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Archivio per settembre 2010

Gran final

settembre 26, 2010 Lascia un commento

In questo paese-barzelletta nel quale siamo costretti a vivere da 15 anni, in questa repubblica delle banane dalla quale non riusciamo a liberarci, in questa penisoletta mediterranea che si sta rendendo ridicola agli occhi di tutto il mondo, un finale degno della questione Fini-casa di Montecarlo potrebbe essere questo: l’alloggio è di proprietà di Silvio Berlusconi.

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Il Bancario cronista

settembre 23, 2010 Lascia un commento

Il vostro Bancario è stato anche modesto cronista sportivo. Tra il 1988 e il 1991 ho collaborato con il Piemonte Sportivo, un settimanale nato nel 1957 e ormai defunto, che ha annoverato tra le sue fila diversi giornalisti che oggi scrivono per La Stampa e Tuttosport. Munito di penna e taccuino, come nella migliore tradizione giornalistica d’antan, in quegli anni mi sono sciroppato un bel po’ d’incontri di calcio a livello giovanile oltre a occuparmi, in redazione, la domenica pomeriggio, di raccattare telefonicamente i risultati delle partite che il giornale non riusciva a seguire dal vivo. Bella esperienza, non remunerata, e che mi ha illuso per un certo periodo di poter diventare un giornalista professionista, salvo poi deviare su altre strade. Nel blog ho inserito, scannerizzandoli, alcuni di questi miei resoconti settimanali, piccole cronache scritte in calcese puro tra le cui righe, ogni tanto, appare uno sprazzo d’ironia. Per trovarli, selezionate a destra CATEGORIE / PIEMONTE SPORTIVO. In ARCHIVI li ho fatti rientrare tutti nell’anno 1988, per comodità e anche perchè non ho più traccia delle date esatte in cui li ho scritti.
Qui e qui un aggancio veloce a due articoli scelti a caso. Buona lettura, che vi sarà facilitata stampando il post, a meno che abbiate venti decimi di vista.

Imam Hussein Obama

settembre 12, 2010 Lascia un commento
Titolo : Contro Obama la società barbara
Autore: Marco D’Eramo
Fonte: il manifesto
Data: 11 settembre 2010

Sintesi: mentre per anni la società americana era meno barbara del suo potere politico, quest’anno l’11 settembre cade in un clima opposto, con una presidenza laica confrontata a un rigurgito di razzismo, xenofobia e bigottismo senza precedenti. In parte il rigurgito è alimentato dalla crisi economica: nelle depressioni il più facile espediente politico è quello di cercare i capri espiatori. Ma la crisi è solo un fattore, e forse neanche il più decisivo. I veri responsabili del clima mefitico che si respira in quest’anniversario sono i leaders repubblicani «moderati», mainstream, e i loro interlocutori della grande finanza e dei mass-media, le grandi banche e gli editori come Murdoch (che possiede la rete televisiva Fox News e il Wall Street Journal alleato con il Washington Post).

Gli anniversari dell’11 settembre si seguono ma non si somigliano. Ne abbiamo celebrati tanti sotto la cappa dell’insensata guerra irachena (tanti lutti, e per che cosa?), intossicati dall’assurdo concetto di «guerra al terrore»: come si fa a dichiarare guerra non a un soggetto (un paese, un regime, un partito), ma a una tecnica di combattimento? E’ quella che il generale David Petraeus chiama «guerra irregolare», una delle forme di «guerra asimmetrica», l’unica che può permettersi un nemico troppo più debole, che sarebbe annientato in campo aperto dalla schiacciante superiorità tecnico-militare degli Stati uniti.
Tanti anniversari dell’attentato alle due newyorkesi torri gemelle di nove anni fa, li abbiamo celebrati sotto un presidente degli Stati uniti, George W. Bush, che si arrogava il diritto di mettersi il diritto sotto i piedi, stracciare la carta costituzionale, gettare nella spazzatura l’habeas corpus, deridere la convenzione di Ginevra, scatenare guerre «preventive» a proprio piacimento, quasi a replicare nella geopolitica quel che il film di Steven Spielberg, Minority report, preconizzava per il sistema giudiziario (punire i criminali prima che commettano un crimine).
L’anno scorso, per la prima volta l’11 settembre è stato ricordato sotto una nuova presidenza più civile, quella di Barack Obama. Continua a leggere…
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Il Borghezio che è in lui

settembre 11, 2010 Lascia un commento

Qualche giorno fa aveva dichiarato che oggi, 11 settembre, avrebbe bruciato delle copie del Corano. Poi ha cambiato idea. Poi è tornato sulla prima dichiarazione. Poi, forse, le brucerà, ma tra qualche giorno. O forse non le brucerà più, o forse brucerà qualche pagina. Il pastore Terry Jones sta lottando strenuamente con il Borghezio che è in lui.

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Cercate la differenza

settembre 11, 2010 Lascia un commento

Andreotti smentisce le sue dichiarazioni su Giorgio Ambrosoli, eroe civile ucciso su ordine di Michele Sindona, compagno di merende del senatore a vita: “Non ho detto che è andato a cercarsela, ma che era consapevole dei rischi a cui andava incontro”. Come nella Settimana Enigmistica: cercate la differenza. Se ci riuscite.

Siete dei bastardi

settembre 6, 2010 1 commento

Avete ucciso Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica. Siete solo dei bastardi, voi e quelli che vi coprono molto in alto. Avete ucciso un uomo onesto e  indifeso, che senza clamore e lontano dalla luce dei riflettori, cercava di fare politica con la schiena dritta, rifiutando di scendere a patti con la vostra malvagità.  State vincendo voi, per ora, e  noi a resta solo questo urlo strozzato e un gran dolore nel cuore per la morte di un uomo probo.

Missione impossibile. Forse.

settembre 6, 2010 Lascia un commento

Titolo : La missione impossibile di una destra normale
Autore: Pasquale Santomassimo
Fonte: il manifesto
Data: 5 settembre 2010

Sintesi: E’  possibile che la forma costituzionale della nostra Repubblica venga salvata dalla conversione democratica (a questo punto indubbiamente sincera e anche ammirevole nella sua radicalità) di un gruppo di ex-fascisti che trova in Fini il leader unico e indiscusso, ma la destra che Fini vorrebbe non è mai esistita in Italia, se non in epoche storiche lontanissime e di cui si è quasi persa memoria. Non si parla qui di singoli personaggi, «eretici» o «irregolari», che la cultura finiana riscopre e ripropone con accanimento quasi commovente: si parla di un comune sentire, di popolo, capace di farsi forza politica e culturale. Il futuro di Fini e dei suoi, e del sogno di una destra moderna ed europea, è affidato solo alla possibilità di metter fine al meccanismo perverso che consente a una minoranza di destra, «cialtrona», «ignorante», «col ventre a terra» e «con la bava alla bocca» – sono tutte citazioni dagli editoriali di FareFuturo -, di spadroneggiare sul resto del paese.

Il 28 ottobre del 1992 Gianfranco Fini celebrava con orgoglio i settant’anni dalla Marcia su Roma sul Secolo d’Italia. Quasi vent’anni dopo è possibile che la forma costituzionale della nostra Repubblica venga salvata dalla conversione democratica (a questo punto indubbiamente sincera e anche ammirevole nella sua radicalità) di un gruppo di ex-fascisti che trova in Fini il leader unico e indiscusso.
Nel mezzo, è successo di tutto, e ripercorrerne con attenzione la storia sarà in futuro uno dei compiti più ardui di chi vorrà intendere l’evoluzione di quel periodo confuso e avvilente che definiamo Seconda Repubblica.
Per brevità, diciamo solo che è riduttivo attribuire solo allo «sdoganamento» di Berlusconi, quasi fosse un Re Taumaturgo, la fortuna del neofascismo nella congiuntura che si apriva dopo Tangentopoli. In realtà, il Msi incassava anche i frutti di una lunga battaglia di opposizione contro il sistema dei partiti che lo aveva visto (quasi) sempre emarginato dagli equilibri di potere e di spartizione. E con una retorica e quarantennale invocazione del senso dello Stato e dell’interesse nazionale che avrebbe dovuto porlo naturalmente in tensione con le pulsioni dei nuovi e potenti partners del nuovo centrodestra, berlusconiani e leghisti. Malgrado la disinvoltura con cui il nucleo centrale del gruppo dirigente digerirà su questo terreno l’indigeribile, fino a divenire punta di diamante della nuova koiné forzaleghista, va detto che nella svolta attuale di Fini e del suo nucleo di fedelissimi non c’è solo l’idea di una nuova destra, ma anche il recupero di qualcosa di antico e di negletto nella tradizione della destra italiana.
Le tappe dell’evoluzione di Fini sono note, e le rievochiamo per sommi capi: nel 1994 c’è ancora l’evocazione di Mussolini come «il più grande statista italiano del Novecento», ma nel congresso di Fiuggi del gennaio 1995 c’è l’uscita dalla «casa del padre» e l’affermazione, che nel tempo diverrà strategica seppure vaga, di una destra che precedeva il fascismo e va oltre il fascismo.
Lo smarcamento dal passato avviene per tappe, in forme intimamente contraddittorie: condanna netta del regime «dopo il 1938» (come se prima fosse stato inappuntabile) ed enfasi sulla condanna delle leggi razziali, che diverranno «male assoluto» più tardi, e fulcro di uno spettacolare pellegrinaggio in Israele. Continua a leggere…

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