I ripescaggi del Bancario /78
Doveva essere il trionfo del “free-trade”, il libero commercio internazionale che senza dazi e confini, lacci e laccioli, avrebbe trasformato il nostro pianeta in un grande mercato globale. Dal 30 novembre al 4 dicembre a Seattle, la conferenza mondiale della World Trade Organization (WTO), in italiano Organizzazione Mondiale del Commercio(OMC)(vedi scheda), l’attesissimo Millenium Round, doveva ripensare le regole del commercio per il 2000, ma il fallimento delle trattative tra i 135 paesi presenti è stato totale e molti giornali hanno parlato, con non poca ironia, di “Millenium flop”. Nella conferenza stampa finale il direttore generale dell’organizzazione, Mike Moore, e il capo negoziatore Usa, Charlene Barshefsky, si sono limitati ad affermare che “bisogna riprendere il cammino e salvare le cose buone che sono state fatte”, rimandando così progetti e grandi propositi a un prossimo futuro.
Le ragioni del fallimento
Per qualcuno il disastro di Seattle era ampiamente prevedibile. Non c’era nessun accordo sull’agenda di base nemmeno fra i paesi più importanti e invece di aprire una nuova conferenza, a distanza ravvicinata dalla precedente – l’Uruguay Round, chiuso nell’aprile del 1994 -, sarebbe stato più opportuno procedere con singole trattative. Le cause del fallimento sono diverse. Le forti divisioni interne tra i paesi hanno pesato in modo decisivo. Gli obiettivi delle nazioni industrializzate si contrapponevano alle richieste dei paesi in via di sviluppo e tra le prime (Stati Uniti, Europa e Giappone) le posizioni su temi come investimenti, biotecnologie e esportazioni agricole erano assai distanti. Sugli investimenti diretti all’estero l’Unione Europea chiedeva la completa liberalizzazione, mentre erano contrari i paesi in via di sviluppo (per timore di non poterli controllare) e Stati Uniti (per mantenere il potere d’embargo contro le nazioni ostili). Per ciò che concerne la sicurezza alimentare – tutto il capitolo relativo ai cibi transgenici – mentre l’Europa premeva per una maggior tutela del consumatore gli Usa auspicavano minori restrizioni ed erano invece favorevoli all’abolizione delle sovvenzioni all’export agricolo che l’Unione Europea difendeva a tutela della sua produzione. La corsa alle future elezioni presidenziali statunitensi ha avuto anch’essa un peso non indifferente.Il candidato democratico che nel prossimo novembre tenterà la scalata alla Casa Bianca (con ogni probabilità Al Gore) dovrà contare sull’appoggio della potentissima federazione sindacale americana Afl-Cio, che era arrivata a Seattle con la ferma intenzione di far porre sul tappeto i problemi inerenti il lavoro minorile e la tutela dei diritti essenziali dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo, che fanno leva proprio sul bassissimo costo della manodopera per accrescere la competitività dei loro prodotti.
Il presidente Clinton, quindi, voleva che la conferenza si occupasse di tali questioni, ma ha trovato un muro invalicabile nei paesi poveri ai quali tutto ciò suonava come un tentativo di limitare l’accesso delle loro merci al mercato occidentale. E infine non si può dimenticare, ne hanno parlato ampiamente televisioni e giornali di tutto il mondo, la grande, enorme mobilitazione civile. Seattle è stata invasa da decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo, in gran parte americani, canadesi e messicani, che hanno gridato il loro no al tentativo di decidere a porte chiuse il destino di tutti. Zapatisti, protettori di animali, studenti, santoni indiani, mormoni, “hard cup” (gli operai dell’edilizia che in America portano l’elmetto), ambientalisti, agricoltori, organizzazioni non governative: un movimento composito – anche se disomogeneo per obiettivi e interessi di fondo – ha messo in moto una reazione popolare che pochi s’attendevano. A dir la verità il controraduno era programmato e pianificato da mesi attraverso Internet, ma una mobilitazione del genere era comunque fuori da ogni previsione e senza dubbio ha contribuito a determinare l’insuccesso del Millenium Round.
Il dogma del libero scambio
Chi ha perso, chi ha vinto a Seattle ? Per alcuni commentatori hanno prevalso paure e pregiudizi, il timore per una globalizzazione che è ormai inarrestabile, vecchi e nuovi protezionismi che producono solo povertà, mentre “tutte le passate esperienze di forte crescita degli scambi tra Paesi si sono accompagnate ad aumenti di ricchezza, di benessere, di libertà” (Il Sole 24 ORE, 2 dicembre 1999) e la strada della liberalizzazione dei mercati internazionali ha determinato “un progresso che è stato ininterrotto in questi ultimi 50 anni e che ha portato ricchezza e sviluppo ovunque” (Il Sole 24ORE, 1 dicembre 1999). E’ vero, dal 1948 al 1997 il volume degli scambi commerciali è aumentato di 17 volte e la produzione di 8, ma durante lo stesso periodo la biodiversità è diminuita, l’inquinamento è cresciuto, dal 1970 si è perso circa il 30% della ricchezza naturale del pianeta a causa della deforestazione, dell’erosione del suolo e dell’esaurimento delle risorse ittiche. Oggi sono 80 i paesi con un reddito pro capite inferiore a quello di dieci anni fa, circa un miliardo e mezzo di persone vive con meno di un dollaro al giorno, 190 milioni di bambini sono in stato di cronica deficienza alimentare e si potrebbero snocciolare altre cifre per dimostrare che sulla bontà di questo progresso c’è molto da ridire. Dal punto di vista storico, inoltre, un dato incontrovertibile è che il mondo sviluppato del XIX secolo e della prima metà del XX dovette la propria espansione a politiche prevalentemente protezionistiche, mentre l’esperienza del libero scambio nel Terzo Mondo fu un totale fallimento. Con ciò non vogliamo sostenere che la chiusura all’esterno dei mercati sia da preferire al libero accesso, ma semplicemente evidenziare che in economia non esistono leggi assolute e che il dogma secondo il quale il protezionismo ha sempre un impatto negativo sul sistema produttivo è tutt’altro che inconfutabile. E’ il pensiero del grande economista Keynes: “[…] Le idee, la conoscenza, l’arte, l’ospitalità, i viaggi: tutte queste cose sono per loro natura internazionali.Ma che le merci siano di fabbricazione nazionale ogni volta che ciò è possibile e conveniente. E soprattutto, che la finanza sia prima di tutto nazionale” (cit. da Le Monde Diplomatique – novembre 1999).
La riforma della Wto
Quello che è successo a Seattle dovrà influire in qualche modo sul futuro della Wto.L’organizzazione necessita di cambiamenti e non è pensabile che rimanga un “semplice” organismo tecnico, intrinsecamente non democratico e le cui decisioni sono in grado di sconvolgere le legislazioni nazionali: oggi la Wto può dichiarare illegali le norme sanitarie europee che vietano la carne agli ormoni statunitense – poste a tutela del consumatore – perché considerate una barriera illecita al “free-trade”. Occorre più trasparenza in modo tale che l’opinione pubblica sia in grado di valutare cosa e come si sta per decidere. Inoltre una seria riforma non può prescindere da questo assunto: il commercio è fondamentale per il sostentamento delle persone, ma è in grado causare (e sta causando) distruzione ambientale, esaurimento delle risorse naturali e iniqua distribuzione della ricchezza. Il Parlamento Europeo ha votato numerosi testi a riguardo, sempre molti severi verso l’Omc, e in uno di questi pone l’accento sulla relazione tra “lo sviluppo dell’interdipendenza commerciale e l’aggravarsi dei danni subiti dall’ambiente, in particolare per quanto riguarda il volume dei traffici e il consumo di energia”(Discorso pronunciato il 12 dicembre 1995 a Ginevra). I paesi membri devono, quindi, intraprendere un’analisi accurata degli impatti sociali e ambientali dell’attuale sistema di commercio internazionale e ulteriori accordi vanno sottoposti a verifiche di sostenibilità anche se il padre della Wto, visto che sotto la sua direzione è venuto alla luce, Peter Sutherland non la pensa così :”Personalmente sono sempre stato molto cauto sul legare al commercio temi come gli standard di lavoro e l’ambiente” ( Corriere della Sera, 13/12/1999).
Il mondo non è in vendita
Il “grande fiasco” di Seattle è un’ulteriore sconfitta del credo neoliberista, che fa seguito, negli ultimi anni, al fallimento dell’accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) e alla gestione dissennata delle crisi finanziarie del ‘97-‘98 da parte del Fondo Monetario Internazionale, culminata con le recenti dimissioni del suo direttore generale, Michel Camdessus. Non stiamo, comunque, assistendo alla fine della globalizzazione, che non è nata ieri ed è un processo inarrestabile. Ciò che ha perso irrimediabilmente smalto è piuttosto la fede cieca nell’equazione fra globalizzazione, sviluppo e benessere universale e con molta probabilità si riprenderà a ragionare su problemi complessi in maniera meno semplicistica. E forse è tornata in gioco la politica che in questi anni ha ceduto il passo spesso e volentieri ai dettami dell’economia. Una cosa è già certa da ora:”C’è una vittoria a Seattle; un’idea nuova è nata, proclamata in diversi modi da coloro che manifestavano: il mondo non è in vendita” (Le Monde, 5-6 dicembre).
SCHEDA
Che cosa è la Wto?
La Wto riunisce in un solo sistema istituzionale tutti gli organi incaricati di verificare il rispetto delle nuove regole degli scambi mondiali. E’ nata di recente, il primo gennaio 1995, succedendo al “GATT – General Agreement on Trade and Tarifs”. Il suo massimo organo decisionale è la “Conferenza dei ministri” dei paesi membri che deve essere convocata almeno ogni due anni. Al secondo livello dell’organigramma sono il “Direttore generale” e il “Consiglio generale”.L’organizzazione, creata all’atto finale dei negoziati dell’Uruguay Round del GATT firmati a Marrakesh, si fonda su diversi accordi (agreements) negoziati e firmati dalla maggior parte delle nazioni. Si tratta di contratti firmati dai governi per mantenere le rispettive politiche commerciali dentro limiti concordati. Oltre che sede mondiale dei negoziati, la Wto comprende al suo interno un meccanismo di risoluzione delle controversie dovute a differenti interpretazioni degli accordi.
FAUSTO CAFFARELLI
* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – aprile 2000
* titolo originario: IN ATTESA DI UN ALTRO PRODI
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