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Articoli taggati ‘g8’

Pestati e mazziati /3

dicembre 2, 2008 Lascia un commento

Titolo: “Omertà di stato”
Autore: redazionale
Fonte: La newsletter di MISTERI D’ITALIA n.125 – dicembre 2008

Sintesi: E’ stata depositata la motivazione della sentenza del Tribunale di Genova per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. I giudici sono durissimi. Scrivono che i diritti elementari furono sospesi e che è impossibilite attribuire ai “vertici” la responsabilità di quanto avvenuto a causa della sostanziale omertà delle forze di polizia che male interpretarono “lo spirito di corpo”.

Il 27 novembre scorso è stata depositata la motivazione della sentenza del tribunale di Genova per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.

Il documento di 451 pagine spiega il perché delle 15 condanne (con pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni) e delle 30 assoluzioni. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, in assenza nel nostro codice del reato di tortura, erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Continua a leggere…

Categories: giustizia, politica Etichette:

Pestati e mazziati /2

novembre 16, 2008 Lascia un commento

Titolo: Oltre il limite
Autore: Giuseppe D’Avanzo

Fonte:
La Repubblica – 15/11/2008

Sintesi: Dopo la pessima sentenza di Genova sui pestaggi alla Diaz ha preso la parola Vincenzo Canterini, capo delle tre squadre del VII nucleo antisommossa che, per prime, invasero la Diaz e, armate dei micidiali manganelli “tonfa” usati al contrario, bastonarono decine di ragazzi e ragazzi, ferendone 82 e riducendone tre in fin vita. Canterini, condannato a quattro anni di carcere (tre cancellati dall’ indulto),  ha scritto ai suoi «ragazzi» una lettera che è una sfida alla Costituzione, un oltraggio alla «disciplina» e all’ «onore» che dovrebbero orientare, per la Carta, i servitori dello Stato.

La pessima sentenza di Genova per i pestaggi della Diaz imponeva che subito dovessero venire dalle istituzioni, dalla polizia, dalla politica chiari segnali rassicuranti della fedeltà alla Costituzione delle forze dell’ ordine. Per un intero giorno, il silenzio. Un silenzio non imbarazzato, non pudico, ma quasi soddisfatto. Come se l’ esito minimalista del processo genovese, che si sovrappone alla mediocre e ambigua conclusione del dibattimento per le torture di Bolzaneto, potesse chiudere senza danno – “e finalmente” – la ferita profonda che i giorni del G8 hanno aperto tra lo Stato e la società, tra le istituzioni e una giovane generazione di cittadini. In questo assordante e colpevole silenzio, ha preso la parola soltanto Vincenzo Canterini, il comandante del Reparto Mobile, della Celere di Roma, condannato a quattro anni di carcere (tre cancellati dall’ indulto). Canterini, il capo delle tre squadre del VII nucleo antisommossa che, per prime, invasero la Diaz e, armate dei micidiali manganelli “tonfa” usati al contrario, bastonarono decine di ragazzi e ragazzi, ferendone 82 e riducendone tre in fin vita. Canterini ha scritto ai suoi «ragazzi» una lettera che è una sfida alla Costituzione, un oltraggio alla «disciplina» e all’ «onore» che dovrebbero orientare, per la Carta, i servitori dello Stato. E’ una rivendicazione di uno spirito di corpo omertoso («Io e voi sappiamo benissimo che cosa è successo; ci siamo guardati più volte negli occhi»). è un avvertimento alle gerarchie che avrebbero abbandonato il «Reparto» al loro destino («Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte si siamo sentiti umiliati e forse traditi»). è soprattutto la riproposizione delle menzogne disseminate, nel corso di sette anni, per impedire l’ accertamento della verità. Scrive Canterini: «Quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di noi (~) Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni». La verità è che nessuno ha aggredito, nella Diaz, Canterini e i suoi «ragazzi». La verità è che nella Diaz non c’ è stata nessuna colluttazione, non fu trovato nessun passamontagna, nessun bastone, nessuna catena, nessun maglio spaccapietre (come accreditò una sua relazione di servizio). La verità è che nessuno dei picchiatori di Canterini fu ferito (anche questo giurò) e i referti medici furono tutti manipolati. La verità – la sola verità che pessime sentenze, miopi convenienze politiche, opportunisti istituzionali non potranno cancellare – è che quella notte di luglio Canterini e i suoi «ragazzi», forse dopo essersi guardati negli occhi, si abbandonarono a un pestaggio brutale di uomini e donne indifesi e inermi. «Facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere», è l’ esortazione conclusiva di Canterini. è un’ esortazione anche per noi. Se vince un poliziotto come Canterini perdiamo tutti. Dopo aver letto il comandante dei nuclei antisommossa sappiamo di non poterci affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie. Sappiamo di aver bisogno di difendere con intransigenza le garanzie offerte dalla Costituzione e i diritti assicurati dalla legge, quelli calpestati a Genova. Sappiamo di dover ancora pretendere di sapere (nonostante la giustizia si sia mostrata timida e impotente) che cosa, come, perché sono state sospese a Genova le regole e l’ umanità; con la responsabilità di chi è nato quel «vuoto di diritto» che ha consegnato la vita delle persone, spogliata di ogni dignità, alla violenza arbitraria, disumana che Canterini ha l’ arroganza di rivendicare. Una domanda, però, pretende una risposta subito. Canterini e i suoi «ragazzi» possono ancora restare nei ranghi della polizia?

Categories: cronaca, giustizia Etichette:

Pestati e mazziati /1

novembre 16, 2008 Lascia un commento

CREDIBILITA’ AZZERATA
COMITATO VERITA’ E GIUSTIZIA PER GENOVA

Lo stato ha perso anche l’ultima occasione per tutelare la credibilità della polizia e la dignità delle istituzioni, perdute nella strade, nelle scuole e nelle caserme di Genova nel luglio 2001: la sentenza di ieri al processo Diaz dimostra che siamo di fronte a una gravissima emergenza democratica.
Le 13 condanne confermano ciò che non si poteva negare: la “macelleria messicana”, gli arresti arbitrari eseguiti sulla base di prove false. Il 21 luglio 2001 la Costituzione fu sospesa, i diritti umani e le libertà civili calpestati.

La mancata risposta dello stato a questa gravissima lesione ha reso più allarmante il quadro: nessuno ha ripudiato quell’operazione indegna né chiesto scusa ai cittadini umiliati; si è negata l’istituzione di una commissione d’inchiesta; l’azione della magistratura è stata ostacolata; gli alti dirigenti imputati, che andavano sospesi, sono stati addirittura promossi; gli stessi dirigenti hanno rifiutato di presentarsi al processo, esercitando un loro diritto di imputati, incompatibile però sul piano etico e professionale con le responsabilità di così alti funzionari dello stato, che dovrebbero sempre rendere conto del proprio operato e collaborare con la magistratura.

Alla fine il vertice della polizia italiana ha ottenuto tutto ciò che voleva – protezione e legittimazione politica, assoluzione sul piano giudiziario, impunità per tutti – ma l’onta non è stata cancellata e la sua credibilità è azzerata davanti ai cittadini e agli occhi del mondo. In aggiunta si è mandato ai lavoratori di polizia un messaggio gravissimo e pericoloso: anche a fronte di comportamenti brutali e illegali, non c’è nessuno che paga; nel peggiore dei casi, i condannati saranno salvati dalla prescrizione.

Per le istituzioni democratiche è un prezzo altissimo da pagare. Passati sette anni, finiti i processi, oggi dobbiamo dire che la Costituzione italiana e la tutela dei diritti che vi sono sanciti, non sono in buone mani.

Sabato 15 novembre invitiamo tutti all’incontro pubblico “Genova G8, parola chiave: impunità”, Genova, sala Sant’Agostino, piazza Sarzano 35 r, ore 11.

Intervengono: Vittorio Agnoletto, Giuliano Giuliani, Lorenzo Guadagnucci, Gilberto Pagani, Giuliano Pisapia, Mario Portanova.

Genova, 14 novembre 2008

Categories: giustizia, politica Etichette:

I ripescaggi del Bancario /121

gennaio 1, 2001 Lascia un commento

Aveva ragione Totò: è la somma che fa il totale. Prendete un foglio di carta bianca e fate con noi il gioco delle associazioni, quello per cui una parola ne richiama un’altra, e poi un’altra e poi un’altra ancora. Scrivete sul foglio Seattle, Nizza, Napoli, Quebec City,Goteborg, tirate una bella riga in fondo e vi accorgerete che da un po’ di tempo soffia un vento diverso rispetto alla calma piatta degli ultimi vent’anni. Il pensiero unico, felice definizione coniata da Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique, per descrivere una filosofia del mondo imperniata esclusivamente sulle leggi del mercato, traballa e voci sempre più insistenti si alzano per opporre ad esso una nuova “narrazione” del mondo.

Genova è stata l’ultima stazione, da aggiungere alle altre, di un percorso che sta prendendo sempre più forma, all’interno del quale la consapevolezza del cambiamento non è più patrimonio di pochi. Se addirittura il petroliere Edoardo Garrone – noto guerrigliero della Selva Lacandona – , a Porto Marghera, in apertura dell’annuale convegno dei giovani industriali italiani di qualche mese fa, osa affermare che lo sviluppo economico non può avere la solo la faccia del Pil, ci sono concrete possibilità di non essere più scambiati per pazzi utopisti.

Anche il mondo cattolico italiano, nel suo complesso, sta dando segni confortanti di una ritrovata vitalità. Il manifesto sottoscritto per il controvertice di Genova da circa una trentina tra associazioni e gruppi missionari è un fortissimo j’accuse ai grandi della Terra che, senza enfasi retorica o generici richiami alla bontà evangelica, sottolinea le loro grandi responsabilità nella costruzione di una società più giusta. L’appello non è stato sottoscritto da Comunione e Liberazione, che più in generale ha accusato il popolo di Seattle ( e quindi i molti cristiani che ne fanno parte) di rappresentare delle istanze borghesi, un’eco – assai più debole sotto il profilo culturale – del monito che Pasolini lanciò ai ragazzi del ’68 nella poesia Il PCI ai giovani in occasione degli scontri di Valle Giulia. Francamente non capiamo. Le incoerenze all’interno del movimento non ci sono sconosciute, ma se dal mondo ricco, il nostro mondo, qualcuno ha iniziato a prendere coscienza delle gravi contraddizioni che attanagliano il pianeta in cui vive, dove sta il problema ? Dovrebbe essere piuttosto il silenzio assordante di questi anni a scuotere gli animi dei ciellini i quali però, evidentemente, per non disturbare il manovratore loro amico (vedi alla voce Berlusconi) si sono tenuti lontani da Genova.

Altra accusa stucchevole, che rischia di diventare un tormentone infinito, è quella secondo cui il popolo di Seattle ha in odio la globalizzazione e pretenderebbe di fermare un treno la cui corsa è inarrestabile. A parte il fatto che se il convoglio in questione è palesemente destinato a schiantarsi contro un muro qualsiasi tentativo che cerchi d’impedire il tragico impatto dovrebbe essere oggetto di plauso più che di biasimo, la questione ci sembra riconducibile, in sintesi, al rapporto tra diritti e mercato. I primi – diritti dell’umanità, dell’ambiente, delle generazioni future, di chi lavora – necessitano di tutele forti e di essere sottratti al dominio incontrastato delle due astrazioni – mercato e tecnologia – che hanno dominato tutta la fase storica più recente. Reclamare queste priorità, come hanno fatto le migliaia di persone che hanno invaso Genova, non può essere tacciato di antiglobalismo perché si tratta, al limite, dell’esatto contrario. Ciò che si chiede, infatti, è una globalizzazione reale, all’interno della quale tutti i popoli abbiano le stesse opportunità di crescita sociale ed economica, mentre lo spettacolo odierno ci offre invece un mondo spaccato a metà, con sperequazioni mai viste.

Una domanda a questo punto è inevitabile, e più di un osservatore l’ha sollevata: siamo di fronte a un nuovo Sessantotto e ce ne stiamo accorgendo solo adesso? La voglia di cambiamento è simile, non c’è dubbio, entrambi i movimenti partono dai giovani e, oggi come allora, c’è una critica serrata ai poteri economici e finanziari che prendono il sopravvento sulla politica. Il popolo di Seattle è però più eterogeneo, forse meno ideologizzato – manca un riferimento forte come fu il comunismo per i sessantottini – e più legato a problemi concreti (la riforma delle grandi istituzioni internazionali, la remissione del debito dei paesi poveri, l’abolizione dei paradisi fiscali, ecc…) che hanno ricadute pesanti sulla vita quotidiana di miliardi di persone. A differenza di trent’anni fa oggi, inoltre, sembra esserci maggiore consapevolezza sulla pericolosità dell’uso della violenza come strumento di lotta anche se la questione è tutt’altro che definita. Certi furori rivoluzionari appaiono davvero un po’ingenui e datati e mal s’attagliano alla complessità dei problemi che abbiamo davanti. Michele Serra in un articolo apparso su la Repubblica del 14 luglio 2001, ricordava come molti della sua generazione siano stati segnati e abbiano segnato altri “proprio per aver bypassato la riflessione etica sulla violenza […] quel che non sapevamo e non capivamo è che mezzi e fini sono la stessa cosa, vagoni dello stesso convoglio […] e che un rivoltoso violento e impietoso sarebbe diventato un potente cinico, un ministro poliziesco, un licenziatore menefreghista”.

Mentre scriviamo Genova è reduce da due giorni di guerriglia urbana come da anni non accadeva nel nostro paese e un ragazzo di 20 anni ha perso la vita. A chi attribuire la colpa ? I resoconti di amici che in quei giorni erano nel capoluogo ligure parlano di attacchi predeliberati da parte della polizia e di un magnifico corteo di 200mila persone al quale è stato impedito di manifestare liberamente: la repressione è una vecchia risposta alla quale il potere non rinuncia mai. Sui Black bloc molto resta da chiarire (perché hanno scorazzato in libertà per le vie di Genova ? Che senso ha quella gustosa foto da villaggio Valtour che vede inquadrati un poliziotto e dei manifestanti muniti di robuste spranghe, il tutto come se fosse un vecchio gruppo di amici? ), ma a giudizio di chi scrive anche lo sfondamento della cosiddetta “linea rossa”, tanto pompata nelle settimane precedenti il vertice da settori importanti del Genoa social Forum, avrebbe scatenato un’escalation di violenza.

Archiviata Genova, qual è la proxima estación ? Si tratta di dare continuità a ciò di che positivo è stato costruito negli ultimi due anni., acquistando una sempre maggior credibilità di proposte, allargando la rete del consenso e delle alleanze con nuove forme di mobilitazione che vadano al di là dei raduni anti-vertici, che certo hanno rappresentato un passaggio obbligatorio per dare visibilità mediatica al movimento, ma che rischiano di diventare alla lunga stantie espressioni di “turismo rivoluzionario”. L’idea che circola – parliamo del nostro paese -, e non possiamo che esprimere il nostro pieno assenso al riguardo, è quella di costituire un Forum sociale, che sulla scia del Genoa social forum, diventi una struttura permanente all’interno quale associazioni, gruppi e singoli cittadini possano canalizzare le loro spinte al cambiamento, con lo sguardo rivolto a Porto Alegre dove il prossimo anno si terrà il secondo incontro mondiale del “movimento dei movimenti”.

I temi di confronto e di discussione non mancano ed e’inutile fare l’inventario di problemi che conosciamo tutti. Tra i tanti, però, ci sembra rivestire un’importanza particolare il ruolo della politica e il suo futuro, oggi cosi incerto al punto tale da spingere qualcuno a parlare di suo tramonto. La crescita dell’astensionismo è uno dei segni – nelle recenti elezioni inglesi ha votato il 59% degli aventi diritto, negli Stati Uniti i tassi di partecipazione alle consultazioni elettorali sono sempre più bassi (tanto alla fine vince addirittura chi ha preso meno voti) – ma la disaffezione e la sfiducia vanno al di là del mero momento elettorale. Non è vero che agli occhi del popolo di Seattle “la spoliticizzazione derivante dal trionfo dell’economia sembra essere una manna” (Barbara Spinelli, La Stampa, 15 luglio 2001), perché il governo degli avvenimenti è invece tra le istanze più sentite all’interno del movimento, purché non si affidato in esclusiva nelle mani di otto persone che a loro volta devono render conto alle pressioni e ai desiderata dei loro grandi e veri elettori, che rispondono al nome di corporation trasnazionali, lobbies economiche e Confindustrie. E’ il governo degli avvenimenti passa da diverse strade come una seria riforma dell’Onu, nuove forme di democrazia sull’esempio proprio di Porto Alegre dove i cittadini sono chiamati direttamente in causa nella elaborazione del bilancio della loro città, un potere di controllo più diffuso attraverso i nuovi di mezzi di comunicazione (Internet in testa) che oggi rappresentano, invece, un ennesimo motivo di esclusione. E chissà che in tutto questo riflettere e agire non trovi una nuova ragion d’essere anche la sinistra politica – italiana e no – , perché la ricerca di un’identità forte e precisa non può durare all’infinito.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – agosto 2001
* titolo originario: PROXIMA ESTACION?

I ripescaggi del Bancario /117

gennaio 1, 2001 Lascia un commento

La sentiremo risuonare anche a Genova, in occasione del G8, come ormai succede da più di anno, ogni qualvolta i grandi della Terra si riuniscono per assumere decisioni che investono la vita e il futuro di miliardi di persone. E’ la voce del “popolo di Seattle” e sugli aspetti problematici di questo movimento, che mette insieme realtà tra le più disparate unite dal comune impegno per un mondo a misura d’uomo, abbiamo intervistato Fabio Lucchesi della segreteria della Rete Lilliput, coordinamento di associazioni nato da un’idea di Padre Alex Zanotelli e che avrà un ruolo di punta nelle contromanifestazioni di luglio.

Parliamo del “popolo di Seattle”, definizione che forse a voi non piace molto,ma che è ormai diventata di comune uso giornalistico e vorrei iniziare con una provocazione, a partire da alcune osservazioni sollevate da Giuliano Ferrara, in un articolo su Panorama, sui vostri appoggi economici. Insomma, fate proprio tutto da soli?
E’ vero, la definizione “popolo di Seattle” non ci piace, è il frutto di un’esagerata semplificazione giornalistica portata a fissarsi soltanto sugli eventi esteriori. I movimenti che erano in piazza a Seattle hanno prodotto in questi anni fior di documenti sui guasti provocati dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Sarebbe interessante che i giornalisti parlassero di queste critiche e delle nostre controproposte anziché dilettarsi a trovare definizioni da dare in pasto alla gente. Per quanto riguarda Ferrara, bè, che dire? Molto è stato scritto e detto sull’esplosione di libertà generata da strumenti come Internet e stupisce non poco che il direttore del Foglio sollevi dei dubbi sui risultati che proprio questa libertà produce. Sarebbe fin troppo facile dimostrare che il nostro movimento non è finanziato da alcuno, forse non altrettanto si può affermare di certo giornalismo fazioso.

Di voi si dice che siete quelli che “sono contro la globalizzazione”, ma qualcuno sostiene che è come non essere d’accordo con la legge di gravità. Puoi chiarire che idea avete sui processi in corso che ormai hanno creato una rete d’interdipendenza tra tutti i paesi del mondo?
E’ davvero banale la rappresentazione che spesso si fa di noi. La globalizzazione è un termine che necessita di un’ulteriore definizione in quanto descrive semplicemente il fatto che le scelte che oggi si compiono hanno delle ricadute su scala mondiale. La domanda centrale è: ma in quale direzione devono essere orientate? Oggi ciò che viene privilegiata è esclusivamente la totale libertà delle imprese nella ricerca del massimo profitto, mentre quella dell’individuo è vista solo come “libertà di consumare”. Noi crediamo, invece, che i colori della globalizzazione debbano assumere anche altre “tonalità”, che sono poi quelle della solidarietà internazionale, del diritto di ogni uomo a godere dei beni comuni dell’umanità, della libertà di ogni popolo di decidere le proprie sorti in maniera democratica. Ci consideriamo, quindi, un movimento per la globalizzazione della giustizia e della solidarietà (sta scritto nella nostra stessa ragione sociale “Rete di Lilliput per un’economia di giustizia”). Vorremmo capire piuttosto perché chi afferma che la società di oggi è massimamente libera pretende poi che questa libertà si eserciti solo in campo economico!

Il popolo di Seattle è di sinistra? E se sì, che cosa vi distingue allora dall’estrema destra di Rauti o di Forza Nuova che come voi contesta l’imperialismo americano, la Trilateral e boicotta i Mc Donald’s?
Sì, si può dire che la stragrande maggioranza del “popolo di Seattle” è di sinistra in quanto si richiama ad ideali come la giustizia e la democrazia che affondano le loro radici storiche nella cultura della sinistra. Certi movimenti di destra, invece, “solleticano” soltanto l’egoismo di chi vorrebbe che i diritti umani non fossero universali. Detto ciò però è desolante dover notare la distanza della nostra cultura dalle forze politiche che, venendo da una tradizione “di sinistra”, governano oggi l’Europa ed il mondo secondo logiche puramente economiche e fanno a gara ad allinearsi con le richieste del liberismo e delle imprese.

Il presidente del Consiglio vi convoca a Palazzo Chigi e vi chiede d’indicargli tre provvedimenti che ritenete fondamentali per tradurre in fatti concreti le vostre istanze. Che cosa gli dite?
La provocazione è buona, ma credo che i suoi interlocutori siano ben altri. Comunque se c’interpelasse gli proporremmo d’impegnarsi affinchè i paesi più ricchi:
1) perseguano la cancellazione totale e incondizionata del debito delle nazioni povere, per impedire che il Sud sia costretto a svendere le proprie risorse e la propria forza lavoro sul mercato mondiale
2) istituiscano una tassa sulle speculazioni finanziarie (Tobin Tax), per far sì che i grandi profitti delle imprese servano almeno in parte a finanziare un diverso sviluppo delle comunità povere del Sud, e un’autorità di controllo sovranazionale sui modi di produzione delle grandi imprese
3) riconoscano formalmente che le decisioni degli organismi economici internazionali (BM, FMI, WTO, G8 ,ecc.) sono vincolate al rispetto dei trattati che tutelano la salute, le condizioni di lavoro e l’ambiente.
Non sono le proposte che ci mancano….ma le orecchie che ci ascoltano!

A proposito dei grandi organismi internazionali. Spesso sono al centro delle vostre critiche più aspre, anche perché non godono di alcuna legittimazione popolare. Ma allora, che si fa, indiciamo delle elezioni e facciamo scegliere ai cittadini il direttore del Fondo Monetario Internazionale?
Non credo che il problema sia l’elezione di Tizio o Caio, ma – come già detto – di togliere potere a istituzioni che si sono arrogate il diritto di decidere della nostra vita. Vogliamo ridimensionare il potere dell’economia sulla società e non impadronirci delle leve del potere economico!

Mi sembra che tra i vostri obiettivi ci sia quello di ricostruire un paradigma nuovo di politica che sia davvero “potere di tutti”, per dirla alla Capitini. Ma concretamente che cosa significa? Esistono modelli precisi cui far riferimento o questo “potere di tutti” non rischia di essere uno slogan velleitario che fa il verso a quelli che hanno inondato certa parte del ’68?
E’ vero, oggi non esistono modelli precisi di riferimento democratico. Ridare potere alla democrazia è un’istanza di fondo ancora tutta da concretizzare. Io direi che ancora prima dobbiamo ricreare legami di solidarietà sociale che permettano alla gente di compiere scelte non solo sulla base della ‘democrazia per delega’. E’ una sfida epocale: ridare potere decisionale e non solo economico agli individui ed alle comunità locali.

Parte del movimento si dichiara nonviolento, ma non ci pare di avere sentito una voce chiara e forte contro le esplosioni di violenza che si sono verificate da Seattle in poi. E’ solo un’impressione o c’è una certa debolezza nell’isolare le frange più estremiste?
E’ giusta questa riflessione. La rete di Lilliput si dichiara apertamente disposta a forme di mobilitazione e di protesta soltanto di chiaro carattere nonviolento. Sulla questione della violenza peraltro anche i mass media dovrebbero fare una riflessione non ipocrita. Quanto spazio viene dato a una vetrina sfasciata rispetto ai soprusi e alle sofferenze quotidiane che questo sistema infligge a milioni di persone. Tuttavia nell’invocare una riflessione non ipocrita da parte degli altri occorre riflettere anche sulle proprie azioni. Non serve tanto condannare gli atti di teppismo che accompagnano molte manifestazioni quanto creare una riflessione nel nostro movimento sull’inaccettabilità e l’inutilità della violenza. In tal senso comunque dei passi in avanti si stanno facendo. Nel documento di costituzione del Forum Sociale di Genova (che è il coordinamento delle associazioni italiane che intendono manifestare contro il G8 del prossimo luglio) si dichiara esplicitamente che, pur nella diversità delle forme, ogni espressione di protesta dovrà avere carattere pacifico e nonviolento. Mi sembra una dichiarazione di principio importante.

Non vi viene il sospetto di essere una semplice avanguardia i cui buoni propositi davvero poco importano, per non dire altro, a milioni di persone che di consumi critici, vita sobria e economia solidale non sanno che farsene?
E’ fin troppo ovvio che chi scende in piazza per rivendicare che un mondo diverso è possibile o chi parla di modelli di sviluppo alternativi sia una minoranza (più o meno numerosa è discutibile). Ma siamo sicuri che le istanze e le proposte di queste persone non interessino per niente alla maggioranza dei cittadini? Per fare un esempio banale nei giorni di Seattle (almeno una volta la dovevamo citare!) abbiamo avuto l’impressione che l’opinione pubblica (i milioni di persone insomma e non solo chi era in piazza) abbia accolto con un moto di sollievo le manifestazioni ed il fallimento del vertice del WTO, come se vedesse in questo una voglia di non sottostare più passivamente a meccanismi economici i cui effetti negativi sono sempre più evidenti. Spesso si ha l’impressione che la maggioranza della gente accetti questo sistema non perché è davvero convinta che sia giusto e buono ma perché non riesce a immaginare un’alternativa. Il nostro compito è quello di disegnare orizzonti diversi.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – giugno 2001
* titolo originario: L’ALTRA VOCE
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