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Archivio per gennaio 2000

I ripescaggi del Bancario /111

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

La leggenda del grande statista

Narcomafie, luglio/agosto 2000

“Palermo: ritorna l’insufficienza di prove?”

Ci vogliono tempo e pazienza per capire la storia italiana degli ultimi quarant’anni. Un giorno bisognerebbe mettersi lì tranquilli, staccare il telefono e lasciare detto agli amici che si è via per lavoro per almeno un mese. E poi, sapendo che si tratterà di un’impresa difficile e ardimentosa, iniziare a leggere le migliaia e migliaia di pagine dell’istruttoria sul caso Ustica, i pesanti faldoni dei processi sulle stragi del 2 agosto a Bologna e di piazza Fontana, la chilometriche relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall’on.Violante negli anni ’90, le valigie di atti relative all’omicidio del commissario Calabresi. Se non alla verità, certamente ci avvicineremmo a una maggiore comprensione di fatti che hanno inquinato il cammino democratico del nostro paese. Fra queste letture non dovrebbe mancare quella della sentenza con cui il Tribunale di Palermo ha assolto, il 23 ottobre 1999, il sen.Giulio Andreotti dall’accusa di partecipazione ad associazione mafiosa. E’ una “montagna” di 4.000 pagine che il periodico Narcomafie ha cercato di sintetizzare in un numero monografico. Oggi Andreotti è ritornato ad essere la star politica di un tempo, osannata e celebrata dapperttutto, una sorta di Madonna pellegrina che ha ripreso a pontificare sul’umana esistenza. Assolto per insufficienza di prove: questo è bastato per rielevarlo al rango di grande statista. Ma la sentenza dice cose pesantissime sull’Andreotti politico, che lasciano sconcertati, com’è sconcertante il silenzio fatto calare dai giornali sull’argomento. I giudici parlano, per pagine e pagine, dei rapporti con i cugini Salvo, dello strettissimo rapporto con l’on Lima e l’ex sindaco di Palermo Ciancimino, degli intrallazzi tesi a favorire Michele Sindona, tutti personaggi notoriamente legati a ambienti mafiosi. E’ vero che il tribunale di Palermo ha ritenuto tutto ciò non penalmente rilevante, ma la contiguità politica con ambienti mafiosi è innegabile e se anche i giudici, per giustificare i comportamenti di Andreotti parlano di “disattenzione e superficialità” o nel caso dell’amicizia negata con i Salvo di “volontà di mantenere intatta la propria immagine pubblica”, ciò non toglie che l’immagine politica del senatore ne esce gravemente compromessa. La leggenda del Grande Statista è ormai una barzelletta, e neanche tra le migliori

Avanti, o popolo, alla disfatta!

La Repubblica, 24 luglio 2000

“Bersani:’La sinistra si svegli, possiamo battere Berlusconi’”

E’ persino commovente lo spettacolo che leader e leaderini del centro sinistra stanno ofrrendo in questi mesi. Sembra di vedere un moribondo che cerca in tutti i modi di sfuggire a una morte segnata da tempo e che fa credere a parenti e amici di essere sano come un pesce. Tutto inutile, lo sappiano benissimo, noi, voi, loro. Questo prodigarsi, tra incomprensioni, dietrofront, “apriamo un dibattito”, “facciamo le primarie”, convergenze momentanee, alla ricerca di una linea comune e di un candidato alla presidenza del Consiglio per le prossime elezioni politiche del 2001 non serve assolutamente a nulla. Per carità, tutto legittimo e assolutamente comprensibile, perché desistere dalla lotta sarebbe ancora più grave, ma tutto, ripetiamo e pronti a qualsiasi scommessa, assolutamente inutile. La maggioranza degli italiani, che vuole godersi in santa pace i benefici del risanamento finanziario ed economico e non sopporta più che i miserabili della terra infestino le sue strade, ha ormai deciso di affidare le proprie sorti al cavaliere Berlusconi che la condurrà per mano verso le felici lande dell’agognata Terra delle Libertà e della Sicurezza, dove giudici e comunisti non avranno mai accesso. Ma aggiungiamo di più. Quello che si profila ai nostri orizzonti è un lungo periodo di dominio del centro-destra (d’altronde le regioni del Nord non sono già sotto il suo controllo da quattro anni, destinati, con la vittoria di giugno, a raddoppiare?) che non durerà solo una legislatura. Prepariamoci al peggio: Vittorio Sgarbi ministro dei Beni culturali e, perché no?, Previti a capo del dicastero della Giustizia. In compenso, sull’altro fronte ci sarà tempo di riorganizzarsi per bene, di chiarirsi le idee, di lasciar perdere Clemente Mastella, il cui contributo al caos che impera attualmente nelle fila del centro-sinistra è di vitale importanza.

Sbatti l’orco in prima pagina

La Stampa, 24 agosto 2000

“Pedofili, scontro sulla pubblicazione delle liste.Sondaggio La Stampa-Swg: il 68 per cento favorevole a rendere noti i nomi dei condannati”

E’ mancata solo un po’ di fantasia ai propugnatori delle liste dei pedofili e noi non ci lasciamo sfuggire l’occasione per lanciare una proposta rivoluzionaria dagli antichi sapori nazisti. Invece di uno sterile elenco di nomi, tra l’altro privo di foto o indicazioni più precise su chi viene messo alla gogna, perché non obblighiamo i pedofili che hanno subito una condanna definitiva e che sono oggi fuori del carcere a circolare con un simbolo appeso alla giacca e che in qualche modo identifichi il loro status perverso? Sarebbe molto più utile e terrebbe davvero lontano bambini e bambine dalle loro grinfie. Se questa è una battuta, dettata putroppo dai tristi segni dei tempi, non lo è affatto la proposta dell’onorevole Calderoli, segretario lombardo del Carroccio che promette d’inserire sul sito Internet della Lega l’elenco “di chi permette ai pedofili di esistere” e quindi pensiamo a un profluvio di nomi che comprenderà genitori, nonni, parenti di ogni ordine e grado, vicini di casa, Roma Ladrona, il centro-sinistra, qualche immigrato marocchino, Romano Prodi, chi si oppone alla devolution. Se la rabbia accecante delle famiglie che hanno visto un figlio cadere nella trappola tesa da una mente malata è più che comprensibile, è invece un insulto alla ragione la rozzezza con cui una parte dell’opinione pubblica vorrebbe affrontare la questione della pedofilia. Sbattere l’orco in prima pagina o al fondo di una prigione senza farsi carico di un suo recupero sotto il profilo psicologico (è interessante a questo proposito l’esperienza del centro torinese “Hans e Gretel) significa “carcerizzare” il problema (questo come tanti altri ) e buttare via le chiavi della cella, convinti di aver chiuso la questione. Sino alla prossima e ferma indignazione popolare, ovviamente

Lo Spirito soffia anche a Roma

Il Corriere della Sera, 19 agosto 2000

“Mezzo milione di ragazzi alla Via Crucis”

Ha ragioni da vendere la nostra Andreina Cafasso nel suo editoriale del numero scorso quando fa riferimento a un “atteggiamento laico” che dovremmo adottare quando ci confrontiamo con le posizioni degli altri. Significa liberarsi dalla maschera dell’ideologia per comprendere appieno le ragioni dei nostri avversari, di chi non la pensa come noi, esercizio quanto mai complesso e delicato che dovrebbe aiutarci a capire che non tutto il bene viene da una parte (cioè la nostra) mentre il male s’annida solo sull’altra sponda. In quell’occasione si parlava di politica, ma il criterio è da estendersi anche in altri ambiti. E’ il caso, crediamo, del tanto discusso raduno giubilare dei giovani cattolici che hanno invaso le strade di Roma in nome della loro fede. Dicevamo del criterio laico, perché la nostra storica posizione di dissenso verso la gerarchia cattolica, che per il raduno ha messo in piedi una straordinaria e potente macchina organizzativa, potrebbe impedirci di sottolineare il lato positivo dell’evento, che c’è ed è innegabile. Due milioni di giovani hanno detto, in termini gioiosi, che per loro Cristo è importante, che desiderano un mondo nel quale parole come “giustizia” e “pace” non siano dei semplici enunciati e che quel papa polacco, pur nella sua severità e nei suoi forti toni dogmatici, a loro piace. Vogliamo criminalizzarli, deriderli, dire che erano semplici turisti alla ricerca di facili emozioni nella suggestiva Città eterna, trasportati in massa come un branco di pecore da parrocchi e movimenti religiosi? Be’, a nostro avviso, significherebbe insultare la nostra e la loro intelligenza e negare la patente di autenticità ad espressioni e sentimenti dettati dal cuore. Sappiamo benissimo che quella che è stata definita la “Woodstock cattolica” ha ingigantito a dismisura la già debordante figura di papa Woytyla, prossimo all’auto-beatificazione, e che qualcuno la strumentalizzerà – anzi, lo sta già facendo – per far credere che la Chiesa Cattolica gode di ottima salute e che è rimasta l’unico baluardo in un mondo affamato di riferimenti morali e spirituali. E potremmo aggiungere mille altre osservazioni critiche, sulle quali preferiamo sorvolare per dire che, comunque, lo Spirito Santo soffia da tutte le parti e non solo dove vogliamo noi.

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La Repubblica, 22 agosto 2000

“Tra perdite e fallimenti declina l’Eldorado web”

Confessiamo di non essere particolarmente dispiaciuti per gli scricchiolii che si stanno registrando nel finora decantatissimo mondo di Internet, vera icona del nostro tempo, dove sembrava che qualsiasi attività produttiva avrebbe moltiplicato per mille i suoi profitti, facendo sempre meno ricorso a esseri umani in carne e ossa. Negli Stati Uniti diverse società nate in funzione della Rete stanno fallendo, in particolare quelle legate al commercio elettronico, e lo stesso trading on-line – la possibilità di operare in Borsa stando tranquillamente a casa – ha una diffusione assai meno capillare di quanto si potesse prevedere. Uno dei più celebri magnati dell’informazione finanziaria mondiale, Michael Bloomberg, che guida un impero di 2 miliardi di dollari a questo proposito è perentorio: “Internet è uno strumento […] e non bisogna confondere una nuova tecnologia con una rivoluzione […] L’economia della Rete era basata anche sull’idea che era nato un nuovo paradigma economico e non c’era più bisogno di nuova gente, né delle infrastrutture delle grandi società. Non è vero” (L’Espresso, 31 agosto 2000). Nulla contro l’uso delle tecnologie, anche quelle più avanzate, ma l’idea che tutto ormai – dall’acquisto di due chili di mele alla prenotazione di un week-end a Frosinone – debba passare necessariamente per un computer e un modem – rendendo il lavoro umano sempre più simile a un incidente di percorso – qualche obiezioncina dovrebbe sollevarla. Alla fine del suo ultimo spettacolo Beppe Grillo officia un rito liberatorio e distrugge un pc a colpi di martello. Proviamo a pensare a qualcosa di meno drastico.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – ottobre 2000
* titolo originario: IL NODO AL FAZZOLETTO / LA LEGGENDA DEL GRANDE STATISTA

I ripescaggi del Bancario /110

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Facce da Fassino

Report – trasmissione giornalistica di Rai 3 – 9 giugno 2000 – inchiesta sulla globalizzazione

“Il problema è che praticamente tutto ciò che compone la nostra esistenza viene trasformato in merce di scambio: dall’istruzione, alla sanità, alla cultura, ai servizi bancari, dalle pensioni ai diritti fondamentalidei lavoratori”.

Non uno, ma mille “nodi al fazzoletto” per un pezzo di televisione indimenticabile con il quale violiamo la tradizionale regola di questa rubrica che finora ha attinto i suoi spunti da quotidiani e periodici. Teatro: Report, piccolo gioiello giornalistico di Rai 3. Protagonisti: le ombre e i pericoli della globalizzazione. E’ un viaggio ricco di molte sorprese e alcune conferme, dove si parla di Wto e del suo mostruoso regolamento di 27.000 pagine, dei grandi organismi internazionali che dettano legge privi di qualsiasi legittimazione popolare, di scienziati consulenti della Fao che rilasciano giudizi di qualità sui prodotti analizzati sotto l’attenta “direzione” di una multinazionale americana produttrice di ormoni. Documenti inediti mostrano gli oscuri intrecci fra istituzioni politiche e grandi lobbies economiche come l’Investment Network – un gruppo di pressione al quale fanno capo anche la Fiat e la Pirelli -, la National Cattlemann Association (gli allevatori di bestiame statunitensi) e il Trans Atlantic Business Dialogue – la più potente lobby industriale del mondo – che periodicamente presenta al governo americano e alla Commissione Europea una lista accurata di ciò che va fatto e di ciò che non gradisce in campo economico-sociale. Ma sono le facce e le parole di Prodi e di Fassino, incalzati da Paolo Barnard, il giovane e bravissimo autore del reportage, sulle questioni sollevate dall’inchiesta (ma insomma, la politica alla fine conta ancora qualcosa?) a rimanere impresse nella mente. Il primo farfuglia risposte evasive, l’altro reagisce con tracotanza e malcelata rabbia perché a suo modo di vedere Barnard enfatizza troppo i punti dolenti del processo di globalizzazione e non gli lascia decantarne le lodi. Più rispetto, giovanotto! Ma se il giornalismo ha ancora un senso è proprio quello di “Report”: attenzione alle grandi questioni che attraversano la società mettendo in luce gli aspetti più controversi, nessun ossequio verso i potenti di turno, dati e fatti a sostegno dei commenti, chiacchiericcio salottiero sbattuto fuori della porta. Il testo completo della puntata sulla globalizzazione, potete richiederlo direttamente a noi di Tdf. Se volete sapere, invece, qualcosa di più su Report consultate il sito internet e vi renderete conto che Bruno Vespa ha sbagliato completamente mestiere.

Se perdi vinci, se vinci perdi

La Repubblica, 4 maggio 2000

“Cara sinistra, il Cavaliere ha imparato fare politica”

Avrebbe potuto essere un bel tema per la maturità: “Posto che la sinistra dall’epoca dell’Ulivo non ne azzecca una che fosse una, il candidato provi a definire una strategia che la riporti alla vittoria alle prossime elezioni politiche del 2001″. Svolgimento. Claudio Rinaldi, nell’articolo su Repubblica citato abbozza un piccolo trattato di marketing politico, che lui chiama “le eterne regole che fecero la fortuna di partiti di massa come la Dc e il Pci” e che vede nel cav.Berlusconi il suo miglior autore e interprete, seguendo il quale Veltroni, D’Alema e soci potrebbero fermare l’inarrestabile avanzata del Polo. Uomini e donne di sinistra volete conquistare il consenso popolare? Parlate con semplicità agli elettori e ascoltateli, tralasciate i temi troppo complessi, coltivate l’identità, evitate gli scontri con gli alleati e attaccate gli avversari, accendete speranze. Il Cavaliere fa così e vince. Alcune “regole” di Rinaldi, che non va dimenticato, conduce da anni una solitaria battaglia per denunciare le commistioni tra il Berlusconi politico e il suo gemello imprenditore televisivo, possono essere tranquillamente sottoscritte come l’importanza di ridurre il tasso di litigiosità all’interno dell’alleanza di centro-sinistra. In altre, invece, vediamo solo un’accelerazione di quel processo che sta spingendo la politica verso il plebiscitarismo e la demagogia più corriva. Se accendere le speranze significa fare promesse che non saranno mai mantenute (un milione di posti di lavoro!) o se per ascoltare gli elettori si cavalcano le istanze più retrive, si può davvero poi inneggiare alla vittoria o non significa piuttosto ridurre la democrazia a un baraccone mediatico dove si accarezzano i desideri della gente, senza disturbarne il quieto vivere e le facili certezze? A questo prezzo è meglio perdere e ci fai pure un figurone.

La flessibilità dove meno te l’aspetti

L’Espresso, 1 giugno 2000

“Fermate Ultimo, vuole andarsene”

Dove non ha potuto la mafia c’è riuscita invece la flessibilità. Ultimo, l’ufficiale dei Ros dei carabinieri che ha arrestato Totò Riina sbatte la porta e abbandona il Raggruppamento operativo. Chiedeva uomini e mezzi per catturare il superlatitante Bernardo Provenzano, ma lo stato era disposto a dargli solo del personale a termine da sostituire ogni sei mesi, un turn over adatto a un fast-food (perdonate l’abuso di locuzioni inglesi) più che a una seria lotta contro la criminalità organizzata. Flessibilità dove meno te l’aspetti, frutto inevitabile di una campagna martellante, orchestrata da politici, industriali, banchieri e qualche sindacalista, che in essa vedono una sorta di bacchetta magica capace di risolvere per sempre i problemi della disoccupazione. La verità è che dietro il termine “flessibilità”, si nasconde – e neanche poi tanto – la libertà-potestà delle imprese di gestire come meglio credono i loro dipendenti, compresa la facoltà di licenziarli alla svelta, senza vincoli e penali. Il principale problema del mercato del lavoro italiano è in realtà la mancanza di lavoratori qualificati e lo dimostra una proiezione statistica dei dati pubblicati dall’Inail nel mese di maggio sulla situazione dei nuovi contratti di lavoro (vedi Affari e Finanza – 5 giugno 2000): nel 2000 i 3/4 delle assunzioni riguarderanno contratti a tempo indeterminato la cui durata media, però, dovrebbe attestarsi attorno a una settimana. Ciò significa che le aziende assumono lavoratori che, ben presto, si rivelano inadatti alle loro esigenze. Più formazione, quindi, e meno slogan ideologici. Nel frattempo, la mafia ringrazia.

Il quarto segreto di Fatima

L’Avvenire, 14 maggio 2000

“Fatima, svelati gli scenari del ’900″

L’uomo vestito di bianco che “cade a terra come morto, sotto i colpi di arma di fuoco”, la storia del Novecento riletta con occhi nuovi, i pastorelli “piccoli maestri nell’ora buia”, la Madonna che ferma la pallottola assassina. La rivelazione di una parte del terzo segreto di Fatima ha suscitato commenti di ogni tipo, molti dei quali improntati a una beatificazione in vita di Karol Woytyla e a sottolineare il ruolo demoniaco dell’ateismo in tutte le tragedie che hanno segnato il secolo scorso. Quest’ultimo aspetto merita una breve riflessione perché attribuire all’assenza di Dio tutti i mali del Novecento ci sembra una mera forzatura. E se fosse invece l’esatto contrario, cioè una sua presenza eccessiva, nel senso di un Dio evocato da tutti, a sproposito, a proprio uso e consumo, la chiave di lettura per comprendere i fatti alle nostre spalle? L’Occidente cristiano è stato il teatro delle guerre più atroci. La storia del cristianesimo è anche storia di sangue e dolore inferto e ad essa appartengono “le preghiere con cui i Francesi e i Tedeschi venivano accompagnati nelle battaglie della prima guerra mondiale, il suono delle campane, quando, il 1° settembre 1939, la Werchmcht nazista invase la Polonia, il gesto del cappellano militare che benedisse l’Enola Gay quando partì dalle Marianne per sganciare la bomba atomica su Hiroshima” (Eugen Drewermann, Guerra e cristianesimo, Edition Raetia, 1999). C’è qualcosa che non va nella traduzione storica della Buona Novella, una perenne distorsione che ha trasformato e trasforma uno straordinario messaggio di pace in una fucina di violenza, pur con tutte le mirabili eccezioni che conosciamo. Attendiamo che un quarto segreto di Fatima ci sveli questo mistero.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – agosto/settembre 2000
* titolo originario: IL NODO AL FAZZOLETTO / SE VINCI PERDI, SE PERDI VINCI

I ripescaggi del Bancario /109

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Mistero Biffi

La Repubblica, 19 dicembre 1999, cronaca di Bologna

“Il cardinal Biffi parla ai politici bolognesi di tutti i partiti: “Non è un dovere partire dali ultimi”. Il Gesù schizzato da Biffi ama il prossimo come deve fare ogni politico, ma non “riparte dagli ultimi”.

Il cardinal Biffi è davvero ineguagliabile e se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Reazionario e conservatore quanto volete, gli va dato atto, comunque, che ha il coraggio di affermare pubblicamente quello che molti cattolici pensano ma non dicono. Stavolta ha sostenuto che l’espressione “ripartire dagli ultimi” non compare né nei Sinottici né nel testo di Giovanni e “se ci fosse Gesù avrebbe dovuto chiedere a ognuno: scusi, lei è l’ultimo? Perché se è il penultimo non posso ripartire da lei”. Biffi ha ragione, questa espressione non c’è mai. E’ tutto il Vangelo a essere un suo continuo richiamo. Gli ultimi e le ultime sono la samaritana, la donna adultera, il buon ladrone, la povera vedova, i malati, gli storpi, gli zoppi e i ciechi che vanno invitati al banchetto, tutte figure che nella società del tempo erano messe ai margini: non ultimi, ma ultimissimi, completamente “fuori classifica”. Ben altro non c’è nelle scritture cristiane, come ad esempio la distinzione tra “chierici” e “laici” (Gesù non ha costituito un altro sacerdozio, né templi né culti) da cui origina il ruolo incarnato da Biffi. Quesito esistenziale: ma nel Vangelo che legge il vescovo di Bologna mancano delle pagine?

E’ morto Craxi, viva Craxi!

Il Foglio, 20 gennaio 2000

“Quest’uomo politico enorme, aggressivo, timido, esperto e leale, morto in esilio secondo la volontà farisaica dei suoi nemici…”.

La glorificazione post-mortem è uno sport nazionale e la scomparsa di Craxi è stata un’ennesima riprova. Il rispetto per il dolore che la morte di ogni persona porta con sé non può cancellare la memoria degli atti compiuti. Avrà pur anticipato temi che oggi sono sulla bocca di tutti e l’unico politico che all’epoca del rapimento di Aldo Moro cercò in ogni modo di salvare la vita dello statista democristiano, ma l’ex segretario del Psi rimane soprattutto il simbolo massimo della degenerazione del sistema partitico, un latitante con diverse condanne a carico che si è sottratto alla giustizia italiana in quanto vittima di una presunta persecuzione politica (che differenza con Helmut Kohl che per lo scandalo dei fondi neri al Cdu riconosce ammette oggi di aver sbagliato e chiede scusa al paese). A causa del suo uso cinico e disinvolto del potere una parola nobile e carica d’ideali come “socialismo” è divenuta sinonimo di ladrocinio. “Se avesse parlato e rivelato il sistema di cui era stato parte allora si sarebbe elevato all’altezza del grande politico” (Bernardo Valli, La Repubblica, 22 gennaio 2000). Non era l’incarnazione del diavolo e se per anni ha guidato il Psi è perché milioni di elettori hanno creduto nel suo progetto di modernizzazione del paese. Dipingerlo come un martire o un grande uomo di Stato – vedi il Porta a Porta di Bruno Vespa del 21 gennaio – però, per favore, risparmiatecelo.

Il pifferaio di Arcore

La Repubblica, 23 gennaio 2000

“Facciamo come nel ‘48, dice Berlusconi: un “fronte dei democratici “, di tutti i moderati contro le sinistre. E Cossiga raccoglie l’invito”.

Continua l’epica lotta del cav.Silvio Berlusconi contro il comunismo imperante del nostro paese, un comunismo talmente feroce e illiberale che gli ha permesso di acculumare sinora un patrimonio quantificabile attorno ai 25 mila miliardi di lire. Oggi rievoca il 1948 e lo scontro politico tra democristiani e l’alleanza tra comunisti e socialisti che si concluse con la vittoria elettorale dei primi. Sul carro di Berlusconi dovrebbero salire anche avversari un tempo indomiti tra cui Bossi, il traditore dell’alleanza del ‘94 (ma, attenzione, benedetto oggi dai vescovi e intervistato nell’ottobre scorso da Avvenire, occasione nella quale ha lodato il papa e i valori della famiglia), e addirittura Cossiga che da due anni dice e peste corna del Cavaliere: “Non cadrò nell’ingenuità di incontrarmi con lui e consiglio a chi lo volesse fare di munirsi di un registratore”(dichiarazione dell’ottobre ‘98 -La Repubblica, 23 gennaio 2000). Lo scrittore statunitense Charles Dudley Warner diceva che “la politica crea strani compagni di letto”. In questo caso si ritroveranno antichi e nuovi “amanti”, in un’orgia moderata che si preannuncia come un’edizione riveduta e corretta della vecchia e speravamo ormai sepolta Democrazia Cristiana.

Riformiamo il riformismo

Il Manifesto, 22 gennaio 2000

“Avrebbe potuto essere un voto storico: per un soffio, solo sei voti (223 contro 229, 36 astensioni), il Parlamento europeo ha respinto la Tobin Tax[…] Alcuni italiani hanno contribuito al fallimento della proposta […] un “no” quasi scontato per Ciriaco De Mita (Ppi) o per Speroni della Lega nord o per Mariotto Segni, decisamente insopportabile da parte del sindaco di Roma, l’asinello Francesco Rutelli”.

Era un piccolo passo, ma importante. Il Parlamento Europeo invitava la Commissione a presentare un rapporto sulla Tobin tax – il meccanismo di tassazione delle operazioni di cambio (ogni giorno circa 10 mila miliardi di dollari) – ideato dall’economista americano James Tobin, nel 1972, per contrastare le speculazioni finanziarie che in questi ultimi anni hanno avuto effetti devastanti sulle economie di diverse zone del mondo (Brasile, Messico, il Sud-Est asiatico). I capitali si spostano a velocità impressionante, in teoria verso i mercati che offrono i rendimenti migliori, di fatto trascinati anche da voci, opinioni, illazioni, aspettative più o meno fondate. Tutto ciò ha gravi conseguenze sull’economia reale, fatta di lavoratori che sono licenziati, d’imprese che non riescono a investire, di tagli alla spesa pubblica. Non si trattava di scatenare una rivoluzione ma, dopo tante chiacchere sul dominio incontrastato dell’economia e il ruolo subalterno della politica, di ragionare in concreto su una proposta che mette in discussione alcuni dogmi come la libertà di movimento dei capitali o la capacità del mercato di guidarsi da solo. Ma evidentemente il riformismo di Rutelli non da passa da questa strada (ma ‘sto riformismo che vuole riformare?). Il sindaco di Roma, dicono, sta studiando da presidente del Consiglio. E’ proprio indispensabile?

Indovina chi viene a Roma

Il Manifesto, 29 gennaio 2000, titolo d’apertura

“Il pregiudizio universale”.

Mai titolo fu più azzeccato. Il Vaticano si oppone con fermezza al World Pride Gay, il raduno dei gay previsto a Roma dal 28 giugno al 9 luglio prossimi. A giudizio della Santa Sede, se la manifestazione avesse luogo, si mancherebbe di rispetto alla città il cui carattere particolare, per la presenza del papa, è sancito dal Concordato. E poi c’è il Giubileo, i pellegrini rimarrebbero turbati, ecc…Si tratta di una presa di posizione illegittima perchè mira, di fatto, a impedire l’esercizio di un diritto fondamentale come la libertà di manifestazione tutelata dall’art.17 della nostra Carta Costituzionale; irresponsabile, perché alimenta un clima d’intolleranza proprio in una città che sta vedendo la rinascita di gruppi di estrema destra fortemente razzisti; antievangelica, perché ancora una volta “legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente”(Mt 23,4). E c’è un clamoroso paradosso. Opporsi alla manifestazione significa venire meno a un dovere di ospitalità e accoglienza, alla stessa stregua degli abitanti di Sodoma nei confronti dei due Angeli “giunti in città sul far della sera”. Siamo certi, comunque, che Roma rimarrà la sede del World Pride 2000: un qualsiasi cedimento al diktat del Vaticano sarebbe inaudito.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – febbraio 2000
* titolo originario: IL NODO AL FAZZOLETTO / E’ MORTO CRAXI, VIVA CRAXI!

I ripescaggi del Bancario /108

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Amenità, notizie, storie, fatti e fattacci letti sul giornale e da non dimenticare facendo un nodo al fazzoletto.

Il calendario Jubileum

La Repubblica, 29/12/1999

E’ l’ennesima “invenzione” di Stefano Benni, un intellettuale che in questi anni ha raccontato con acume e ironia, il degrado morale del nostro paese, la iattanza dei potenti, le piccole e grandi furberie, le mode effimere e insignificanti. Nel lanciare i suoi strali contro la calendario-mania di fine millennio, “uno smutandamento collettivo che eccita le tirature e le polemiche”, Benni non può non guardare ai fasti giubilari e tra i calendari partoriti dalla sua mente vulcanica, voilà, Jubileum: “Da non perdere[…] Non solo perché, se appeso al muro con cero votivo, assicura sei mesi d’indulgenza, ma per l’alta qualità erotico-teologica delle foto. Immagini intriganti e allusive, senza mai allontanarsi dal buon gusto. Barlumi di caviglie di suore, pedalini di parroci, uno scoscio nel sottanone di un cardinale, il palato di Rutelli. Forse l’unica caduta di tono è il nudo collettivo dei palazzinari e amministratori vaticani che rispondono con un gesto volgare a chi chiede dove finiranno tutti questi soldi. Il pezzo forte è naturalmente la foto di Wojtyla sulla papamobile modello Fiat Uno e Trino”.

Giubileo griffato

Il Manifesto, 30/12/1999

Ebbene sì, l’avv.Agnelli che regala al pontefice una limousine Lancia, multiaccessoriata, pezzo unico, ricami in oro, valore tre miliardi (tra l’altro la Fiat è anche uno sponsor importante del Giubileo e ha fornito 96 automobili che porteranno il logo “Cristo, ieri, oggi e sempre”: ) è una notizia che non lascia indifferenti. Un missionario saveriano, Marcello Storgato, in una lettera al Manifesto rileva la stridente contraddizione tra gli appelli alla sobrietà, il condono del debito ai paesi poveri e lo sfarzo giubilare, di cui l’omaggio dell’Avvocato è un’ennesima riprova. Vabbè, le vie (o le autostrade?) del Signore sono infinite, ma dalla “porta stretta” una limousine non ci passa: non ci passa proprio.

Non disturbare il manovratore

La Repubblica, 20 dicembre 1999

E’ un dubbio che ci attanaglia da anni. Ma perché tv e giornali (anche e soprattutto quelli laici) – salvo pochissime eccezioni – di fronte alle questioni inerenti il mondo cattolico, mancano di approfondimento critico, sembrano afflitti da timore reverenziale e in particolare, negli ultimi vent’anni, hanno riproposto pedissequamente l’equazione chiesa=papa? L’intervista a tutto campo del pur bravo Gad Lerner a mons. Ruini, che è comunque da leggere e ritagliare con accuratezza, è un esempio illuminante. Ora, si ha di fronte un personaggio come il presidente della Cei, l’eminenza grigia della Chiesa Italiana, forse uno dei papabili nel futuro conclave e non gli si pongono domande, non lo s’incalza, su un Sinodo appena concluso che ha visto emergere, sebbene tacitata, la posizione problematica e profetica di un card. Martini che in qualche modo si contrappone proprio a quella di Ruini? Non si fa alcun cenno al movimento “Noi siamo chiesa” (ma Lerner sa che esiste?) e alle sue istanze? Si tace sul cosiddetto “scisma sommerso” cioè il progressivo distacco, una vera e propria lacerazione, tra i pronunciamenti del magistero e l’agire concreto di chi si dichiara cattolico, si glissa senza problemi sulle contraddizioni tra le dichiarazioni di perdono per i peccati del passato dimenticando quelli di oggi ? Senza volere insegnare il mestiere a Lerner, che è uno dei migliori sulla piazza, ma lo sconcerto è il nostro sentimento prevalente, lo stesso che il prof.Gianni Vattimo (La Stampa, 28/12/1999) esprime sui laici fulminati dal Giubileo che “cadono in ammirazione davanti alla, certamente ammirevole, icona del papa vecchio, malato, ma saldo come una roccia nella ‘sua’ verità”. E ragionando su peccato, inferno, giustizia divina – questioni che fanno da sfondo al tema delle indulgenze – il filosofo torinese parla di credenti che, per definizione, ci credono salvo “pochi scalmanati periferici contestatori, che i proprio i laici non prendono sul serio”. E’ bello sapere che, ogni tanto, sei nei pensieri (deboli) di qualcuno.

La doppia morale

La Repubblica, 30/12/1999

Pippo Baudo è indignato: alcuni concerti della moglie Katia Ricciarelli, in quattro chiese romane, sono stati sospesi perché “sposata civilmente a un uomo divorziato”. Il presentatore è pronto ad andare in Vaticano e difende la moglie che “ha cantato nella grotta di Betlemme di fronte a cardinali, monsignori e altri prelati […] Una chiesa cattolica […] non può mettere indietro le lancette ai tempi dell’Inquisizione”. Be’, anche Baudo se n’è accorto, buon ultimo. E’ come segnare un goal a porta vuota rammentare che con altri divorziati la chiesa è molto più tenera e conciliante, accetta volentieri i loro applausi e se torna utile ai propri interessi li trasforma in suo braccio politico (vedi alla voci BERLUSCONI e CASINI). La doppia morale è un vecchio vizio di certi ambienti ecclesiastici e stavolta sono cascate nelle sue reti dei personaggi famosi. Ma molte altre sofferenze non possono godere dei titoli dei giornali e sono quelle delle persone comuni, di un Mario Bianchi o di un’Anna Rossi qualsiasi, che a causa di un matrimonio non riuscito devono subire in silenzio l’iniqua condanna delle istituzioni religiose. E’ il vangelo secondo Ratzinger: “In principio era il principio”.

Proletari di tutti i paesi, inginocchiatevi!

La Voce Repubblicana, 7/12/1999

“Primo maggio addio. La festa dei lavoratori quest’anno non ci sarà più. Cgil, Cisl e Uil si sono ritrovati uniti nella decisione di annullare la manifestazione di Piazza San Giovanni, per confluire nella grande kermesse organizzata dal Papa con i lavoratori cattolici di tutto il mondo”. La più importante manifestazione laica del nostro paese cede il passo alle esigenze del Giubileo. La sinistra, abbandonate le sponde del comunismo, continua in un’insana ricerca di legittimazione oltre Tevere e il suo antico ateismo, più o meno superficiale che fosse, sta assumendo le sembianze di un cristianesimo conformista e di facciata. Ha ragione il pastore valdese Giorgio Bouchard (Il Manifesto,4/12/1999) che tra le possibili proposte di riforma costituzionale avanza la seguente: “La religione cattolica, apostolica, polacca è la religione di stato”.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – febbraio 2000
* titolo originario: IL NODO AL FAZZOLETTO

I ripescaggi del Bancario /62

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Ci voleva il rap sanremese di Jovanotti per costringere televisioni e giornali a parlare del debito dei paesi poveri, argomento che prima dell’esibizione canora di Lorenzo Cherubini era misconosciuto al grande pubblico, assai più informato sulle imprese di Luna Rossa o sugli “scandalosi amanti” di Montecastrilli. Questa è la stampa, bellezza! Un problema esiste e fa notizia non perché abbia una sua rilevanza sociale o culturale, ma solo se ha un tasso di spettacolarità elevato. Comunque sia, che per almeno qualche giorno il problema del debito abbia occupato un po’ di spazio sui media è di per sé un fatto positivo.

Qualcuno, invece, non ha aspettato Jovanotti per occuparsi della questione. In occasione dell’Anno Giubilare la Conferenza Episcopale Italiana, attraverso un apposito organismo – il Comitato Ecclesiale Italiano per la riduzione del debito estero dei paesi più poveri – ha promosso, a partire dall’estate del 1999, una campagna di sensibilizzazione in tutte le diocesi, che vedrà il suo epilogo con la Quaresima di quest’anno. Tre gli obiettivi: diffondere informazioni sugli effetti nefasti del debito, agire in termini di pressione su istituzioni politiche e finanziarie perché procedano alla sua cancellazione e una raccolta di fondi orientata al riscatto di quote di debito che alcuni paesi poveri hanno verso l’Italia. Tra il materiale informativo prodotto un’interessante “Guida all’azione” s’addentra nel cuore del problema. Gli autori dell’opuscolo criticano con durezza le leggi economiche che hanno portato all’esplosione del debito, pari oggi a 2300 miliardi di dollari, oltre 4 milioni di miliardi di lire, e sollevano “il sospetto che la formazione del debito internazionale sia stata una specie di partita con le carte truccate, giocata all’interno dello squilibrato, iniquo rapporto tra il Sud e il Nord del Mondo” (pag.2). Fanno “nomi e cognomi” dei responsabili, puntando l’indice contro il Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale, che con le loro politiche di aggiustamento strutturale hanno contribuito a innescare la spirale del debito, ma non dimenticano di dire che alcuni governi non democratici del Sud hanno utilizzato i fondi ricevuti per l’acquisto di armi (e quelli democratici? Tutti senza macchia?). C’è poi un invito a umanizzare l’economia e a rivedere il proprio stile di vita, che dovrebbe essere improntato a una maggiore sobrietà, intesa come “piccoli gesti collocati in grandi orizzonti” (pag.12). Da qui il richiamo a proposte concrete da attuare personalmente, in famiglia o in gruppo, come il volontariato internazionale, la banca etica, il consumo critico, le campagne di boicottaggio, le microrealizzazioni, ecc..

Ma se l’analisi è di tutto rispetto, non poche perplessità solleva invece la campagna nel suo complesso. Era proprio indispensabile promuovere un’iniziativa di questo genere in presenza di altre operanti già da tempo? Non sarebbe stato meglio se la chiesa italiana avesse aderito a Jubilee 2000, la campagna internazionale per la cancellazione del debito, unendo le proprie forze a quelle della società civile? Per il Comitato Ecclesiale la scelta è stata dettata da esigenze di carattere pastorale, allo scopo di coinvolgere tutto l’articolato mondo cattolico, e non esiste alcuna volontà di viaggiare su binari separati rispetto ad altre iniziative già avviate, con le quali afferma di avere contatti quotidiani. Non la pensano così molti aderenti di “Sdebitarsi”, lo snodo italiano di Jubilee 2000, che sostengono di non essersene accorti (chi sta mentendo?). Di fatto, comunque, la chiesa italiana ha voluto crearsi uno spazio tutto suo su un argomento di forte rilevanza sociale e politica che di specificamente cattolico non si capisce cosa abbia. Altri dubbi sono legati alla raccolta di fondi per il riscatto di quote di credito che l’Italia vanta verso l’estero. L’operazione, in termini tecnici, può essere definita una “conversione del debito” (debt swap), una cui parte viene acquistata dalla Cei e tradotta in investimenti locali nei paesi debitori prescelti. L’intento è assai nobile, ma il rischio è quello di conferire legittimità a un debito che viene comunque pagato. Non è una clamorosa contraddizione asserire che è stata giocata una “partita con le carte truccate” e poi andare dal “baro” e dirgli: “Ecco qua, questi sono i soldi che hai vinto truffando”? Come si fa a condividere la tesi che “secondi autorevoli economisti il debito è già stato pagato” (pag.3 – Guida all’azione) e poi, pur con le migliori intenzioni, smentirla nei fatti?

Analoghe perplessità sono espresse dalla Conferenza degli Istituti Missionari che in un suo documento richiama, inoltre, “l’urgente necessità della cancellazione immediata e globale del debito estero dei paesi più poveri” e chiede alla Cei che “la somma raccolta dal gesto di solidarietà piuttosto che essere destinata a semplici opere di sviluppo […] venga utilizzata per favorire la creazione di strumenti alternativi di finanziamento come ad esempio il microcredito”. E da Korogocho, lì dove si toccano con mano i guasti provocati dalle politiche neoliberiste del mondo occidentale, anche la voce padre Alex Zanotelli si unisce al coro di critiche invitando “la chiesa italiana a ripensare radicalmente la sua campagna sul debito” che gli appare “molto blanda, fatta per raccogliere un po’ di fondi, senza nessuna volontà di aiutare i credenti a capire che è ora di rimettere in discussione come peccato l’attuale Impero del denaro” (lettera del 7 febbraio 2000). E’ probabile che la Cei, mossa da quel realismo politico che ha mostrato in più di un’occasione, abbia pensato di scegliere la strada ad oggi più percorribile. La gravità del problema è tale, però, che un po’ di carica profetica non avrebbe guastato.

FAUSTO  CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – marzo 2000
* titolo originario:  SCENDERE A PATTI CON IL BARO
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I ripescaggi del Bancario /61

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Il mal di pancia è rinviato al 2001. La Corte Costituzionale ha bocciato il referendum radicale che, in caso di vittoria dei “sì”, avrebbe permesso ai cittadini di scegliere un’assicurazione privata sulle malattie in alternativa al Servizio Sanitario Nazionale, ma la questione è tutt’altro che affossata. Se come pensiamo – e temiamo – alle prossime elezioni politiche il nostro paese si consegnerà nelle mani di Berlusconi e della sua “allegra brigata” di centro-destra, il tema sarà sicuramente rilanciato:”Noi vogliamo […] un’Italia in cui sia garantita la libera scelta tra sistemi pubblici e privati nel campo della sanità, della previdenza e dell’educazione”(1).

Gli Stati Uniti sono il modello di riferimento, in questo come in tanti altri ambiti, ma la nostra opinione è che ciò che accade oltreoceano dovrebbe suggerire ben altri approcci al problema. Se un sistema sanitario ha fra i suoi compiti quello di rassicurare la popolazione, negli States hanno inventato il sistema più insicuro del mondo. La contemporanea presenza di una componente pubblica – nonostante quello che si pensi ancora molto forte (la spesa sanitaria è il 6,2% del Pil) – e di una privata, ricca di articolazioni e fortemente competitiva, è oggi messa in discussione da molti per i guasti che ha provocato. L’aspetto più critico è l’enorme numero di cittadini che – per età o reddito – non possono rivolgersi ai programmi assistenziali pubblici (Medicaid e Medicare) né alle assicurazioni private perché troppo costose. Nel 1997 43,4 milioni di persone – il 16,1% della popolazione – non godevano di assicurazione e nel periodo 1993-95 uno studio effettuato dal Census Bureau ha rilevato che circa 75 milioni di persone ne risultavano prive per almeno una parte dell’anno, soprattutto cittadini neri e ispanici, con basso reddito e al di sotto dei 65 anni (gli anziani, sulla carta, fruiscono invece della copertura fornita da Medicare). Riguardo all’età, un dato si staglia sugli altri: un quinto della popolazione non assicurata è formato da soggetti al di sotto dei 18 anni e su otto bambini uno non è assicurato (circa 11 milioni).

Oltre all’aumento delle polizze la mancata copertura sanitaria è da imputare, tra le diverse ragioni, al fatto che le imprese hanno via via trasferito una rilevante parte degli oneri assicurativi sul lavoratore e a una presenza sempre più massiccia di impieghi temporanei o part-time che raramente prevedono la copertura sanitaria. E qui domandiamo ai liberisti di casa nostra: come pensate di conciliare la flessibilità in campo occupazionale – da voi tanto decantata – che spesso significa lavori discontinui e mal pagati, con una concezione privatistica dell’assistenza sanitaria che necessita, invece, di garanzie e sicurezze economiche? L’altro grave guasto provocato dall’attuale sistema sanitario americano è descritto con efficacia da un articolo di Jerome P.Kassirer, medico, apparso nel 1995 sul The New England Journal of Medicine: “L’assistenza sanitaria regolata dal mercato crea conflitti che minacciano la nostra professionalità […] per contenere le spese al minimo essi (i medici, ndr) devono limitare l’uso dei servizi, aumentare l’efficienza, ridurre il tempo dedicato a ciascun paziente e il ricorso agli specialisti […] i medici saranno costretti a scegliere tra l’interesse del paziente e la propria sopravvivenza economica”. Il quadro è proprio questo. I dottori che dipendono dalle compagnie o dalle HMO (2) (Health maintenance organization) rispondono del loro operato ai manager e devono agire avendo a cuore più il bilancio che il paziente. Se forniscono un’assistenza i cui costi sono troppo elevati subiscono una decurtazione dello stipendio, mentre ricevono incentivi monetari per non prescrivere cure o esami troppo costosi, ma a volte vitali per la salute del paziente. Il risultato è una crescente insoddisfazione per il loro lavoro e la sensazione di godere di un’autonomia professionale sempre più limitata. Un recente studio effettuato in California tra i medici al di sotto dei 45 anni ha evidenziato che circa un terzo, se potesse tornare indietro, intraprenderebbe tutt’altra professione. A medici insoddisfatti corrispondono pazienti insoddisfatti che si rivolgono sempre di più alle medicine alternative: nel 1997 si sono registrate 629 milioni di visite mediche non convenzionali, un numero di gran lunga superiore ai consulti richiesti ai dottori di famiglia. Anche sul piano dell’efficienza e dell’efficacia l’esperienza americana ci dice che il mercato non fa bene alla sanità: le HMO non-profit hanno standard di qualità superiori a quelle for-profit (3) e il tasso di mortalità tra pazienti gravemente ammalati è del 7% più basso tra gli ospedali non-profit rispetto alle cliniche for-profit.

Il sistema sanitario statunitense fa rabbrividire ed è per questo che molte voci si stanno levando per modificare la situazione. Il 18 giugno 1999 l’AMA (American Medica Association) e altre sei organizzazioni scientifiche hanno sottoscritto una dichiarazione nella quale si esprimono a favore della copertura sanitaria universale, che negli Stati Uniti non è mai esistita:”La mancanza di copertura universale è una catastrofe” dice il presidente della Società Americana di Medicina Interna, W.W.Addington. “In termini di sanità pubblica, il non essere assicurato aumenta il rischio di malattia, di maggior uso dei servizi di emergenza e di morte” (4). C’è più di un motivo per riabilitare il nostro vituperato sistema sanitario nazionale. Nel frattempo innalziamo le nostre preghiere al cielo: donaci, buon Dio, una, cento, mille Rosy Bindi.

NOTE

(1). Sito ufficiale di Forza Italia – COSA VOGLIAMO – alla pagina web www.forza-italia.it/istituzionale/chisiamo.html

(2). Le HMO sono organizzazioni nate nel 1973,con finalità non-profit, e i cui iscritti pagano in anticipo una quota annuale per ricevere una serie di prestazioni sanitarie. Nel corso degli anni hanno cambiato fisionomia e oggi tre organizzazioni su quattro sono imprese for-profit quotate in Borsa. Nel 1996 al sistema delle HMO aderivano circa 100 milionidi cittadini statunitensi.

(3). “The HMO honor roll”, U.S. News & World Report, October 23, 1997 cit.da Prospettive Sociali e Sanitarie, n.17/18, 1-15 ottobre 1999.

(4). Reuter Medical News (by M.Kerr), “Lack of Universal Health Insurance called Catastrofe” by ACP-ASIM President, August 5, 1999, cit.da Prospettive Sociali e Sanitarie, n.17/18, 1-15 ottobre 1999.

FAUSTO  CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – ottobre 2000
* titolo originario:  LA PEDAGOGIA DELLA PELLE
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I ripescaggi del Bancario /60

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Brasile dalle mille facce: samba e dolore, calcio e tragedia, spiagge e miseria. E’ un immenso paese con 155 milioni di abitanti, dove il 10% della popolazione controlla il 54% della ricchezza nazionale, mentre 60 milioni di persone vivono nello squallore assoluto e 12 milioni di bambini sono senza famiglia. Dentro questa realtà opera da una decina di anni il SEOP (Servico de Educacao e Organizacao Social), un’organizzazione non governativa guidata da Waldemar Boff – fratello di Clodovis e di Leonardo, figure di spicco della Teologia della Liberazione – che ho intervistato in occasione di un mio recente viaggio in terra brasiliana.

Chi sono, oggi, i poveri?

Oggi non si può pensare alla povertà come un problema esclusivo del Sud. Si tratta di una realtà che riguarda anche voi europei, che tocca gli Stati Uniti, i paesi ricchi in genere. Ed è povertà come esclusione, non solo economica, ma anche sociale, culturale, tecnologica, delle donne, delle minoranze. I poveri oggi non servono a nulla, neanche al mercato, che li considera alla stregua di rifiuti. Non sono buoni per lavorare, non sono buoni per andare a scuola, non sono buoni neanche per consumare.

Come affrontare, allora, il grande tema della esclusione?

La filosofia del SEOP è molto semplice. Lavoriamo con la gente, nei piccoli posti, avendo ben chiaro che il problema non è solo nostro, ma soprattutto vostro. Per noi cambiare è assolutamente necessario, non possiamo farne a meno: siamo progressisti per forza di cose. In Europa il vostro essere conservatori è anch’esso un dato di fatto perché state bene e nulla vi spinge a modificare la realtà. A mio avviso, però, avete perso la cosa più importante: la consapevolezza che un destino comune ci lega tutti quanti, ricchi e poveri, bianchi e neri, uomini e donne.

A chi si rivolge il SEOP?

Tutte le persone hanno un valore, un progetto da portare a termine, una missione particolare che in quanto creature umane è stata loro assegnata. La persona è al centro della nostra azione quotidiana, soprattutto quelli che la società considera degli “scarti” sociali”, i “buttati fuori” ai quali nessuno vuole dare più delle opportunità di riscatto. Che cosa impedisce a queste persone di realizzarsi come tali? Ecco, quello che proviamo a fare è di esplorare il loro mondo interiore per tirare fuori le potenzialità inespresse.

Puoi chiarire questo punto?

Il nostro metodo di lavoro tenta di sviluppare, dandogli una veste nuova, l’intuizione avuta negli anni ’60-‘70 da Paulo Freire con la pedagogia degli oppressi. Quel metodo partiva dal valore della parola, grazie alla quale i poveri portavano alla luce le ingiustizie economiche, sociali e politiche di cui erano – e purtroppo continuano ad essere – vittime. Oggi con l’escluso non si può iniziare dalla parola, foss’anche quella di Dio, ma bisogna fare i conti con le sue necessità primarie. Come si fa a dire a una donna che ha fame o che è stata picchiata dal marito: “Vai, sorella, che il Signore ti benedice” senza affrontare i problemi reali di chi hai davanti? La nostra, allora, è una pedagogia della pelle, dei gesti concreti, dell’abbraccio. Quando andiamo nelle nostre comunità – quelle che voi chiamate favelas - non portiamo discorsi, ma accompagniamo le persone all’ospedale o al posto di polizia, diamo da mangiare, ascoltiamo il loro dolore.

Ma così create solo della dipendenza…

Ti sbagli, perché non vogliamo che i poveri si limitino ad essere semplici fruitori di servizi. La nostra strategia è di motivarli a sviluppare iniziative proprie ed è per questo che cerchiamo il loro coinvolgimento diretto attraverso gruppi di auto-aiuto che interagiscono con i tecnici, gli insegnanti e i volontari del SEOP.

Quante comunità seguite?

Una ventina, concentrate attorno a Petropolis, una città di 300 mila abitanti a 60 km da Rio de Janeiro, nelle quali abbiamo costruito e gestiamo asili, centri di aggregazione giovanile, spacci per la vendita di medicine.

Avete rapporti con la Chiesa cattolica?

Pochissimi, perché si trova dalla parte opposta alla nostra. Collaboriamo invece con gli evangelici e i pentecostali, la cui azione pastorale non ha tutti quei tratti negativi che certi ambienti cattolici le imputano. Le nuove Chiese sono caratterizzate da un forte rigore etico che non transige sui comportamenti privati e che spinge, per esempio, gli uomini a smettere di bere e di picchiare le loro donne; hanno una grande capacità di comunicazione e una flessibilità istituzionale che permette alla gente di partecipare attivamente ai vari ministeri; sono attentissime ai bisogni materiali dei poveri che vedono in loro tutto ciò che il cattolicesimo non riesce più a dare.

E i rischi di fondamentalismo, di manipolazione delle masse, di posizioni politiche alienanti che guardano molto a destra, di supermercato religioso: tutte invenzioni occidentali?

Le ombre ci sono e sono quelle di cui parli, ma il bilancio resta a mio avviso ugualmente positivo. L’arcivescovo brasiliano dom Josè Maria Pires sostiene che dal punto di vista dei poveri il pentecostalismo è fondamentalmente benefico.

Ma allora cos’è oggi la Chiesa cattolica in Brasile?

Be’, la risposta è molto semplice: è la sinagoga del tempo di Gesù, che ha sequestrato il Vangelo e non alcuna intenzione di stare dalla parte dei poveri più poveri. Certo abbiamo dei buoni rapporti con singole persone, con qualche prete e qualche suora, ma si tratta di ottime amicizie, niente di più. A livelli alti siamo, invece, totalmente ignorati o malvisti. D’altronde la storia della teologia della Liberazione, soffocata dal Vaticano, la dice lunga sulla volontà effettiva da parte della gerarchia di affrontare sul serio i problemi dell’ingiustizia sociale ed economica nei paesi poveri.

Cos’è secondo te la giustizia?

Sei miliardi di persone che mangiano due volte il giorno.

FAUSTO  CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – ottobre 2000
* titolo originario:  LA PEDAGOGIA DELLA PELLE
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I ripescaggi del Bancario /80

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Brescia, 6 ottobre 1999: un detenuto perde la vita dopo un’aggressione subita dai compagni di cella. Viterbo, primi giorni di novembre 1999: un detenuto tunisino muore presunto suicida. Verona, 4 giugno 2000: M.F., 24 anni, napoletano, s’impicca in una cella d’isolamento nel carcere di Verona- Montorio. Nel 1999 sono stati 83 i morti in carcere, 59 i suicidi, 920 i tentativi di suicidio e 6536 gli atti di autolesionismo. Oggi nelle nostre patrie galere ci sono 40 mila persone affette da patologie gravi: infezioni, epatiti, Aids.

Benvenuti all’inferno

Benvenuti all’inferno. Benvenuti nelle carceri italiane, dove si picchia e si muore, si sogna e si spera, dove il tempo si è fermato e la notte è un incubo senza fine. Benvenuti in quello che il magistrato Giancarlo Caselli, responsabile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), ha definito un “mondo di poveracci” e che è ormai diventato una “tragica discarica finale dove vengono fatti precipitare problemi che nessun altro vuole o può risolvere: dai problemi della salute a quelli della tossicodipendenza o dei fallimenti familiari e scolastici, dai problemi del disordine amministrativo a quelli della miseria, dell’immigrazione, della disoccupazione” (La Repubblica, 28 marzo 2000).

Negli ultimi dieci anni il pianeta-carcere è esploso. Le presenze sono pressoché raddoppiate (al 31 gennaio 2000 i reclusi erano 51.862) a fronte di una capienza di circa 48.000 posti. I nostri penitenziari contengono 15mila detenuti in più e nel medio periodo è assai probabile un aumento del 20-30%, tale da riallineare il tasso di carcerizzazione italiano (100 persone recluse su 100.000 abitanti) a quello degli altri paesi europei che, in media, supera i 120 detenuti su 100.000 abitanti. L’Europa unita, dispiace dirlo, passa anche attraverso questi numeri. L’aumento degli anni ’90 è legato a diversi fattori: l’allungamento delle pene; la comparsa di un fenomeno quale l’immigrazione extracomunitaria che, mal gestito politicamente, ha creato non pochi disordini sociali, l’entrata in vigore, nel 1990, della criticatissima legge Jervolino-Vassalli che ha spinto in prigione migliaia di tossicodipendenti. La marginalità e la miseria confinati dietro le sbarre, nell’illusione che una volta buttata via la chiave i problemi spariscano nel nulla.

L’America ci fa male

E che a noi, come dice Giorgio Gaber, “l’America ci fa male” a forza di copiarla. Negli Stati Uniti l’approccio repressivo al disagio sociale è vecchio di venti anni e ha un nome ben preciso: tolleranza zero. Ideata dal capo della polizia di Boston e poi di New York, Bill Bratton, anche se, in effetti, i giornali ne hanno sempre attribuito la paternità al sindaco della Grande Mela Rudolph Giuliani che, in nome della sicurezza, l’ha tradotta in un vero e proprio attacco strategico alla criminalità giovanile, alla violenza domestica, alle rapine, ai furti d’auto, alla diffusione di armi e droga, la zero tolerance ha poche, ma chiarissime parole d’ordine: basta con l’approccio sociale ai problemi, più poteri alla polizia, maggiore repressione, la punizione come criterio educativo fondamentale.

Il risultato è che nelle carceri statunitensi ci sono due milioni di detenuti (oltre 735 su 100.000 abitanti) e se si tiene conto delle persone in libertà vigilata o condizionale, si arriva tranquillamente a circa 5,5 milioni di americani sottoposti a tutela penale, la maggior parte di colore benché rappresentino soltanto il 12% della popolazione. Tutto ciò ha significato un aumento esponenziale della spesa carceraria a scapito degli stanziamenti per l’istruzione, l’assistenza sociale e la sanità. E’ l’altra faccia del tanto conclamato modello americano, che crea ricchezza e innovazione, ma a prezzi carissimi.

L’inevitabile strada dell’amnistia-indulto

I tragici fatti di Sassari con ottantadue agenti della polizia penitenziaria, la direttrice del carcere e il provveditore regionale agli istituti di pena sotto inchiesta per maltrattamenti ai detenuti hanno accelerato il dibattito attorno ai problemi dell’istituzione carceraria. Il presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, ha chiesto al Parlamento Italiano “misure di clemenza che valgano ad abbreviare, secondo criteri di equità, i tempi della pena”, mentre una proposta di amnistia-indulto associata a un piano di reinserimento sociale che dovrebbe coinvolgere Enti locali e associazioni di volontariato è stata lanciata dall’ex terrorista Sergio Segio e da uno dei pochi reclusi “eccellenti” di Tangentopoli, Sergio Cusani. L’obiettivo sarebbe la scarcerazione di 14 mila detenuti con pene ancora da scontare inferiori a due anni. Svuotare le celle è il primo passo quanto mai indispensabile per far fronte a una situazione di gravissima emergenza, renderle più vivibili il successivo e in questo senso il nuovo regolamento sull’ordinamento penitenziario fortemente voluto dall’ex responsabile del Dap Sandro Margara e approvato a maggio dal Consiglio di Stato rappresenta una svolta importante, grazie a una serie di norme che rispondono a una concezione più civile e utile del carcere. Saranno aumentati i colloqui mensili (6 invece di 4) che potranno svolgersi all’aria aperta e senza vetro divisorio. Verrà posta maggiore attenzione al cibo dei detenuti, in funzione anche delle prescrizioni alimentari dettate dai culti religiosi. Le finestre delle celle consentiranno di far passare luce e aria. E poi telefonate più lunghe, più lavoro e studio, ingresso facilitato ai volontari. Rimane fuori, è non è affatto un problema secondario, il tema dell’affettività. Il Consiglio di Stato, pur approvando il principio della norma, ha negato la possibilità di uno speciale colloquio di 24 ore dentro il carcere con i propri famigliari perché attualmente la legge non prevede colloqui senza il controllo visivo delle guardie e ha, in sostanza, rinviato la questione al Parlamento.

Abolire il carcere?

C’è da chiedersi, tuttavia, se queste riforme, per quanto necessarie siano davvero risolutive o se, in fondo, rappresentano meri palliativi che non vanno alla radice del problema e cioè all’idea stessa di carcere come strumento per l’esecuzione della pena. La domanda è: possiamo pensare a un mondo senza sbarre? Qualcuno dice di sì. Sono i cosiddetti “abolizionisti” (tra i nomi più importanti T.Mathiesen, N.Christie, l’italiano Vincenzo Ruggiero) per i quali i motivi addotti a sostegno della detenzione e cioè la neutralizzazione-riabiltazione del condannato affinché non commetta nuovamente delle azioni criminose, l’effetto deterrente sull’intero corpo sociale e l’esigenza di soddisfare il bisogno di giustizia, sono facilmente confutabili. Ricerche, dati, esperienza dimostrano che il carcere non riabilita – semmai è palestra d’illegalità -, che chi ne esce spesso vi fa ritorno e “quanto più si ha a che fare con gruppi sociali che, per svariati motivi, presentano un alto tasso di criminalità, tanto mena la pena è efficace dal punto di vista della prevenzione generale […] che funziona per quelli che non ne hanno bisogno, ma per quelli che ne hanno bisogno non funziona (Thomas Mathiensen, Perché il carcere, Edizioni Gruppo Abele, pagg.100-101).

Le alternative possibili

Si tratta di posizioni estreme, ma la realtà dimostra che gli “abolizionisti” hanno parecchie ragioni da vendere. E’ vero, però, che per tutta una serie di reati gravi (sequestro di persona, associazione di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga) è difficile pensare a soluzioni diverse dal carcere, percorribili invece in altri casi. In Italia le misure alternative (sorveglianza speciale, detenzione domiciliare, semilibertà, affidamento in prova) esistono da circa vent’anni, ma sono utilizzate in maniera assai più parsimoniosa rispetto agli altri paesi europei e da diverse parti si chiede che possano essere assegnate dai giudici fin dal primo grado di processo senza dover attendere la condanna defintiva e la reclusione.

I cantori della sicurezza-strappapplausi reclamano invece più carceri e pugno di ferro. La questione securitaria, tuttavia, se continua a cadere nella trappola repressiva rischia di rimanere un problema irrisolto: “La vera scommessa – dice il criminologo Duccio Scatolero – è da giocarsi altrove, in particolare sulle strategie di controllo del territorio e sulla loro efficacia” (Narcomafie, n.4, aprile 1999). L’attenzione alle vittime dei reati (vedi scheda), soggetti che l’attuale sistema penale ha sempre dimenticato di prendere in considerazione, e le pratiche di gestione dei rapporti che cercano di ridurre il livello di scontro nelle situazioni di conflitto attraverso la mediazione e l’ascolto (significativa è l’esperienza del “Centro per la gestione dei conflitti” gestito dal Gruppo Abele nel turbolento quartiere torinese di S.Salvario) si pongono su questa linea. Sarà una scommessa vincente ?

SCHEDA

Le vittime dei reati sono sulla bocca di tutti per qualche giorno, ma di loro, in realtà, ci si dimentica molto in fretta. In fondo non traggono alcun vantaggio dal fatto che il criminale sia arrestato e spedito in prigione, mentre assai più proficua sarebbe un’azione di sostegno successiva al danno subito. In giro per il mondo qualcosa, comunque, si sta muovendo. Provvedimenti legislativi, programmi d’aiuto, centri d’accoglienza stanno fiorendo un po’dappertutto e la “vittimologia” è oggetto di studio e di dibattito politico. Da qualche anno è costituito il Forum Europeo di Servizi di aiuto alle vittime che raggruppa le associazioni nazionali di molti paesi del Vecchio Continente. In Italia manca un progetto globale e siamo ancora ai primi passi, con iniziative sporadiche che riguardano pochi comuni (ad es. Roma, Bologna, Torino) e singole categorie (in particolare bambini ed anziani).

FAUSTO CAFFARELLI

* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – novembre 2000
* titolo originario: VITE SBARRATE

I ripescaggi del Bancario /79

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

I passaggi istituzionali di questi mesi (elezioni regionali, costituzione del governo Amato, referendum) hanno ridisegnato il panorama politico del nostro paese, facendo emergere alcune questioni su cui vale la pena soffermarsi.

La deriva della sinistra

Dopo l’esaltante stagione dell’Ulivo, forse fin troppo sopravvalutata, il centrosinistra non ne ha azzeccata più una, registrando una serie di sconfitte che hanno avuto il loro apogeo nella batosta alle regionali di aprile e nel fallimento del referendum elettorale sul quale il partito-guida dello schieramento – i Ds di Veltroni – avevano puntato più di una carta. Le ragioni della crisi sono diverse, a nostro avviso legate soprattutto all’identità della coalizione e in particolare della sua “gamba sinistra”.

Sullo sfondo ci sono i cambiamenti epocali di questi anni. La fine della lotta di classe, il trionfo del cosiddetto “pensiero unico” ovverosia l’economia messa al posto di comando e liberata da qualsiasi ostacolo di natura sociale, la competizione come unico valore, non hanno certo favorito una sinistra che veniva dalle lotte per il socialismo e il riformismo, segnate, ed è bene non dimenticarlo mai, anche da tragiche e sanguinose degenerazioni.

Ci sembra di poter sintetizzare così le due scuole di pensiero che in questi mesi hanno cercato di ragionare sulla sua crisi d’identità: 1) la sinistra cola a picco per la scarsa capacità d’innovazione, perché ha perso i contatti con i nuovi ceti produttivi (i famosi otto milioni di partite IVA, la piccola e piccolissima impresa, i padroncini), negando loro le risposte che si aspettavano 2) la sinistra perde perché insegue l’avversario sul terreno dell’accettazione acritica del mercato e delle sue logiche (privatizzazioni, deregulation, flessibilità), tradendo il proprio insediamento sociale. C’è del vero in entrambe. Che cosa vogliono questi nuovi ceti ? L’impressione è: meno regole, zero burocrazia, poche tasse, pochissimo sindacato, giustizia veloce e non troppo garantista. Alcune domande sono legittime e condivisibili, perché la lunghezza dei nostri processi o le infinite pastoie burocratiche che spesso fanno assomigliare a un incubo kafkiano il rapporto tra Stato e cittadini sono problemi reali. C’è una voglia complessiva di stare meglio e di arricchirsi: va demonizzata? No, ma non si può negare che nasconda anche egoismi diffusi e attenzione esasperata al proprio tornaconto personale, scempio di legalità in tutti i campi, chiusura totale rispetto ai problemi di chi non è altrettanto fortunato. E la sinistra che deve fare? Inseguire a tutti costi questi umori? Inseguirli comunque, pur di governare? E’ davvero questo il suo “mestiere” del futuro?

In questi anni i nostri governi hanno ottenuto risultati brillanti dal punto di vista finanziario, rimettendo ordine al dissestatissimo bilancio dello Stato e facendo entrare l’Italia nel novero dei paesi dell’Euro. Quella che è mancata, o si è vista solo in minima parte, è stata una spinta veramente riformista sulle grandi questioni sociali ed economiche, capace di creare condizioni di partenza uguali per tutti (ma non falso egualitarismo) e di fissare regole tali da contenere gli eccessi di una frenetica e cieca rincorsa all’arricchimento. Strada difficile e impervia, non c’è dubbio, che senza la pretesa di chissà quali rivoluzioni, non si accontenta di manovre di piccolo cabotaggio, non si arrocca dietro pregiudizi di sorta e oltre a sviluppare e diffondere una cultura dei diritti sa radicare anche un’etica dei doveri, che certa sinistra di oggi, quella più radicale, fatica a digerire. Significa, ad esempio, che non è vero che una scuola pubblica selettiva sia un’arma contro i deboli e i poveri, ma semmai l’esatto contrario perché quando è allo sfascio come oggi nega loro un’opportunità di riscatto sociale.

Il centro: vulcano in ebollizione

Se a sinistra si piange, al centro c’è gran movimento, voglia di emergere, di contare di più. Nuove facce compaiono all’orizzonte, D’Antoni in testa, anche se le loro intenzioni non sono ancora chiare, altre scalpitano, Mastella su tutti, e più di un commentatore parla di “nuova Democrazia Cristiana” che come un’Araba Fenice sta risorgendo dalle sue ceneri. Cattolici chiamati a raccolta? La vecchia unità politica è a nostro avviso ormai improponibile e le elezioni regionali hanno confermato la tendenza a un voto aperto a diverse opzioni. Lo scontro in Lombardia tra il rieletto presidente Formigoni e Mino Martinazzoli, ex democristiani, ma con posizioni assai distanti sul rapporto tra fede e politica, è il segno evidente che una certa stagione è ormai finita.

Alla luce di quanto detto c’è piuttosto da chiedersi se per un cristiano tutto ciò debba significare indifferenza di fronte alle diverse proposte politiche. Il rischio è di cadere in una pericolosa neutralità, attenta più a ragioni di bottega che a quelle della solidarietà e della difesa dei deboli. Ma c’è di più. E’ ora di confutare la tesi per cui in politica “cattolico” debba sempre significare “moderato”, come se non appartenesse invece al cristiano il coraggio di esprimere posizioni avanzate e di rottura, capaci di smontare le certezze assolute di una politica che spesso non sa vedere oltre il proprio naso. E’ il senso del discorso che il card.Martini ha tenuto il 6 dicembre 1999 per la festività di sant’Ambrogio, nel quale ha sottolineato, tra l’altro, che chi opera in politica ispirato dalla fede è chiamato ” a una socialità che non scollega mai la libertà dalla responsabilità verso il prossimo”

Il Cavaliere strapazza tutti

Il vincitore di questi mesi è, invece, senza ombra di alcun dubbio, Silvio Berlusconi. Piaccia o no, il Cavaliere ha saputo e sa interpretare gli umori dell’elettorato e oggi guida un partito che non è più solo il prodotto di una straordinaria operazione di marketing politico, fatto d’inni, sfondi azzurri e mani portate al cuore, ma una realtà ben radicata nel territorio attorno alla quale si coagula l’intero Polo delle Libertà (oggi ribattezzato “Casa delle Libertà”). Rimangono, tuttavia, in piedi le perplessità di sempre. L’annosa questione relativa al conflitto d’interessi tra il Berlusconi politico e il Berlusconi imprenditore televisivo, anomalia tutta italiana, non è ancora stata risolta e continua ad essere una pietra d’inciampo nel disegnare un rapporto corretto ed equilibrato tra mezzi d’informazione e democrazia. Non si può dimenticare, inoltre, che sul Cavaliere incombono ombre e sospetti, oggetto di processi e inchieste in corso (caso Telecinco, vicenda Sme-giudici romani, lodo Mondadori, acquisto del calciatore Lentini), che minano pesantemente l’autorevolezza della sua leadership, al di là dello stesso consenso popolare. Sul merito poi delle proposte politiche del centrodestra (il progetto di legge sull’immigrazione presentato alla vigilia delle elezioni regionali, la riduzione drastica delle imposte pur in presenza di un elevato debito pubblico, ecc…) persino un giornale come il Financial Times, certo non sospettabile di simpatie comuniste, ha sollevato non poche perplessità, prospettando il pericolo di una destabilizzazione economica e politica dell’Italia, nel caso in cui da quelle proposte si passasse ai fatti.

Il rifiuto della politica

E sullo sfondo di queste considerazioni, un dato emerge con grande chiarezza. Il distacco dei cittadini dalla politica è un’emorragia senza fine. Ci troviamo di fronte a un’idiosincrasia collettiva che è insofferente al teatrino dei partiti, ai ribaltoni, alle promesse non mantenute, ai proclami di un giorno. Le basse percentuali d’affluenza alle urne sono il sintomo più evidente di un malessere che colpisce indifferentemente giovani e anziani, il Nord come il Sud, ceti ricchi e fasce povere. Il primo partito italiano è ormai quello del non-voto e consola solo in parte sapere che il fenomeno dell’astensionismo non riguarda esclusivamente il nostro paese (vedi scheda). Certo l’impegno politico non passa solo attraverso il voto e i partiti – anzi, un terreno da esplorare è proprio quello delle nuove forme di partecipazione -, ma è indubbio che la democrazia non può fare a meno di certi meccanismi e l’espressione della volontà popolare è uno di questi. Elezioni primarie per la scelta dei candidati, nuovo sistema elettorale o quant’altro possono aiutare a ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, anche se rappresentano solo un inizio di soluzione. Ciò che conta, in effetti, è ritrovare da parte di tutti quegli slanci e quelle passioni che fanno della politica lo strumento indispensabile per guidare la trasformazione di una società.

SCHEDA

Alcuni politologi (per es.Ralf Dahrendorf) sostengono che il fenomeno dell’astensionismo, in molti paesi europei, ha oggi assunto una nuova dimensione. Sempre più spesso gli elettori, quando sono stufi di votare A, non votano B ma scelgono di non votare affatto e ne consegue che B vince per difetto, anche senza aver conquistato nuovi elettori. In altri termini il fenomeno dell’astensionismo riguarda soprattutto l’elettorato di un partito o di un gruppo di partiti. E’ il caso di Haider, in Austria, che si è avvantaggiato di una diserzione dalle urne pari al 10% del numero dei votanti, 10 % costituito da cittadini che in precedenza avevano votato per la coalizione formata da socialisti e popolari, o di Aznar, in Spagna che ha beneficiato dell’astensionismo in casa socialista.

FAUSTO CAFFARELLI

* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – agosto 2000
* titolo originario: IL GRANDE FIASCO

I ripescaggi del Bancario /114

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Da dove nasce l’idiosincrasia degli italiani nei confronti della politica? Le ragioni sono molte: le vicende di Tangentopoli che hanno incrinato il rapporto di fiducia tra partiti e cittadini, la mancata risoluzione di problemi che si trascinano da anni e che ingenera malcontento verso le istituzioni, una dibattito politico troppo autoreferenziale e, soprattutto, perché questa ci pare essere uno dei motivi più ricorrenti in tanta pubblicistica, la sensazione d’impotenza di fronte al dominio incontrastato del mercato, con le sue leggi e i suoi dogmi. E’ vero, i governi nazionali controllano assai meno di venti o trent’anni fa i meccanismi economici, l’introduzione di nuove tecnologie e di nuovi strumenti finanziari – che non pochi sconquassi hanno causato – è avvenuta senza un loro controllo diretto, gli organismi internazionali che oggi dettano legge (Wto, Fmi) sono in mano a tecnocrati senza alcuna legittimazione popolare, tuttavia per la politica esistono ancora enormi spazi d’intervento. Non è tutto così ineluttabile, come se il destino cinico e baro c’impedisse di cambiare il corso delle cose: i governi dei paesi più industrializzati già oggi potrebbero decidere di abolire i paradisi fiscali, che tanta parte hanno nella crescita della disuguaglianza sociale, o di tassare i movimenti speculativi di capitale.

La disaffezione politica colpisce la democrazia rappresentativa. Le nostre recenti elezioni regionali hanno confermato un dato già emerso nelle precedenti consultazioni. L’astensionismo è in fortissimo aumento – oggi è il primo “partito” italiano – e ormai assume i connotati di una scelta deliberata. Certo, non è solo l’Italia – che sino a pochi anni, anzi, fa era una felice eccezione – a registrare questo fenomeno. Anche in paesi nei quali la democrazia ha antiche radici, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, la situazione è la medesima. Molti politologi sostengono che tutto ciò è da imputare al sistema maggioritario, nel quale la scelta secca fra due schieramenti fa crescere l’area del non voto. Un libro di Guido Legnante e Gianfranco Baldini (Città al voto, Ed.Il Mulino, Bologna, 1999) smentisce clamorosamente la tesi. I due giovani ricercatori, sfogliando dati e percentuali delle elezioni amministrative del ’93 e del ’98 che prevedevano l’elezione diretta del sindaco, hanno rilevato che si è votato di meno proprio la dove c’erano più candidati in lizza. Una certa “apatia” dell’elettorato rientra nella normalità, alimentata tra l’altro dal ricorso frequente alle urne, ma un livello di partecipazione come quello registrato alle elezioni europee del 1999 (Gran Bretagna 23% di votanti, Germania 45%, Paesi Bassi 29%, Finlandia 30%, tasso generale di astensione 51%), è un campanello d’allarme che non può lasciare indifferenti. Si tratta di dare un peso effettivo alla volontà popolare. Le elezioni primarie, che dovrebbero consentire ai cittadini di scegliere preventivamente i candidati, possono essere una strada da percorrere, purché siano sganciate dal ferreo controllo degli apparati di partito e diano un reale spazio alla società civile. L’accesso alla politica non può essere permesso solo a chi dispone d’ingenti mezzi finanziari. Il caso statunitense è eclatante, con campagne elettorali che costano milioni di dollari e in Italia il successo di Silvio Berlusconi poggia anche su un conto in banca a nove e più zeri. E’ necessario pensare a qualche forma di finanziamento pubblico – altro che abrogazione! – che permetta anche a liste e nomi nuovi di farsi conoscere.

La disaffezione politica colpisce i giovani, ma qualche distinguo è bene farlo. Livia Turco, in un’intervista rilasciata a Repubblica, lamentava la loro assenza durante i suoi recenti giri elettorali ed è risaputo che i movimenti giovanili dei partiti scarseggiano di nuovi militanti. Scatta inevitabile il confronto con il passato. Che bei tempi, si dice, quelli del ’68, quando l’impegno politico era diffuso, i ventenni scendevano in piazza per protestare contro l’arroganza del potere e il cambiamento sembrava dietro l’angolo. Ma non c’è il rischio di mitizzare un’epoca, certo straordinaria ma anch’essa caratterizzata da qualunquismo e gente che si faceva i fatti propri? Questo per dire che nei confronti del presente è bene avere, a volte, uno sguardo assai più benevolo. Una parte non irrilevante delle nuove generazioni sembra orientare il proprio impegno sul versante sociale e fenomeni come il volontariato o il grande dinamismo dei centri sociali – che ha meritato un’inchiesta sull’autorevole Le Monde – testimoniano una presenza diversa rispetto agli schemi del passato. La mobilitazione più specificamente politica appare legata a questioni particolari (ambiente, droga), importanti ma fini a se stesse. La scuola riveste un ruolo fondamentale nel processo di formazione politica dei giovani, ma se non li si aiuta a riflettere sui fenomeni politici del dopoguerra o non si fanno diventare i quotidiani uno strumento reale di discussione nelle classi che cosa pretendiamo dai nostri figli?

La disaffezione politica colpisce la sinistra italiana. Negli anni ’70 il PCI era al 35%, oggi Ds, Rifondazione Comunista e Comunisti Unitari, eredi del grande partito-massa, si attestano attorno al 24%. Il distacco è legato, soprattutto, a un processo di trasformazione della società nel suo complesso che ha portato ad identificare la libertà con le scelte dei singoli senza tenere conto delle conseguenze sociali e la sinistra, che storicamente si è sempre battuta per obiettivi collettivi, è oggi alla ricerca affannosa di un’identità nuova.: “Diventa sempre più difficile interessare la gente ad obiettivi collettivi. Finché sono molto poveri, rispondono a questo richiamo, perché non possono aspettarsi niente al di fuori di un vantaggio che riguarda tutti. Se superano la soglia della necessità, pensano che possono ottenere di più perseguendo esclusivamente il proprio interesse privato” (1).

Qual è allora la strada da percorrere in futuro? Stare dentro il processo di mondializzazione o tenersi fuori? (2). Non è una questione che si può liquidare in due battute e all’interno della redazione ha suscitato un dibattito assai vivace, con posizioni tutt’altro che omogenee. Ci limitiamo a osservare che la politica nazionale ha margini di controllo più ampi sugli effetti che sul processo in quanto tale. Ciò che si può chiedere alla nostra sinistra, realisticamente, è un riformismo forte, che attenui l’esclusione, che limiti gli eccessi di egoismo dei nuovi ceti e che si sforzi di creare condizioni di partenza uguali per tutti. Sarebbe già una straordinaria rivoluzione.

NOTE
(1). Eric J.Hobsbawn, Intervista su nuovo secolo, Ed.Laterza, 1999, pag.93.
(2). Cfr. Alessandro Pizzorno, I margini della sinistra, Micromega 2/99.

FAUSTO CAFFARELLI (redazionale)

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – giugno / luglio  2000
* titolo originario: LONTANI DALLA POLITICA
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