I ripescaggi del Bancario /17
Carissimo Bill,
come va? Ti rubo solo qualche minuto perché ho bisogno di dirti una cosa molto importante. Sai benissimo quanto ti voglio bene, che sono sempre stato più clintoniano di te, che ti ho appoggiato in momenti delicati – l’intervento nel Kosovo è lì a dimostrarlo – anche contro la volontà di una parte del mio elettorato, che ti ho difeso dalle critiche più ingiuste come la tua ragazzata con la Lewinsky e soprattutto che ho fatto il diavolo a quattro pur di farti avere la maglietta di Alex Del Piero che tanto desideravi. Ma oggi sento che le nostre strade devono dividersi e il con cuore spezzato ti dico: addio Bill. Addio, perché qui le cose si stanno mettendo davvero male per il mio partito. Abbiamo perso le elezioni europee, non amministriamo più Bologna – la città rossa per eccellenza – dove un macellaio, Giorgio Guazzaloca, ci ha fatto a fettine e il prossimo anno rischiamo di fare una brutta figura anche alle regionali.
Eppure, al mio insediamento come segretario, avevo fatto tutto per benino, anche seguendo i suggerimenti dei tuoi esperti di marketing politico: una sosta davanti alla tomba di Dossetti, l’affettuoso saluto al prof. Bobbio, un abbraccio caloroso a un vecchio partigiano emiliano e per catturare la benevolenza del popolo televisivo sarei dovuto andare a cena con la Carrà, ma la signora mi fece sapere che non aveva tempo da perdere. Insomma, non mi ero fatto mancare niente, ecumenico e buonista, con l’occhio attento al mondo cattolico ma senza disdegnare le radici comuniste del partito, popolare ed elitario, juventino ma anche un po’ milanista. Risultato? I Ds sono al 17% e a me viene da piangere. Certo, anche nel resto dell’Europa, a forza di seguire il modello americano, i partiti di sinistra – quella sinistra che si è arresa ai dogmi del “pensiero unico” – non stanno poi così bene. Da quando è stato eletto cancelliere, Schroeder non fa che perdere elezioni su elezioni e tutte le sere, per farsi beffa di lui, Lafontaine gli canta Bandiera Rossa al telefono. In Austria i socialdemocratici segnano il passo e trionfa un certo Haider che sulla scrivania del suo ufficio ha la foto della moglie vestita da kapò e un plastico in miniatura del lager di Buchenwald, mentre in Gran Bretagna Blair, assillato dai problemi di ordine pubblico, vuole sbattere in carcere anche i neonati che la notte urlano come ossessi, disturbando il sonno di genitori e vicini.
L’unico che si salva, tra limiti e contraddizioni, è Jospin. I tentativi del suo governo di andare oltre le solite ricette neoliberali hanno scatenato l’ira degli industriali francesi e ammaliato Bertinotti, che ha deciso di posticipare la rivoluzione di qualche mese. Certo, carissimo Bill, mi rendo conto che governare non è una faccenda semplice. Si tratta di un esercizio delicato, i problemi sono complessi, le soluzioni non sempre a portata di mano, bisogna impedire a Mastella di parlare troppo. L’Italia, inoltre, ha sulle spalle un’eredità pesante, un debito pubblico dalle proporzioni gigantesche che pone molti vincoli al governo che sostengo: solo uno come Berlusconi può promettere di abbassare la pressione fiscale al 36 % senza spiegare, però, nello stesso tempo ai cittadini che il prezzo da pagare sarebbe una riduzione drastica della spesa pubblica, vale a dire tagli a pensioni, scuola e sanità. A volte mi chiedo come quest’uomo possa godere del consenso e della fiducia della gente, uno che per difendere il suo pupillo Mauro Pili, che intendeva diventare presidente della regione Sardegna scopiazzando il programma di Formigoni per la Lombardia (roba che neanche i miei figli), ha il coraggio di affermare che è tutta colpa della segretaria perché ha trascritto male il testo.
Tuttavia, carissimo Bill, sento il bisogno di percorrere altre strade e di ritrovare un senso al mio – al nostro – far politica, perché no, anche con gesti coraggiosi, che non seguano gli umori della gente ma aiutino piuttosto a guardare con occhi nuovi la realtà in cui viviamo. Sarò molto schietto con te, anche in nome dell’amicizia che ci lega da tempo. D’ora in poi c’impegneremo come partito ad andare oltre le polemicuzze con Casini e Buttiglione. Voglio sollecitare in tutte le sedi, con tenacia e determinazione, il rilancio dell’ONU, perché sia davvero un organismo in grado di sedare i conflitti e ti chiedo, da subito, di pagare i debiti (una montagna spaventosa di dollari) che gli Stati Uniti hanno accumulato verso l’organizzazione e se non lo farai, giuro che comparirò giorno e notte in televisione per dire che sei un moroso senza scrupoli e suoni malissimo il sax. Mi opporrò con tutte le mie forze ad accordi internazionali tipo il MAI (1) (se l’ha fatto il governo francese perché non può farlo quello italiano?), svincolati da qualsiasi controllo democratico da parte dei cittadini e che consegnano gli stati in mano alle multinazionali, “armonizzando” le politiche dei vari paesi in tema di commercio, investimenti, uso delle biotecnologie. Intendo promuovere l’introduzione della Tobin Tax, l’imposta sui movimenti speculativi a breve per limitarne le conseguenze sull’economia reale: perché devono essere sempre i soliti quattro gatti – derisi e sbeffeggiati – a portare avanti queste istanze legittime, che restituiscono invece alla politica lo spazio che merita? E se tenterai di ostacolarmi giuro, caro Bill, che racconterò a tutti i giornali del mondo che una volta Madeleine Albright, entrando trafelata nello Studio Ovale, ti disse: “Presidente, Amnesty International (2) sostiene che negli Stati Uniti si violano i diritti umani!” e tu rispondesti: “E’ inammissibile! Bombardiamoci!”. Bill, amico mio prezioso, sodale di tante battaglie, so benissimo che la mia lettera ti ha ferito profondamente, ma come dice il grande, anche se per te sconosciuto, Lucio Battisti: “Prendila così, non possiamo farne un dramma” e chissà che in futuro le nostre strade non s’incrocino di nuovo. Ho abbandonato il comunismo, la “terza via” mi sta stretta. Hai visto mai che questa volta ci azzecco? A risentirci.
Tuo Walter Veltroni
FAUSTO CAFFARELLI
NOTE
(1). Accordo Multilaterale sugli Investimenti, negoziato dai paesi del Nord e che di fatto abbatteva tutti gli ostacoli alla circolazione di capitali stranieri sul loro territorio. Una mobilitazione popolare nel dicembre ‘98 e la defezione di alcuni paesi, tra i quali la Francia, hanno impedito la sua appprovazione.
(2). Cfr.Amnesty International, Rapporto Annuale 1997 (ver. italiana), Firenze, 1997, pagg.250-255.
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