilirà il numero di sedie – che rimarrà tale per sempre – da assegnare alle famiglie che ne faranno richiesta. Si prospettano insanabili conflitti etici. Se arrivano degli ospiti a pranzo e le sedie non bastano e non si possono spostare da altre stanze, che si fa? Li si fa sedere per terra, ci sediamo noi per terra, loro vanno a mangiare in una stanza dove ci sono delle sedie, andiamo tutti in casa d’altri, cerchiamo sedie non cattoliche? Un non meglio precisato monsignore avrebbe dichiarato:”I principi sono inderogabili. Avete cinque sedie cattoliche in sala di pranzo e voi siete in sette a mangiare? E’ evidente, gli ospiti vogliono condurvi sulla strada della perdizione, magari chiedendovi di andare a prendere sedie non cattoliche da quel miscredente del vostro vicino. Non abbiate dubbi, cacciate via gli ospiti”. Le sedie cattoliche avranno un costo elevato, ma sarà totalmente coperto dallo Stato.

VOCABOLARIO CATTOLICO: è in fase di studio. La Sacra Congregazione per il Sacro Dizionario Cattolico ha comunque già deciso che per non turbare la sensibilità dei credenti non compariranno alcuni vocaboli come comunismo, dissenso, opinione, pensiero, riforma. La discussione è bloccata da alcuni giorni sul lemma “concordato”. Alcuni vescovi vorrebbero inserirlo nel vocabolario in grassetto, sottolineato, a lettere maiuscole e con una graziosa cornicetta fosforescente che lo renda visibile anche dalla distanza di venticinque metri. Lo schieramento più progressista ha espresso il suo disaccordo, perché vorrebbe portare la visibilità almeno a quaranta metri, anche in presenza di nebbia.

FISICA CATTOLICA: il principio fondamentale della fisica cattolica è che gli elettroni non si muoveranno più attorno al nucleo dell’atomo. Durante la riunione che ha deciso la nascita della fisica cattolica un alto prelato si sarebbe espresso in questi termini: “Bisogna finirla con il dinamismo che crea solo confusione e incertezza. Gli elettroni si diano una calmata e seguano l’esempio di protoni e neutroni, assolutamente immobili da milioni di anni”. Non potranno insegnare la fisica cattolica omosessuali dichiarati, salvo che dimostrino in modo inconfutabile di aver devoluto alla chiesa cattolica – nei cinque anni precedenti – l’otto per mille delle imposte da versare all’erario.

OROLOGIO CATTOLICO: è l’uovo di Colombo. Si tratta del primo orologio al mondo le cui lancette girano in senso antiorario, grazie a un apposito congegno elettronico che regola anche la loro velocità di rotazione. Chi lo possiede potrà così effettuare straordinari “viaggi” nel passato, dove le radici del cattolicesimo erano più salde e il suo prestigio riconosciuto in tutto il mondo. L’orologio infatti indica giorno, mese e anno e ha un segnalatore acustico che si attiva in occasione di particolare date quali l’inizio e la fine dei concili, i compleanni dei papi, l’emissione di bolle di scomunica. Si prevedono situazioni particolarmente curiose. Ad esempio si potrà dare appuntamento a un amico dicendogli: “Ci vediamo al bar sotto casa mia alle 12,30 del 15 ottobre 1851″. Certo, il rischio di essere ricoverati con urgenza al repartino psichiatrico delle Molinette è molto elevato, ma per la buona riuscita del progetto culturale bisogna essere pur disposti a qualche sacrificio.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – giugno / luglio 1999
* titolo originario: CATTOLICOPOLI

I ripescaggi del Bancario /102

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Ci chiamano “anime belle”, perché manchiamo di realismo e non abbiamo ancora capito che la politica ha ragioni che le nostre utopie ignorano. E’ inutile che parliamo di pace nel Kosovo, è inutile che invochiamo soluzioni diplomatiche che si sono dimostrate del tutto inefficaci. Non si può trattare con il nuovo Hitler, Slobodan Milosevic, non si può continuare a dargli credito com’è si è fatto nel passato. Siamo degli sciocchi imbelli a chiedere l’intervento dell’Onu, di un’entità sovranazionale che regoli i conflitti tra gli stati, tanto è ormai solo un ingombrante palazzo di vetro. Smettiamola di fare gli antiamericani e adeguiamoci al Nuovo Ordine Internazionale, figlio della formidabile macchina da guerra statunitense. Il nostro è un pacifismo pericoloso e ideologico, di chi sbandiera la sua protesta perché vive lontano dai drammi dei profughi kosovari. E poi dov’eravamo gli anni scorsi, in quali piazze manifestavamo? Anime belle, per cortesia, tornatevene a casa e pensate ad altro, la Storia non ha bisogno delle vostre pie illusioni. La Storia la facciamo noi, Schröder, D’Alema, Jospin, Clinton, Blair, la nuova e moderna sinistra salita al potere, che scatena sì la guerra ma lo fa per scopi “umanitari”, che usa sì le bombe ma solo quelle “intelligenti” e che se uccide qualche civile si scusa per aver commesso un “tragico errore”, perché la buona educazione non guasta mai.

Eppure questa guerra poteva essere evitata e non siamo solo noi, anime belle, a dirlo. In un numero speciale dedicato al conflitto nel Kosovo, una rivista al di sopra di ogni sospetto come Limes – nel cui consiglio scientifico troviamo personaggi tutt’altro che teneri con il mondo pacifista come l’ex ambasciatore Sergio Romano e i professori Angelo Panebianco ed Ernesto Galli della Loggia – evidenzia gli errori, i limiti e le furbizie nelle trattative con Milosevic. Gli Stati Uniti, con l’accondiscendenza delle diplomazie europee, facevano finta di mediare, ma in realtà si erano già schierati dalla parte dei kosovari, avendo tra i loro obiettivi a lungo termine la costituzione di un fronte islamico moderato, comprendente Kosovo, parte della Macedonia e Albania (1). E’ noto che gli americani finanziavano da mesi la guerriglia dell’Uck e “dall’autunno […] stavano trasformando la missione dell’Osce in Kosovo nella prova generale di un protettorato occidentale” (2). Il trattato di Rambouillet prevedeva in sostanza l’occupazione manu militari di tutta la Repubblica Federale di Jugoslavia, oltre a un referendum tra la popolazione del Kosovo che avrebbe portato, inevitabilmente, all’indipendenza della regione. Non bisogna essere dei fini strateghi per capire che i serbi non avrebbero mai firmato un accordo del genere. E se addirittura Henry Kissinger, l’eminenza grigia di molti misfatti americani, golpe di Pinochet in testa, ha dichiarato che “non si sarebbe gettato in una simile avventura”, bè, oltre a noi, anime belle, ci sono in giro anche molte, troppe “anime irresponsabili”.

Tutto ciò evidentemente significa solo una cosa. Dietro la candida veste dell’intervento umanitario, la guerra nel Kosovo nasconde interessi di ben altra portata. Gli Stati Uniti si considerano i gendarmi del mondo e intendono rafforzare questo ruolo, facendo propri i compiti e le prerogative dell’Onu, organismo che in questi anni hanno demolito sistematicamente. Non esiste alcuna volontà da parte loro, in particolare dopo il crollo del Muro, di costruire un ordine internazionale – economico, politico e sociale – basato su un’effettiva collaborazione tra gli stati. Sono i fatti a parlare chiaro, non le nostre opinioni. Gli Usa non hanno voluto firmare trattati internazionali fondamentali come quello di Ottawa (dicembre 1997), per la definitiva messa al bando delle mine anti-uomo, e lo statuto della Corte Penale Internazionale (luglio 1988); si sono opposti all’accordo siglato dall’Unione Europea per favorire le banane prodotte dai Paesi in via di sviluppo perché dannegerebbe le loro compagnie Chiquita e Dole; non concedono l’estradizione di Silvia Baraldini, detenuta da 17 anni in un carcere di massima sicurezza, malata di tumore e che non ha commesso reati di sangue, nonostante il Trattato di Strasburgo (sottoscritto anche dagli statunitensi) preveda che un detenuto straniero possa scontare la pena nel paese d’origine. E l’elenco potrebbe continuare, segno inequivocabile di un disegno egemonico che l’amministrazione Clinton persegue da anni. Ciò che sconcerta è, soprattutto, la miopia politica dell’operazione, il cui unico risultato sinora è stato solo quello di aver aumentato il risentimento antimericano nel mondo.

L’intervento militare nei Balcani e il loro controllo sono mossi anche da interessi economici dalla portata enorme, ma i principali mezzi d’informazione si guardano bene dal menzionarli. Ne ha parlato invece ampiamente Luca Rastello, ex direttore di Narcomafie, in alcuni suoi articoli (3). Si tratta della costruzione di un asse autostradale, ferroviario ed energetico tra la costa del mar Nero e quella adriatica, attraverso Bulgaria, Macedonia e Albania, ultimo tassello di un grande collegamento che permette l’accesso alle risorse energetiche che dai giacimenti del Mar Caspio confluiscono nel Mar Nero: il progetto, designato con il nome di “Corridoio 8″, è finanziato dall’onnipotente Fondo Monetario Internazionale. Controllare queste vie, rafforzando il ruolo dell’Albania, è quindi di fondamentale importanza, sia per l’Italia, paese guida di “Corridoio8″, sia per gli Stati Uniti che puntano anche ad aprire la strada alle multinazionali transgeniche (4) verso le grandi pianure ricche d’acqua dell’Asia Centrale. Fantapolitica? No, è che la motivazione umanitaria non è sufficiente a spiegare i bombardamenti della Nato (se no perché dimenticare il Tibet, i curdi, Timor Est, ecc…), mentre sappiamo quanto le ragioni economiche pesino sulle scelte politiche degli stati. Dire tutto questo non significa però, almeno per noi, stare dalla parte di Slobodan Milosevic, dittatore sanguinario e senza scrupoli, un grigio burocrate dell’apparato comunista che ha fatto della violenza il suo manifesto politico, sin da quel lontano 24 aprile 1987 quando – durante una manifestazione della minoranza serba del Kosovo contro gli albanesi – si affacciò da un balcone di Pristina pronunciando la storica frase: “Nessuno, mai più, potrà picchiare un serbo”. Oggi tutti lo demonizzano, ma solo l’altro ieri si facevano affari con lui. Il 7 gennaio 1997 Tommaso Tommasi di Vignano, allora amministratore delegato della Stet, poneva la sua firma al contratto di compravendita del 29% di Telekom Serbia, “regalando” una salutare boccata d’ossigeno alle asfittiche finanze serbe e contribuendo a risollevare le sorti di un Milosevic minacciato dalla crescente oppozione popolare. Le anime belle, da anni, invece appoggiavano la resistenza nonviolenta dei kosovari guidata da Ibraihm Rugova (5) e lanciavano appelli sulla necessità di affrontare seriamente la questione-Balcani.

Mentre scriviamo appaiono all’orizzonte spiragli di pace. L’arrivo di Rugova a Roma, il piano dei G8 (ma perché la Russia non è stata coinvolta prima che scoppiasse il conflitto?), l’atteggiamento più conciliante di Milosevic, sono elementi che potrebbero modificare in positivo il corso delle cose. Noi, anime belle, pur consapevoli della complessità della situazione, crediamo che questa guerra sia solo un tragico errore.

NOTE

(1). In sostanza è il disegno geopolitico denominato “Grande Albania”.

(2). Limes, “Il club dei suicidi”, supplemento al n.1/1999, pag.6.

(3). L.Rastello, “Corridoio 8, la strada dell’oro nero”, Il manifesto, 27/3/1999; “Corridoio 8, I Balcani fanno gola”, Confronti, n.4/1999, pag.27.

(4). Si tratta di multinazionali, come la Monsanto, che immettono sul mercato prodotti i cui geni sono stati artificialmente alterati.

(5). Cfr. Tdf, “Campagna di solidarietà e di sostegno alla resistenza nonviolenta nel Kosovo”, n.7/1993, pag.6; Tdf, “Campagna di solidarietà e di sostegno alla resistenza nonviolenta in Kosovo”, n.1/1994, pag.1; Tdf, “Kosovo: un viaggio per capire la resistenza del popolo albanese”, n.2/1994, pag.2; Tdf, “Il Kossovo: un esempio di resistenza nonviolenta nelle ex Jugoslavia”, n.9/1995, pag.11; le ripetute note di Minny Cavallone.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – luglio 1999
* titolo originario: ANIME BELLE

I ripescaggi del Bancario /101

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

E pensare che c’era il pensiero. Dobbiamo rifarci al titolo di un magnifico spettacolo di Giorgio Gaber per esprimere in qualche modo il disagio di vivere in un’epoca che, sulle grandi questioni del nostro tempo, è assai avara di elaborazioni teoriche, idee, pensieri, in grado di farci percorrere sentieri ancora inesplorati. Economia, politica, scienza, etica, fede: in tutti gli spazi nei quali l’uomo è chiamato a compiere delle scelte, a interrogarsi sul senso della propria esistenza, a progettare il modello di società in cui intende vivere, affiorano domande che rimangono lì, sospese a mezz’aria, in attesa di risposte convincenti. E’ quello che accade in redazione quando, attorno a un tavolo, affrontiamo i temi degli editoriali. A volte ci sembra di girare a vuoto e di arrampicarci a qualche frase fatta con il rischio di offrirvi, alla fine, nient’altro che un compitino ben svolto, possibilmente di sinistra e politicamente corretto. Certo – e lo sentiamo ripetere in continuazione – la nostra è una società complessa: il dubbio, le risposte che richiamano altre domande, le argomentazioni balbettanti, sono probabilmente le sue cifre essenziali. Ma ciò non può esimerci dal cercare nuove chiavi di lettura, perché le questioni in gioco non attendono le nostre incertezze per produrre i loro effetti spesso disastrosi. Crollato il comunismo, nelle forme storiche fin qui conosciute, esiste un’alternativa – reale – a un sistema economico come quello capitalistico che riduce alla fame i 2/3 del mondo? In che modo si può colmare il divario che separa i cittadini dalla politica, sempre più vista come “affare per pochi” e machiavellico gioco di potere ? La tecnica è ancora solo uno strumento in mano all’uomo, che ne determina fini e usi, o non è meglio iniziare a chiedersi che cosa può fare di noi ? E’ possibile costruire un ordine internazionale democratico e popolare senza fare ricorso alla forza? Le risposte non sono a portata di mano, tanto meno quelle che, disegnando orizzonti nuovi, stravolgono i nostri modi di pensare abituali. A volte si trovano. Saranno poche e magari nascoste tra le pieghe di ragionamenti che sfidano la nostra intelligenza, ma un desiderio autentico di ricerca può aiutarci a scoprirle. La mente corre subito a quel piccolo gioiello che è il libro di Paolo De Benedetti intitolato Quale Dio? (ed.Morcelliana), nel quale un concetto per definizione intoccabile – l’ onnipotenza divina – viene rivoltato come un guanto. L’idea catechistica del Dio che può tutto e che se omette d’intervenire nelle faccende del mondo è perché ha a cuore la libertà degli uomini, dopo l’immane tragedia di Auschwitz va completamente rivista. De Benedetti, pur sottolineando con antica sapienza ebraica i limiti del suo discorso, ci parla invece di un Dio fragile, alla ricerca di se stesso e “che ha fatto una montagna – il mondo – così alta da non poterla scalare”. Tutto questo significa, almeno per noi, aprire o anche solo riproporre orizzonti nuovi sul senso della sofferenza e sul nostro modo di pensare il divino. E grossi spunti di novità li abbiamo trovati, di recente, in un articolo (1) della rivista Micromega. Il tema è l’identità della sinistra, che di fronte al crollo delle ideologie, ma non al tramonto degli ideali, è chiamata a ridefinire obiettivi e strategie. Le sue parole forti sono sempre state eguaglianza e libertà: cosa significano oggi, in che rapporto stanno tra loro ? L’articolo, in particolare, pone l’accento sulla prima e non esita a scendere nel concreto, evitando qualsiasi astrattismo. Ciò che interessa è l’eguaglianza delle opportunità, rispetto alla quale viene denunciata l’incapacità della sinistra di ragionare in “termini impegnativi e radicali”. Gli interrogativi posti sono diversi. Per realizzare un autentico diritto di studio non si potrebbe pagare l’università con una percentuale sui redditi futuri ? Perché non togliere patente, passaporto e diritto di voto a chi, evadendo il fisco, rompe uno dei fondamenti del patto sociale ? Se consideriamo inaccettabile la trasmissione ereditaria del potere politico o giudiziario, perché non facciamo altrettanto con quella del potere economico, che perpetua vantaggi e privilegi? Su queste domande, parte di un ventaglio assai più ampio, intervengono, negli articoli successivi, Paolo Sylos Labini, Giorgio Bocca, Gianni Vattimo e altri esponenti del mondo intellettuale. E sono proprio gli intellettuali i principali responsabili del vuoto d’idee che ci circonda. Limitiamo lo sguardo all’Italia. La nostra impressione è che spesso il loro sia un mondo autoreferenziale, fatto di piccole polemiche che si rincorrono sulle pagine culturali dei giornali, di dibattiti che interessano sì e no quattro persone, di un linguaggio da “addetti ai lavori” inaccessibile ai più. Idee e pensieri che lascino il segno, pochi. Su i grandi temi che segnano il presente, gli intellettuali italiani brillano per la loro assenza: un esempio per tutti l’immigrazione, fenomeno che sta modificando il volto del paese e che meriterebbe di essere analizzato con molta più attenzione. Come non condividere il giudizio di Goffredo Fofi quando dice che essi “non sono mai stati, lo ripeto, e davvero quasi tutti, più conformisti d’oggi e più scarsi di idee, di visione di progetto […] Del “modello occidentale” si vanno ridiscutendo nel mondo le basi tecniche e assai poco quelle morali […] ma proprio per questo ci appaiono così deprimenti […] la loro incapacità di discutere ciò che riguarda i veri e principali problemi del nostro tempo e del futuro e le loro possibili responsabilità in questo” (2). Da Pier Paolo Pasolini a Vittorio Sgarbi: coraggio, toccato il fondo non potremo che risalire.

NOTE
(1). Questionario in forma di tesi (o viceversa), Micromega n.2/99, pagg.35-47.
(2). Goffredo Fofi, Sotto l’ulivo, Minimum Fax, Roma 1998, pag.56.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – settembre 1999
* titolo originario: DA PASOLINI A SGARBI

I ripescaggi del Bancario /100

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Il Giubileo è ormai alle porte e la sensazione che sia un’occasione persa è sempre più netta. I documenti vaticani, con sottili disquisizioni teologiche, hanno rinverdito i “fasti” delle indulgenze – rendendo più complicato il dialogo con le chiese della Riforma -, mentre le pur lodevoli affermazioni di Giovanni Paolo II sulla remissione del debito estero dei paesi poveri rischiano di rimanere delle mere dichiarazioni di principio. Il “pellegrinaggio selvaggio” sarà l’elemento dominante dell’anno giubilare e, forse, solo un coraggioso appello del papa potrebbe contrastarlo, qualcosa del tipo: “Fratelli e sorelle, per una volta datemi retta: nel 2000 non piombate su Roma, perché quel tempo di cui parla Gesù nel vangelo di Giovanni: ‘Credimi donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre […] quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità’ è già arrivato con lui. Invadete piuttosto le strade insanguinate del Guatemala, la periferia malsana di Città del Messico, le terre non coltivate del Brasile, le discariche umane di Nairobi, e non per guadagnarvi un pezzo di paradiso – perché tanto il buon Dio non lo negherà a nessuno – ma perché dovete sentire come vostra quella dignità che lì, ogni giorno, viene calpestata. Non preoccupatevi per vitto e alloggio: paga lo Ior”.

Le autorità ecclesiali continuano a prendere le distanze dagli aspetti esteriori del Giubileo e dai “mercanti del tempio”, quei commercianti, albergatori, tour operators, ecc…,per i quali l’avvenimento rappresenterà un’autentica manna dal cielo. A noi pare, invece, che il mercantilismo si sia insinuato anche tra le colonne del “tempio” (ma è storia vecchia). L’Associazione Opera Salesiana del Sacro Cuore di Bologna, in occasione del Giubileo, ha predisposto un tariffario per chi intende far celebrare delle messe secondo le intenzioni più diverse, facendone bella mostra su un pieghevole dal laconico titolo “Progetti e Proposte”. Una messa ordinaria costa 15.000 lire, trenta celebrazioni eucaristiche continuate 600.000, mentre ogni giorno, alle 7.00, si celebra una funzione per coloro che sono iscritti in un apposito registro – ma non è lecito conoscere i criteri d’inserimento – al modico prezzo di 50.000 lire per persona. Su un sito Internet (http://www.ecosg.com/giubileo.htm) il Santuario di S.Gabriele, in Abruzzo, è pubblicizzato come “uno dei più importanti poli penitenziali (sic!) del centro Italia, non solo per l’imponenza delle sue strutture che sono in grado di accogliere circa diecimila fedeli, ma anche per la presenza di una moderna aula penitenziale […] e per la sua posizione strategica: si trova infatti vicino all’autostrada e può usufruire degli alberghi della costa adriatica”: ci mancano solo gli animatori e la discoteca aperta sino alle 5 di mattina e sarebbe una pubblicità perfetta per un villaggio Alpitour.

Il Giubileo del 2000 è l’ennesimo capitolo, il più trionfale, di quella spettacolarizzazione della fede (i grandi raduni giovanili, il congresso eucaristico di Bologna con Bob Dylan e Adriano Celentano, le messe oceaniche negli stadi) che la chiesa cattolica, nei suoi vertici più alti, persegue ormai da anni. E’ una chiesa che accarezza le masse e che cerca di catturarne la benevolenza con gran dispendio di mezzi ed energie, dimenticando che la sobrietà rimane pur sempre una delle più importanti virtù cristiane. Le manifestazioni previste per il Giubileo, tra l’altro, per dimensioni di durata e frequenza, rappresentano un pericolo enorme per le fragili strutture ricettive e urbanistiche di Roma, che ne sarà il teatro principale. Quello che lascia sconcertati, comunque, è che di fronte a tutto ciò si siano alzate pochissime voci critiche, anche all’interno del mondo laico (ed è la denuncia di Guido Ceronetti in un articolo sulla Stampa di qualche settimana fa) che si è ben guardato – a parte qualche lodevole eccezione – dal contestare l’impianto e le modalità dell’evento giubilare. Radio e televisione di stato, che dedicheranno all’avvenimento una quantità impressionante di ore, hanno addirittura stipulato una convenzione con il Vaticano che prevede l’allineamento dei loro palinsesti al cosiddetto “spirito giubilare”. Ciò significa – in altre parole – impossibilità totale di esprimere opinioni diverse da quelle provenienti da Piazza S.Pietro, in netto contrasto con il ruolo di editore laico della Rai. Il servizio pubblico radiotelevisivo si limiterà così a fare esclusivamente da cassa di risonanza per conto terzi, anche per carenza d’idee proprie, come dimostrano i vaghissimi accenni – consultabili on-line  – alla filosofia di fondo delle trasmissioni sul Giubileo. Tra le riflessioni, però, ne spicca una che disegna scenari sino a oggi impensabili: “i flussi di pellegrinaggio portati dal Giubileo possono essere vissuti come un fenomeno intermedio, che si colloca tra i grandi flussi del turismo di massa e i sempre crescenti progressi migratori […]“. Extracomunitari di tutto il mondo, rallegratevi: basta con i gommoni e i centri di permanenza temporanea, d’ora in poi potrete fuggire dai vostri paesi su comode navi da crociera, accolti a braccia aperte da conventi e alberghi a quattro stelle.

Sull’altro fronte – parliamo dei canali berlusconiani – la replica è stata quanto mai tempestiva. Il curatore del rotocalco televisivo “Verissimo” trasmesso da Canale 5, l’ex direttore della Stampa Carlo Rossella, ha promesso che, nell’anno giubilare, non saranno mandate in onda scene di nudo o dal forte contenuto erotico per non turbare la sensibilità dei pellegrini: i pettegolezzi sulla casa reale inglese, i dibattiti a senso unico su padre Pio, gli ultimi aggiornamenti sugli amori di Naomi Campbell – un milione di volte più pericolosi per la loro capacità di ottundere anche le menti più sane – saranno invece propinati con la massima disinvoltura. E poi lo chiamano Giubileo.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – novembre 1999
* titolo originario: E LO CHIAMANO GIUBILEO

I ripescaggi del Bancario /99

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Perché un ragazzo o una ragazza di vent’anni dovrebbe investire sogni, speranze, tempo, passioni, nell’impegno politico e sociale? E’ questo che s’imputa ai giovani d’oggi: il disinteresse per quello che capita fuori della loro stanza, una certa deresponsabilizzazione che li porta ad essere più individualisti rispetto ai coetanei di qualche decennio fa. Ci troviamo di fronte a un’apatia generazionale sulla quale è necessario riflettere con molta attenzione.

Il solipsismo (1) giovanile – con tutti i limiti insiti in generalizzazioni che a volte non colgono le sfumature di segno opposto (vedi il fenomeno del volontariato) – è il risultato inevitabile del contesto all’interno del quale si muovono e vivono i ragazzi degli anni ‘90. Basti pensare alle trasformazioni avvenute del mondo del lavoro, alla sua flessibilizzazione sempre più esasperata che ha segnato la fine del cosiddetto “posto fisso” e la nascita di tutta una serie di lavori “atipici”, mal retribuiti, insicuri e spesso privi di garanzie. Navigare in questo mare non è semplice. Ciò che viene esaltato è lo spirito di competizione, una lotta all’ultimo sangue che non favorisce certamente comportamenti sociali improntati all’altruismo e alla solidarietà. E poi c’è l’annoso problema della scuola – che dovrebbe essere palestra di convivenza e socialità – sul quale il governo di centro-sinistra ha affondato il bisturi. L’operazione, tutt’altro che indolore perché determinerà trasformazioni rilevanti, ha però trascurato un aspetto fondamentale e cioè la qualità delle relazioni tra insegnanti e allievi. Questi ultimi, nella stragrande maggioranza dei casi, vivono la scuola come una sorta di prigione, senza alcuna curiosità e passione per le cose che prendono forma in quel “contenitore”, e con l’unico obiettivo di conquistare l’agognato “pezzo di carta” sempre meno spendibile sul mercato del lavoro. Ecco perché, ed è una delle possibili risposte, da qualche anno a questa parte gli studenti scendono in autogestione. E’ forse il bisogno di recitare un ruolo da protagonisti, di vivere la scuola in maniera più creativa e meno dogmatica (il programma, il programma!), riappropriandosi di uno spazio di parola che viene loro spesso negato. I professori, d’altro canto, non sono assistenti sociali né possono sostituire la famiglia. Certo è che spesso mancano di conoscenze sotto il profilo psicopedagogico e il loro atteggiamento verso i ragazzi è di chi privilegia il “buttar dentro” – nozioni, numeri, date, paterni consigli, severi ammonimenti – più che “il tirare fuori”, come invece esigerebbe l’etimologia latina del verbo “educare”. Il dramma della scuola che non funziona – nell’ottica del discorso che stiamo sviluppando sul disimpegno dei giovani – appare in tutta la sua gravità nei luoghi dove più alta è l’evasione scolastica, come nel caso di alcune zone dell’Italia meridionale. A farla da padrone, lì, è una scuola assai più dura e rischiosa: quella della strada. I “professori” sono guappi e boss senza scrupoli che parlano ai ragazzi – e sono convincenti, oh se sono convincenti – di omertà, spietatezza, vendetta, arruolandoli facilmente nella loro manovalanza, con la promessa di un futuro da uomini onorati e rispettati. C’è da chiedersi se in un contesto del genere il modello tradizionale d’insegnamento ha ancora ragione d’essere o se invece non si debba raggiungere i ragazzi proprio in quelle strade dove vivono buona parte della giornata.

E se dalla scuola si passa ad altri ambiti, la musica non cambia. Il mondo degli adulti ha ben poco da offrire ai giovani, compresi coloro i quali avevano fatto della lotta politica e sociale la loro ragione d’essere e che oggi giudicano con sufficienza il disimpegno dei figli: ma l’abbandono di quegli ideali – se non addirittura il tradimento – non è forse anche una delle sue cause? Sono tanti, troppi gli adulti che brillano per incoerenza, mancanza di senso civico, disprezzo della legalità e non c’è nulla di più insopportabile – agli occhi dei ragazzi – della contraddizione stridente tra le affermazioni di principio e i comportamenti di fatto. Detto tutto questo, comunque, non vorremmo apparire troppo indulgenti nei confronti dei giovani, in particolare di quelli che “si lamentano ma non agiscono; hanno un sacco di diritti, ma non ritengono di avere particolari doveri; vogliono quello che non c’è ma non vogliono cercarlo” (2) e che sulle colpe degli altri spesso sanno costruire comodi paraventi. D’accordo, il mondo che li circonda è quello che è, ma perlomeno comincino a non scegliersi come modelli positivi personaggi che si fa un’immensa fatica a considerare tali. I giovani plaudenti di Comunione e Liberazione che nell’ultimo loro convegno di Rimini hanno provveduto alla beatificazione anticipata del sen. Giulio Andreotti meriterebbero solo delle sculacciate.

NOTE

(1). Individualismo esasperato che porta il soggetto a chiudersi in se stesso e a considerare la propria soggettività il parametro ideale di ogni cosa.
(2). Goffredo Fofi, Sotto l’ulivo, Roma, 1998, pag.140.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – novembre 1999
* titolo originario: VOI SI’, CHE SIETE FORTUNATI
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