Vi ricordate lo strepitoso inizio del Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels: “Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”? Bene, dimenticate tutto, quella è roba che non fa più paura a nessuno. C’è un altro fantasma – ma vedremo sempre più in carne e ossa – che circola per il Vecchio Continente. Appare, scompare, suscita allarmismi, solleva consensi, assume sembianze e nomi diversi. Una locuzione che lo definisce in maniera sintetica è “estrema destra”, dove dentro ci troviamo tante cose che adesso proviamo a spiegare. Non solo Haider, innanzi tutto. Non commettiamo l’errore di pensare che il leader austriaco di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi sia l’unica faccia della questione (vedi scheda 1) .
Storia vecchia
In realtà ciò che stiamo trattando è storia vecchia. Dal 1945 agli anni ’80 è confinata in Italia e in alcune dittature dell’Europa meridionale (per esempio la Grecia). E’ la storia del Movimento Sociale Italiano (Msi), guidato per anni da Giorgio Almirante, che facendo propria l’eredità del fascismo tenterà di rilanciarne idee e valori, rimanendo però sempre ai margini del panorama politico italiano, perlomeno quello ufficiale, perché sul ruolo avuto nelle trame eversive che hanno condizionato l’Italia del dopoguerra molto ci sarebbe da dire e forse da scoprire.
Per lungo tempo l’Msi è il partito-faro dell’estrema destra europea e solo negli anni 80-90 il suo posto è preso dal Fronte nazionale francese (Fn), il partito di Jean Marie Le Pen, che da movimento per pochi intimi diventa la quarta forza politica nazionale cavalcando temi come anticomunismo, nazionalismo, lotta all’immigrazione, difesa dei valori tradizionali, stato forte. La terza ondata è quella degli anni ’90, definita dei “populismi alpini” (e qui entra in gioco il Senatùr Umberto Bossi), caratterizzata da partiti che non hanno alcun collegamento con fascismo e nazismo (tranne il citato Joerg Haider), che respingono ufficialmente antisemitismo e razzismo, ma che di fatto sono xenofobi e sulla paura dello straniero trovano di che vivere. Questi sono anche gli anni in cui l’ultradestra si “proletarizza”: Fn, Partito liberale austriaco, Partiti del progresso scandinavi, Vlaams blok fiammingo sono tutti caratterizzati da una massiccia presenza di operai.
Perché tanto consenso?
Il breve excursus storico delinea, così, le due facce della medaglia. Da un lato abbiamo partiti di estrema destra tradizionale, che dal punto di vista storico-ideologico sono strettamente legati al fascismo. Dall’altro troviamo invece formazioni che sono figlie della società postindustriale, ossia di un mondo nel quale non sono più centrali gli interessi materiali (la fame, protagonista di tanti racconti dei nostri nonni) ma piuttosto bisogni di realizzazione personale e d’identità ai quali i partiti tradizionali non sanno dare risposta.
Il segnale che è emerso in questi anni in Europa (e quindi non solo in Italia) è molto chiaro: il distacco tra cittadini e sistema politico è diventato quasi una voragine. E’ cresciuto l’astensionismo, la fiducia verso le istituzioni è scarsissima, i partiti perdono iscritti. E le formazioni di estrema destra raccolgono questi umori, li sanno interpretare – in maniera assai discutibile, ma ci riescono- , mettono in discussione la legittimità del sistema, fanno appello direttamente alla volontà popolare.
Immigrazione e sicurezza: come ti cavalco l’onda giusta
La loro abilità principale sta nell’aver messo in cima all’agenda politica temi come l’immigrazione e la sicurezza, due problemi salienti di tutti i paesi europei e sui quali i cittadini chiedono interventi incisivi, combinandoli strettamente e creando un’equazione “straniero = pericolo” (semplifichiamo in maniera rozza, ma il concetto è questo) che genera paure il più delle volte ingiustificate. D’accordo, la costruzione di un mondo multiculturale non è facile, l’accettazione d’identità diverse dalle nostre non è un passaggio scontato, la globalizzazione non può soffocare le singole realtà nazionali. Ma davvero è pensabile affrontare tutto ciò costruendo steccati? Gli slogan dell’ultradestra delineano questo, fino a sfiorare il paradosso, come quando pretendono che un curdo o un marocchino possano accedere liberamente nella prosperosa Europa solo se hanno un posto di lavoro regolare, un alloggio e magari giacca e cravatta. Com’è noto, infatti, chi lascia la propria terra in preda alla disperazione totale o alla ricerca di una vita più dignitosa prima di partire fa un giro di telefonate, contatta aziende e agenzie immobiliari (“mi raccomando, attico in centro…”), dopodichè, quando tutto è sistemato, saluta amici, parenti, fidanzata e lascia il suolo natio fischiettando.
La questione immigrazione-sicurezza va affrontata, piuttosto, in chiave meno emotiva, sgombrando il campo da pregiudizi e letture distorte che generano, invece, una percezione errata dei problemi. Sempre di più la realtà non è quella vera, ma quella proposta dai mezzi di comunicazione. In Italia sembriamo invasi da orde di disperati con il coltello tra i denti che sbarcano a frotte sulle nostre coste e nell’immaginario collettivo l’immigrato viene identificato con il lavavetri, la prostituta albanese, il giovane ambulante . Ma questo è solo un aspetto della realtà, tra l’altro marginale. Basta parlare con chi mastica tutti i giorni questi problemi (volete un nome fra i tanti? Fredo Olivero, Responsabile Servizio Migranti della Caritas di Torino) e scopri che da noi – da almeno tre anni a questa parte – arrivano soprattutto impiegati, operai qualificati, tecnici, insegnanti, studenti, neolaureati, mentre il disperato dal suo paese si muove assai meno. Quanto sia deleterio il ruolo dei media lo dimostra un’indagine effettuata nel 1999 dalla Cra-Nielsen per il capoluogo piemontese secondo la quale il 70,5% dei torinesi intervistati riteneva “abbastanza sicura” la zona in cui abita (quindi, quella che conosce direttamente), mentre solo il 20,6% esprimeva un giudizio analogo sull’intera città, una buona parte della quale conosciuta tramite i mezzi d’informazione. Dunque il problema-sicurezza non sussiste? Non stiamo dicendo questo. Non è, però, individuando nell’immigrato il capro espiatorio che lo si risolve. Ma questo è un’altra questione.
L’Italia s’è destra
I mesi scorsi hanno visto una grande mobilitazione all’interno della destra radicale italiana (vedi scheda 2) con una serie di convegni e di manifestazione pubbliche che testimoniano una forte vitalità e molta “voglia di contare”. In questo panorama si staglia, per quantità di consensi e maggiore radicamento nel territorio, la Lega Nord di Umberto Bossi, che dopo aver attraversato un forte momento di crisi, ha rioccupato la scena politica in virtù di un nuovo patto con Silvio Berlusconi.e la Casa delle Libertà.
Ci esprimiamo in questi termini perché il partito del Senatùr ha ormai assunto una fisionomia i cui tratti principali corrispondono a quelli delle principali formazioni dell’estrema destra europea. E’sufficiente leggere la Padania o ascoltare l’omonima radio, organi ufficiali del partito, per rendersi conto che parlare di società multirazziale per le truppe bossiane equivale a bestemmiare: l’Islam è il nemico del futuro, i sostenitori del multiculturalismo sono dei “nazisti rossi”, il suolo e il sangue padano vanno difesi dalle minacce esterne. Quando a Lodi i militanti leghisti si oppongono alla costruzione della moschea gettando dell’urina di porco nel terreno sul quale dovrebbe sorgere, con l’intento di renderlo inagibile ai musulmani, è segno che l’intolleranza religiosa e sociale ha superato ormai il livello di guardia.
Che dire? E’ l’egoismo dei forti – incapace di guardare alle ragioni degli altri – che trova terreno fertile in regioni come la Lombardia e il Veneto tra le più ricche d’Europa, ricchezza alla quale ha contribuito anche il lavoro (sottopagato e in nero) di quegli extracomunitari che tutti i santi giorni sono additati al pubblico ludibrio. E’ vero, Bossi più di una volta ha preso le distanze da Haider e in occasione della contestata visita romana del dicembre scorso lo ha accusato di essere “un piccolo nazista figlio di nazisti […] un agente provocatore della sinistra” (Il Nuovo, giornale telematico, 15 dicembre 2000), ma tra il popolo “padano” la musica è ben altra e il leader austriaco riscuote parecchi consensi
Pericoli per la democrazia?
La lenta avanzata, tra alti e bassi, dell’ultradestra europea qualche preoccupazione la deve destare. Non c’è nessun nuovo Hitler all’orizzonte perché il contesto in cui viviamo è sicuramente diverso da quello degli anni ’30 – basti pensare solo all’unificazione monetaria che sta muovendo i suoi primi, se pur deboli, passi -, ma è bene non sottovalutare certi fenomeni o, meglio, è opportuno prendere consapevolezza delle cause che li hanno scatenati e adottare le dovute contromisure. Ha ragione il sociologo Alain Touraine quando afferma (vedi El Pais, 12 dicembre 2000) che è lo strapotere dell’economia ad aver favorito il diffondersi dell’ultradestra nel Vecchio Continente. Fino a quando la politica non deciderà di riprendere in mano il controllo della situazione, senza farsi fagocitare dalle logiche perverse del capitalismo globale, il consenso per Haider e soci si diffonderà a macchia d’olio.
SCHEDA 1
Il panorama europeo è assai variegato. Il nome di spicco è quello di Joerg Haider, vera e propria star mediatica: nelle elezioni del 1999 il Partito liberale dell’Austria (Fpu), di cui è una delle guide indiscusse, ha ottenuto il 26,9% dei voti ed è diventato la seconda formazione politica del paese. La Germania, vede come protagonisti i “republikaner”, movimento che di recente ha sfondato il tetto del 5% necessario a entrare in Parlamento, mentre nelle regioni dell’ex Germania Est stanno nascendo numerosi movimenti ultranazionalisti. In Svizzera l’Unione democratica del centro di Christoph Blocher è il primo partito del paese insieme ai socialisti. In Danimarca e in Norvegia (Partiti del Progresso) l’estrema destra ottiene rispettivamente il 9 e il 15%, nelle Fiandre impazza il Vlaams blok che dal 1987 al 1991 ha triplicato i voti e che nel suo programma prevede la proibizione dell’educazione multirazziale nelle scuole, la limitazione dei benefici sociali ai lavoratori stranieri, il loro rimpatrio forzato dopo tre mesi di disoccupazione. Solo in Gran Bretagna la presenza di movimenti di estrema destra è irrilevante, anche perché, a differenza degli altri paesi europei, non c’è mai stato un forte movimento fascista tra le due guerre.
SCHEDA 2
In breve alcune formazioni politiche dell’estrema destra italiana di ispirazione fascista.
Movimento sociale-Fiamma tricolore: fondato da Pino Rauti nel 1995 in occasione della nascita di Alleanza Nazionale, quando il partito di Fini sancì il distacco dal fascismo. Può contare su un quotidiano nazionale, Linea, e su alcune pubblicazioni giovanili.
Fronte Nazionale: si è staccato dalla Fiamma di Rauti nel 1997 e ha goduto di stretti legami con il Front Nazional di Jean Marie Le Pen.
Forza Nuova: è il gruppo più in vista di tutta la destra radicale italiana e suoi i fondatori appartengono alla stagione del neofascismo degli anni Settanta.
FAUSTO CAFFARELLI
* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – marzo 2001
* titolo originario: NON SOLO HAIDER
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