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Articoli taggati ‘cristianesimo’

Cristo si è fermato a scuola

novembre 10, 2009 6 commenti

BERLU_Titolo: Meno croce più vangelo
Autore: Enzo Mazzi
Fonte: il manifesto
Data: 6 novembre 2009

Sintesi: meno croce e più Vangelo” valeva nella scuola di Barbiana da dove don Milani aveva tolto il crocifisso. Meno croce e più Vangelo valeva per un cattolico come Mario Gozzini, il senatore della legge sulla carcerazione, il quale nel 1988 scrisse sull’Unità due forti articoli di critica verso i difensori dell’ostensione pubblica della croce.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha detto «no» al crocifisso in classe, pronunciandosi sul ricorso di una cittadina italiana.
Si è subito scatenato il putiferio. In Italia la laicità è un obiettivo ancora lontano. Questo non deve indurre allo scoraggiamento. Deve anzi suscitare una spinta a lavorare con più lena perché la cultura della laicità divenga sentire comune.

Finché la religione cattolica era l’unica religione dello stato si poteva ancora sostenere che l’esibizione pubblica del crocifisso corrispondesse all’interesse pubblico. Ma oggi, dopo gli Accordi del 1984, la religione cattolica non è più la sola religione dello stato. Quindi i simboli religiosi, tutti i simboli religiosi, anche quelli della spiritualità o della fede laica, hanno uguale dignità. Le leggi e chi le interpreta devono adeguarsi di diritto e di fatto.

Ma è proprio vero che il crocifisso ha un valore universale e che è la bandiera dell’identità italiana? Che tutti i cittadini, di qualsiasi religione o credo, possono e devono accettare? Ma allora com’è che Costantino ha messo la croce sui suoi labari e in quel segno ha ucciso e in quel segno ha vinto? Com’è che da quel momento la croce è trionfo e vittoria? E’ vero che poi Costantino in omaggio alla croce ha abolito la crocifissione. Non però la sostanza del supplizio. Ha continuato a sacrificare innocenti con altri strumenti avvalendosi della protezione della croce. Si potrebbe continuare sul filo della storia, dalla croce indossata dai crociati alla croce brandita dai conquistatori, usata per accendere i roghi di eretici e streghe, fino alla croce sui simboli di partito e alla croce che s’insinua negli attuali arsenali militari. Continua a leggere…

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Ripassare il catechismo

febbraio 9, 2009 4 commenti

L’interruzione di procedure mediche sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima.  In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Le decisioni vanno prese dal paziente o da coloro che ne hanno legalmente il diritto.

Catechismo della Chiesa cattolica articolo 2278

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I ripescaggi del Bancario /65

aprile 8, 2005 Lascia un commento

Per l’infinita schiera dei suoi adoratori non ci sono dubbi: il papa ha dato un contributo fondamentale alla sconfitta del comunismo. Eppure c’è qualcuno che non la pensa così: ” [...] Sappiamo che il comunismo alla fine è caduto a motivo dell’insufficienza socio-economica del suo sistema”.  E chi osa sostenere questa tesi ardita?  Lo stesso Wojtyla, a pag.63 del suo ultimo libro «MEMORIA E IDENTITÀ». Una qualità che riconosco a questo papa è che era assai più intelligente di molti suoi laudatores.

* mio post pubblicato l’ 8/4/2005 su Splinder
* titolo originario: IL PAPA CHE NON HA SCONFITTO IL COMUNISMO
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I ripescaggi del Bancario /64

gennaio 6, 2005 Lascia un commento

Cristopher Hitchens è un giornalista britannico e vive negli Stati Uniti. Non è un Bruno Vespa qualsiasi. E’ uno, per dire, che da una vita cerca d’incastrare l’ex segretario di stato statunitense Henry Kissinger al quale ha dedicato un libro, dei reportages e un’infinità di conferenze. E’ di sinistra – ha scritto sulle principali riviste radicals d’Oltreoceano – ma, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, si è inimicato parecchi dei suoi vecchi compagni di strada perché ha sposato in pieno la causa dell’amministrazione Bush, sostenendo che il fondamentalismo islamico è il totalitarismo dei nostri giorni e che non bisogna andare troppo per il sottile per debellarlo. Insomma Hitchens le tira a destra e manca, chi c’è c’è. Nel 1995, con un libro intitolato “La posizione della missionaria”, ha messo sulla graticola Madre Teresa di Calcutta e bisogna convenire che ha avuto del bel coraggio a mettere in discussione un’icona del nostro tempo, venerata ad ogni latitudine. Cosa dice Hitchens nel libro, che in Italia è stato pubblicato nel 1997 dalle edizioni Minimum Fax, nel silenzio pressoché assoluto? Be’, la sua è un controstoria, una inchiesta condotta sul campo che offre della piccola suora albanese un ritratto spietato e documentatissimo. Il giornalista riporta le testimonianze di volontari e suore che hanno abbandonato l’ordine fondato. Storie sempre uguali che raccontano di una Madre Teresa a cui non interessava il dolore fisico dei suoi assistiti, perché chi si mette alla sequela del Cristo sofferente deve accettarne la medesima sorte, che si opponeva al controllo delle nascite nella città più sovrappopolata del mondo, che prendeva soldi da dittatori spietati come l’haitiano Duvalier e che nei suoi “ospedali” lasciava che i malati fossero ammucchiati per terra o su brandine sporche. E’ una lettura che non lascia indifferenti. A ciascuno le proprie conclusioni.

* mio post del 6/1/2005 pubblicato su Splinder
* titolo originario: RELIGIOSAMENTE SCORRETTO

I ripescaggi del Bancario /40

dicembre 9, 2004 Lascia un commento

Ieri si è sposato il mio collega C. Il celebrante, durante la messa, ha sottolineato che centocinquanta anni prima, l’8 dicembre 1854, Pio IX aveva proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione. Egli ha aggiunto che è stata la Madonna stessa a confermare la bontà del dogma, avendo pronunciato, quattro anni dopo, nel corso di un’apparizione,la seguente frase: “Io sono l’Immacolata Concezione”. E’ come nei quiz d’oggi. Conferma il dogma? Confermo.

* mio post del 9/12/2004 pubblicato su Splinder
* titolo originario: CONFERMA? CONFERMO

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I ripescaggi del Bancario /116

gennaio 1, 2001 Lascia un commento

Di una cosa siamo certi e pensiamo di poter condividere con voi questa nostra sicurezza. Sappiamo quello che non vogliamo Non vogliamo che l’uomo migliore del mondo la sera del 13 maggio diventi presidente del Consiglio perché è pur vero che nella sua vita il lavoro non gli è mai mancato – dallo chansonnier al donnino di casa, dal contadino a nonsisachecosa – ma non c’è scritto da alcuna parte che deve proprio provarle tutte. Mettiamo pure tra parentesi i suoi guai giudiziari e la questione inerente il conflitto d’interessi, non perché siano problemi secondari, ma perché ci pare che continuare a demonizzare il personaggio porti solo a consolidare il consenso che lo circonda.

Ci limitiamo a dire che non ci piace la sua politica fatta di slogan facili e semplicistici, che disegnano paradisi dorati (e fiscali) nei quali il cittadino finalmente si libererà dalle vessazioni subite in cinquant’anni di comunismo. Certo, è un mago della comunicazione, un abilissimo venditore che sa come solleticare l’interesse della gente, di quel pubblico televisivo che secondo una sua storica definizione “ha fatto la terza media e non era neanche tra i primi della classe”, ma questo non significa fare buona politica, che è faccenda assai più complessa . Non sappiamo quanti si siano presi la briga di leggere il programma del Polo delle Libertà. Noi l’abbiamo fatto ed è stato sufficiente il richiamo convinto alle politiche conservatrici di Reagan e della Thatcher, il cui unico risultato è stato quello di una destabilizzazione sociale di cui si pagano ancora oggi le conseguenze, a farci capire che non vogliamo morire berlusconiani A parte poi che il Cavaliere dovrebbe anche spiegare agli elettori il mistero di una miscela politica che vede insieme tutto e il contrario di tutto come, appunto, il conservatorismo all’inglese, la destra sociale di Storace (domanda: ma non era proprio la lady di ferro a dire che la “società non esiste”), fettine di ultraliberismo alla Martino, nuovo socialismo alla De Michelis – speriamo migliore di quello che ha calcato la scena nei “formidabili” anni ’80 -, le istanze più o meno secessionistiche di Bossi e i fermenti statalisti all’interno di Alleanza Nazionale, il clericalismo targato Buttiglione-Casini e il laicismo lamalfiano. Siamo di fronte a un coacervo di contraddizioni politiche che crediamo non vanti imitazioni in giro per il mondo e che sta insieme, è evidente, perché a capo di tutto c’è un leader-padrone.

E allora che cosa vogliamo? Be’, come si usa dire, all’interno della redazione il dibattito è aperto e la risposta non è univoca. Da un lato c’è chi, pur consapevole dei limiti e delle contraddizioni espressi dai governi di centro-sinistra in questi cinque anni, ritiene che il buon Rutelli sia il male minore e che la filosofia del “tanto peggio,tanto meglio” non porti da alcuna parte. Ha buone argomentazioni dalla sua. Sotto il profilo economico-finanziario, infatti, sono stati raggiunti risultati di indubbio valore, primo fra tutti l’entrata dell’Italia nell’Euro, traguardo che sembrava irraggiungibile e che, è bene ricordarlo, né Confidustria né ampi settori del Polo delle Libertà ritenevano così basilare. Eravamo sull’orlo di una crisi finanziaria tremenda, a causa della politica dissennata degli anni precedenti, mentre oggi possiamo al guardare al futuro con più ottimismo. Sarà stata solo discreta amministrazione, come dicono alcuni, ma i conti bisogna saperli tenere a posto e non solo in famiglia. La sanità pubblica non è stata smantellata, mentre esiste questo rischio concreto se dovesse passare la filosofia del cosiddetto “buono” che è uno dei punti forti del programma del Polo e anche per quanto riguarda la scuola, la criticatissima riforma (ma è davvero tutto da buttare?) ha il merito almeno di aver suscitato una riflessione importante sul senso da dare oggi alla formazione dei ragazzi.

Sull’altro fronte ci sono coloro i quali pensano sia opportuno lanciare un messaggio di rottura, non senza ragione. Non dimenticano l’assurda guerra del Kosovo, le poche “cose di sinistra”, non se la sentono di indirizzare il loro voto a mastelliani e diniani, sono stufi di litigi e hanno guardato con occhi esterefatti il triste spettacolo della composizione delle liste. Rutelli chiede il loro appoggio, ma se va in giro dicendo che “il Giubileo dei giovani è stato il più grande evento della storia” oltre a fornire uno “splendido” spunto a Storace, che sicuramente chiederà d’inserire l’avvenimento nei nuovi testi scolastici revisionati e corretti, difficilmente potrà attirare a sé i delusi di sinistra che di ammiccamenti al Vaticano ne ne possono più.

D’accordo, ma il 13 maggio da che parte stiamo? Sicuramente, non dalla parte di chi perora la causa dell’astensione Pensiamo che bisogna fare di tutto per impedire che il centro-destra assuma la guida del paese e non vediamo altra scelta realistica se non quella di votare i candidati espressi dall’Ulivo nel maggioritario, appoggiando, invece, per ciò che concerne la quota proporzionale, schieramenti e candidati che indichino nella difesa delle garanzie lavorative e dello stato sociale, nella lotta all’esclusione e nella critica serrata al sistema economico dominante i capisaldi del loro programma. I riferimenti ideali sono quelli della migliore tradizione del cattolicesimo democratico e del socialismo.

Al di là del 13 maggio, vinca o perda, la sinistra non può più eludere una serie di grandi temi che necessitano di risposte all’altezza delle domande che sollevano. Dalla grande mobilitazione di Seattle in poi sta emergendo un fermento sociale fatto di movimenti, associazioni, ong, singoli cittadini che fanno politica, lanciano proposte e desiderano essere ascoltati, anzi esigono dalla politica istituzionale un’attenzione che sinora è venuta a mancare. Addirittura, in occasione del G8 di Genova li si vuole negare il libero esercizio del diritto di manifestazione o, per essere più precisi, non ci si esprime chiaramente sulla legittimità della protesta. Staremo a vedere e, sulla questione, teniamo tutti gli occhi ben aperti.

Sappiamo, perché non siamo ingenui, che la politica è mediazione e ricerca del consenso, ma alla sinistra, nel caso dovesse realizzarsi il miracolo di una sua vittoria, non siamo più disposti a far sconti. In un bel libro uscito per le edizione Emi dal titolo “Italia capace di futuro” gli autori parlano delle nuove sfide che ci attendono, legate all’ambiente, ai consumi energetici, alle politiche di trasporto, alla vivibilità delle nostre città. Il messaggio è molto chiaro. O usciamo da un modello di economia classica basato sulla crescita materiale e quantitativa – tradotto, la dittatura del P.I.L. – o siamo destinati a perire. Ecco, questo è il terreno sul quale vorremmo che, a piccoli passi, per carità, accettando i limiti che s’incontrano nell’azione quotidiana di governo e via discorrendo, la sinistra in futuro coltivasse i suoi progetti. Noi stiamo da questa parte.

FAUSTO CAFFARELLI (redazionale)

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – maggio 2001
* titolo originario: DA CHE PARTE STIAMO

I ripescaggi del Bancario /115

gennaio 1, 2001 Lascia un commento

Mettiamo subito le cose in chiaro. Nel parlare dell’ultimo libro di Franco Barbero (animatore della comunità di base di Pinerolo, biblista e tant’altro) intitolato “Il dono dello smarrimento” intendo avvalermi della facoltà di non essere obiettivo. Anzi rivendico il diritto ad esprimere un giudizio totalmente inficiato dai sentimenti d’amicizia e di stima che mi legano a lui. Non riesco, insomma, a rivestire il ruolo del recensore freddo e distaccato, perché Franco è un riferimento importante nella mia vita di fede e uno dei pochi maestri. – so che la parola a lui non piace, ma pazienza – che mi pare di vedere in circolazione.

Il libro, il secondo di una serie di sette che ha in progetto, apre diverse porte come spesso capita leggendo le cose che scrive da anni. Il linguaggio scelto è volutamente semplice, ma non semplicistico, in forma d’intervista – come nel suo precedente volumetto “Il Giubileo d’ogni giorno” – e privo di intellettualismi di facciata. Filo conduttore è lo smarrimento, il perdere cioè la strada delle facili certezze e dei sentieri ben delineati per approdare da qualche altra parte, magari proprio quella che cercavamo da sempre: “Nella mia vita mi sono smarrito, mi è capitato più volte di smarrirmi e questa catena di ‘smarrimenti’ ha rappresentato un grande dono” (pag.7).

Lo sguardo rivelatore delle Scritture, che Franco divora da anni con una “voracità” impressionante, e l’incontro con le persone più svariate gli hanno aperto panorami sconosciuti, lo hanno scosso e reso inquieto, gli hanno regalato momenti di felicità e di gioia inaspettata. Ed è proprio a partire da questa condizione di perenne ricerca, nella quale molti di noi si riconoscono, che a Franco il vestito della chiesa cattolica sta un po’stretto. Ben disegnato, certo, pieno di orpelli, cucito da sarti di prim’ordine – o che perlomeno si ritengono tali – , ma che rimane comunque un abito buono adatto solo alle grandi cerimonie. Per parlare al cuore ci vuole altro: “Quando mai arriverà per questa chiesa ‘un tempo per perdere’ (Qohelet 3,6) qualche sua sicurezza economica, dogmatica, strutturale?” (pag.11). E’ il sogno che Franco coltiva da anni, senza mai nascondere la testa sotto la sabbia di fronte ai tradimenti e alle delusioni di marca vaticana. Sono le bellissime pagine (105-109) di “Mia cara chiesa”, l’intervento letto, con le lacrime agli occhi, in occasione della presentazione del volume “Da donna a donne” della nostra Ausilia Riggi e che testimoniano il suo amore inguaribile verso una chiesa che spesso lo ha considerato figlio infedele.

Non siamo soli quando ci perdiamo. Lo smarrimento di cui si parla nel libro è anche quello di Gesù, profeta di Nazareth, che una cristologia definita “gloriosa” ha divinizzato al punto tale da cancellare quelle manifestazioni di umanità di cui invece sono piene le Scritture. In questo senso Franco rilegge il brano delle tentazioni, che diventano così segno della precarietà del vivere e della fragilità di un’esistenza che ci costringe ogni giorno a scegliere tra amore e egoismo. Ed è pure il pianto dell’Eterno che quando vide la terra piena di violenza “si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gen 6,5-6, cit.pag.31). Tornano poi i temi di altri suoi scritti: la riforma del papato (com’è difficile parlarne in questi anni di wojtylismo imperante); l’ecumenismo e il dialogo con le altre fedi, dove l’attenzione è posta al rapporto tra cristianesimo e ebraismo e alla necessità di recuperare quelle “alternative che andarono perdute” in seguito alla rottura definitiva con la sinagoga; gli eccessi mariani.

Lo snodo centrale è comunque la riflessione cristologica. In “Gesù, dolce amore mio” (pag.87 e ss.) Franco affronta un terreno impervio, quello degli antichi linguaggi che hanno imbalsamato la figura del Nazareno, ingabbiandolo dentro degli schemi che la ricerca teologica – tre pagine fitte di note e di riferimenti bibliografici lo testimoniano – sta cercando di smontare, e non da oggi. I modelli di Calcedonia e di Nicea non sono più intangibili e ciò che viene messo in risalto è piuttosto la relazione profonda e speciale che Gesà ha avuto con il Padre, del quale è stato in qualche modo “parabola” vivente nella consapevolezza della sua alterità: “identificare Gesù Cristo con Dio va oltre le la testimonianza delle scritture cristiane” (pag.102).

Non ci resta che metterci sulle tracce di Abramo (pagg.117-120). Come lui non abbiamo alcuna voglia di abbandonare i nostri porti sicuri, ma l’invito a muoversi verso una terra promessa e sconosciuta è di quelli a cui non si può dire di no. Sappiamo che correremo rischi e che forse ci sarà un prezzo da pagare, ma davanti ai nostri occhi si spalancheranno orizzonti inediti.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – marzo 2001
* titolo originario: ELOGIO DELLO SMARRIMENTO

I ripescaggi del Bancario /107

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Aggettivi roboanti, lodi sperticate, retorica profusa a piene mani. I media non hanno badato a spese nel celebrare il 20° anniversario dell’elezione a papa di Karol Wojtyla. Non un commento negativo – compresi laicissimi quotidiani come La Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera -, non una misera riflessione problematica: una sorta di black-out mentale ha inibito l’esercizio critico di giornalisti e commentatori. Abbiamo assistito a una beatificazione anticipata, che ha rimosso completamente le contraddizioni del magistero di Giovanni Paolo II. Dice: ecco, i soliti cristiani del dissenso che ce l’hanno sempre con il papa, un bersaglio buono per tutte le stagioni. Ma di fronte a un esercito così compatto di voci inneggianti, la tentazione di “stonare” è troppo forte. Certo, qualche merito a Wojtyla va comunque attribuito. Le sue encicliche sociali sono ricche di spunti significativi e in controtendenza rispetto al pensiero dominante. Le ripetute richieste di perdono per le colpe commesse nel passato dalla chiesa cattolica rappresentano un tentativo, pur viziato da non pochi limiti, di rivisitare in chiave critica secoli di inquisizioni, intolleranze, roghi, coercizione delle coscienze. Non possiamo dimenticare il netto rifiuto opposto, nel 1991, durante la guerra del Golfo, all’intervento americano in Iraq, quel grido accorato contro la guerra “avventura senza ritorno”, assai poco gradito dall’allora presidente statunitense Bush e dalla corte degli alleati. Il tanto strombazzato ruolo avuto nella caduta del comunismo è invece tutto da dimostrare. La verità è che i regimi dell’Est europeo sono crollati sotto il peso di gravissime crisi economiche, incapaci di reggere la sfida tecnologica con l’Occidente. La loro è stata una lenta e sofferta agonia, durata molti anni, e il papa, al limite, può aver accelerato l’inevitabile epilogo. Nulla di più.

L’altro Leitmotiv ha avuto come titolo: “Giovanni Paolo II strenuo difensore dei diritti umani”. E’ vero, il pontefice ha parlato spesso su questo tema, rivendicando con forza il rispetto delle libertà civili e religiose. Ma il suo urlo è stato flebilissimo di fronte ai genocidi perpetrati dai regimi cosiddetti “cattolici” di Cile e Argentina. Wojtyla che, nel 1987, compare sorridente sul balcone presidenziale insieme al generale “golpista” Pinochet è un’immagine difficile da cancellare dalla memoria. Quello che sconcerta è che tra le proprie mura si è negato, di fatto, ciò che si andava predicando in casa d’altri. Questo è stato il pontificato che ha defenestrato il vescovo Jean Gaillot, che ha costretto al silenzio Leonardo Boff, che ha scomunicato il teologo Tissa Balasuriya – salvo poi tornare sulla decisione – negandogli di fatto qualsiasi possibilità di difesa, che ha tolto la cattedra d’insegnamento a Hans Kung, che ha fatto soffrire Bernhard Haring, il più grande teologo morale del ’900, che ha osteggiato e osteggia Eugen Drewermann, che ha fatto finta di non vedere i tre milioni di firme raccolti dal movimento Noi siamo Chiesa, che ha fatto “licenziare” da Famiglia Cristiana don Leonardo Zega – e l’elenco potrebbe proseguire – solo perché hanno espresso opinioni diverse da quelle dell’autorità vaticana. Sul piano ecclesiale e teologico la parola d’ordine è stata “restaurazione”, il modello di riferimento la chiesa trionfante, che leva in alto la croce in nome di un monopolio esclusivo della Verità. La stagione del rinnovamento, inaugurata dal Concilio Vaticano II, è stata spazzata via. Si è cercato di neutralizzare i teologi della Liberazione isolandoli dalle riviste ufficiali della chiesa e dagli incarichi d’insegnamento, perché la loro scelta preferenziale verso i poveri era troppo orientata a sinistra e disturbava equilibri consolidati. In campo morale sono state ribadite le chiusure di sempre, ormai anacronistiche e teologicamente discutibili, anche di fronte al flagello dell’Aids. Le diocesi sono state normalizzate con la nomina di vescovi conservatori vicini a movimenti come l’Opus Dei (1) e Comunione e Liberazione, che per la loro forza e compattezza riscuotono l’ammirazione di Wojtyla. Il dialogo ecumenico ha subito un brusco arresto perché si è continuato a sostenere che se non c’è piena comunione con il papa e la chiesa cattolica non può esserci una piena comunione cristiana. Il ruolo delle conferenze episcopali e dei sinodi è stato ridimensionato. Sul sacerdozio femminile il no è diventato definitivo. Il motu proprio di Giovanni Paolo II del 28 maggio 1998 “Ad tuendam fidem” e il successivo commento di accompagnamento del cardinale Ratzinger, arrivano addirittura a sostenere che chiunque ritenga che le donne possano essere ordinate è da considerarsi un eretico. E qui ci fermiamo.

Da dove nasce, allora, tutta questa deferenza nei confronti del papa, la continua glorificazione di ogni suo gesto e di ogni sua parola? Credo che Wojtyla sia uno dei più straordinari “prodotti” mediatici del nostro secolo, che stampa e televisione hanno costruito con rara abilità sin dall’inizio del pontificato: vi ricordate i pezzi di colore sul papa che scia, che nuota, che è telegenico, che da giovane era fidanzato, che conosce decine di lingue, che è un uomo come noi, ecc…? Il papa, d’altra parte, ha visto nei media un formidabile strumento di evangelizzazione dalle potenzialità enormi, ma le conseguenze sono state la riduzione del mistero a puro spettacolo, il simbolo e il dramma religioso ridotti a meeting di piazza: «Queste messe negli stadi, queste processioni monstre, queste benedizioni massicce diventano un elemento del grande spettacolo televisivo che consuma della religione. Tutto diventa folklore per la curiosità. Niente impegna. Ma un profeta non è una vedette. Se Gesù Cristo fosse apparso sulla terra all’epoca della TV, c’è da scommettere che non avrebbe avuto apostoli. Il suo vicario attira le folle, ma può convertire dei cuori ?» (2). Al papa sofferente, sia chiaro, va tutta la mia compassione. Penso anche che gli errori commessi siano da imputare, in parte, a un ruolo che nessun uomo, da solo e con l’immenso potere attribuitogli, è in grado di sostenere. I suoi vent’anni di pontificato, tuttavia, presentano parecchie zone d’ombra.

NOTE

(1). Cfr. OPUS DEI ?, in “TDF”, n.1, gennaio 1998.
(2). Jean-Marie Domenàche in “Le Monde”, 30 maggio 1980.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – gennaio 1999
* titolo originario: PAPOLATRIA

I ripescaggi del Bancario /106

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Alla cortese attenzione
Sig.Presidente del Consiglio
Massimo D’Alema (1)

Egregio Sig.Presidente,

ho deciso di scriverle dopo un grosso travaglio interiore. Negli ultimi mesi si è scatenato un dibattito molto acceso sul finanziamento pubblico alle scuole private. La ringrazio per l’attenzione che Ella ha mostrato nei confronti di questo argomento, a noi (parlo di una parte rilevante del mondo cattolico) così caro perché riguarda l’educazione e la formazione dei giovani all’interno delle nostre strutture educative. A mio avviso, però, il suo governo ha mostrato troppe ambiguità sui provvedimenti che intendeva adottare e ciò ha rinfocolato ulteriormente le polemiche. Non lo prenda come un rimprovero. La mia è una semplice osservazione fraterna. D’altronde sono perfettamente consapevole delle responsabilità che il mondo cattolico ha avuto nella vicenda. Ed è proprio da qui che voglio partire. Egregio sig.Presidente, caliamo il sipario su tutta la commedia. Due sere fa è successo qualcosa che mi ha profondamente turbato. Verso le undici vado a letto e per prendere sonno inizio a leggere un documento della CEI, uno dei più contorti, da assopimento immediato (dopo un minuto sto già russando…). Abbracciato a Morfeo (2), come nelle migliori tradizioni mi appare in sogno un angelo che mi dice: «Camillo, Camillo, perché continuate a inseguire le logiche del mondo, andando alla caccia di prebende e favori? Sono secoli che da quassù ve lo ripetiamo: come il sale si disperde nella minestra e le dà sapore, così siate voi in mezzo agli uomini…». Affianco a me, nel sogno, c’è il cardinal Biffi che, con la sua consueta irruenza, ribatte prontamente: «Giovanotto, le ricordo però che fu detto: “Voi siete la luce del mondo!”». L’angelo, serafico e con un sorriso paterno, gli risponde: «Hai ragione, Giacomo, ma nessuno vi ha detto di farvi pagare la bolletta dallo Stato…». Mi sono svegliato di soprassalto, in preda al panico, e da quel momento è riaffiorata una domanda che serbo in cuore da un po’ di tempo: ma al di là dell’art.33 della Costituzione, della legittimità da parte nostra di ricevere finanziamenti, dei possibili escamotage che Ella e il suo governo hanno studiato in questi mesi, ha senso che esista una “scuola cattolica”? Be’, forse nel secolo scorso sì, quando lo Stato era impregnato di anticlericalismo, ma oggi la situazione è completamente capovolta se penso che è proprio l’amministrazione pubblica a pagare gli stipendi degli insegnanti di religione formati, assunti e licenziati…dalle curie diocesane. In realtà, ill.mo sig.Presidente, quello che ci ha mossi è una grande, tremenda paura: la paura che il cattolicesimo italiano perda la visibilità che ha avuto nel passato. Le parrocchie sono deserte, i giovani non ci seguono più, le vocazioni stanno subendo un calo irrefrenabile. La scuola cattolica diventa, di conseguenza, uno spazio d’influenza insostituibile, uno degli ultimi baluardi per la missione evangelizzatrice della Chiesa. La nostra animosità sul problema dei finanziamenti è figlia della crisi in cui versiamo. Egregio Presidente, battiamo cassa perché abbiamo il terrore di non poter contare più nella società. E questo era anche il mio pensiero nei mesi scorsi. Ma oggi vedo le cose in maniera diversa. Il sogno, alcune riflessioni personali, i consigli d’intellettuali a me cari come Ernesto Galli della Loggia (3) mi hanno fatto ricredere. I cattolici, che sono sempre stati molto attenti alle questioni sociali (e lo dimostra la nostra presenza nel mondo del volontariato), hanno deciso di crescere sul piano della sensibilità civica. Ci hanno sempre accusati di avere scarso senso della “cosa pubblica” (e che la breccia di Porta Pia ci sta ancora sullo stomaco…), bene, è giunta l’ora di dimostrare il contrario. Caliamo il sipario vuol dire, Presidente, che il mondo che rappresento rinuncia a ogni pretesa di finanziamento pubblico, sotto qualsiasi forma, fosse pur indiretta. Ne ho parlato con il Santo Padre che mi ha dato il suo assenso e spiegherò la mia decisione a tutti i cattolici italiani con una lettera che farò pervenire alle parrocchie. Vogliamo concentrare sforzi, idee ed energie per migliorare la scuola pubblica. E’ in questa sede che intendiamo rendere viva la nostra testimonianza, confrontandoci con tutti, in spirito di dialogo e fraternità. Non c’interessa più coltivare spazi esclusivi, perché, in una società multietnica, questa strada porta direttamente alla “balcanizzazione” del sistema scolastico, con scuole confessionali finanziate dallo Stato capaci solo di alzare steccati tra loro. Ma le dirò di più, ill.mo sig. Presidente. In occasione del Giubileo la Chiesa Cattolica vuole compiere un gesto davvero importante, in accordo anche con gli ordini religiosi presenti sul territorio italiano. Tutti i nostri edifici scolastici, a partire dal prossimo anno, saranno regalati allo Stato con l’impegno che li utilizzi come centri di accoglienza per stranieri e nei quali i nostri insegnanti potranno essere utilizzati per corsi di alfabetizzazione, consulenze, sostegno psicologico e quant’altro il suo governo riterrà opportuno. Questo è l’inizio di una nuova stagione nel rapporto tra Stato e Chiesa. Le porgo i miei più cordiali saluti.

Mons. Camillo Ruini, presidente della Conferenza Episcopale Italiana

NOTE
(1). Quando il giornale uscirà – visti i chiari di luna del sen.Cossiga – Massimo D’Alema potrebbe non essere più presidente del Consiglio.
(2). Dio mitologico dei sogni, figlio del Sonno.
(3). Cfr. Ernesto Galli della Loggia, La nuova questione cattolica, Corriere della Sera, 15 maggio 1997.



FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – febbraio 1999
* titolo originario: E UN ANGELO APPARVE A RUINI

I ripescaggi del Bancario /45

gennaio 1, 1998 Lascia un commento

Qualcuno è cattolico perché scrive sull’”Avvenire”.

Qualcuno è cattolico perché il parroco ha trovato un posto di lavoro a suo figlio.

Qualcuno è cattolico perché Che Guevara era comunista.

Qualcuno è cattolico perché Andreotti è cattolico.

Qualcuno è cattolico perché Gesù avrebbe detto: “Su questa pietra edificherò la mia chiesa…cattolica”.

Qualcuno è cattolico perché “il Papa è tanto una brava persona”.

Qualcuno è cattolico perché l’ha detto la televisione.

Qualcuno è cattolico perché la carità è benigna, è paziente la carità, tutto tollera tranne i lavavetri ai semafori.

Qualcuno è cattolico perché suo nonno era cattolico, suo padre era cattolico, sua zia era cattolica, sua cugina è cattolica, suo nipote è cattolico, ecc, ecc, ecc…

Qualcuno è cattolico perché i musulmani sono brutti, sporchi e cattivi e gli ebrei pensano solo ai soldi.

Qualcuno è cattolico perché se Dio c’è, è sicuramente cattolico.

Qualcuno è cattolico perché non usa mai il preservativo, anche con le prostitute.

Qualcuno è cattolico perché da piccolo andava all’oratorio.

Qualcuno è cattolico perché gli Stati Uniti sono un grande paese “cattolico”. E a favore della pena di morte.

Qualcuno è cattolico perché è contro la violenza di ogni tipo. Soprattutto quando a commetterla non è lui.

Qualcuno è cattolico perché “così la mamma è contenta”..

Qualcuno è cattolico perché dà l’otto per mille alla chiesa cattolica. Il resto lo evade.

Qualcuno è cattolico perché non vuole che un omosessuale possa fare il maestro elementare. Se non iniziamo a discriminare oggi, a chi chiederemo perdono fra trecento anni?

FAUSTO  CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – maggio 1998
* titolo originario: PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI CATTOLICI
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