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Articoli taggati ‘leghismi’

Il Borghezio che è in lui

settembre 11, 2010 Lascia un commento

Qualche giorno fa aveva dichiarato che oggi, 11 settembre, avrebbe bruciato delle copie del Corano. Poi ha cambiato idea. Poi è tornato sulla prima dichiarazione. Poi, forse, le brucerà, ma tra qualche giorno. O forse non le brucerà più, o forse brucerà qualche pagina. Il pastore Terry Jones sta lottando strenuamente con il Borghezio che è in lui.

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Missione impossibile. Forse.

settembre 6, 2010 Lascia un commento

Titolo : La missione impossibile di una destra normale
Autore: Pasquale Santomassimo
Fonte: il manifesto
Data: 5 settembre 2010

Sintesi: E’  possibile che la forma costituzionale della nostra Repubblica venga salvata dalla conversione democratica (a questo punto indubbiamente sincera e anche ammirevole nella sua radicalità) di un gruppo di ex-fascisti che trova in Fini il leader unico e indiscusso, ma la destra che Fini vorrebbe non è mai esistita in Italia, se non in epoche storiche lontanissime e di cui si è quasi persa memoria. Non si parla qui di singoli personaggi, «eretici» o «irregolari», che la cultura finiana riscopre e ripropone con accanimento quasi commovente: si parla di un comune sentire, di popolo, capace di farsi forza politica e culturale. Il futuro di Fini e dei suoi, e del sogno di una destra moderna ed europea, è affidato solo alla possibilità di metter fine al meccanismo perverso che consente a una minoranza di destra, «cialtrona», «ignorante», «col ventre a terra» e «con la bava alla bocca» – sono tutte citazioni dagli editoriali di FareFuturo -, di spadroneggiare sul resto del paese.

Il 28 ottobre del 1992 Gianfranco Fini celebrava con orgoglio i settant’anni dalla Marcia su Roma sul Secolo d’Italia. Quasi vent’anni dopo è possibile che la forma costituzionale della nostra Repubblica venga salvata dalla conversione democratica (a questo punto indubbiamente sincera e anche ammirevole nella sua radicalità) di un gruppo di ex-fascisti che trova in Fini il leader unico e indiscusso.
Nel mezzo, è successo di tutto, e ripercorrerne con attenzione la storia sarà in futuro uno dei compiti più ardui di chi vorrà intendere l’evoluzione di quel periodo confuso e avvilente che definiamo Seconda Repubblica.
Per brevità, diciamo solo che è riduttivo attribuire solo allo «sdoganamento» di Berlusconi, quasi fosse un Re Taumaturgo, la fortuna del neofascismo nella congiuntura che si apriva dopo Tangentopoli. In realtà, il Msi incassava anche i frutti di una lunga battaglia di opposizione contro il sistema dei partiti che lo aveva visto (quasi) sempre emarginato dagli equilibri di potere e di spartizione. E con una retorica e quarantennale invocazione del senso dello Stato e dell’interesse nazionale che avrebbe dovuto porlo naturalmente in tensione con le pulsioni dei nuovi e potenti partners del nuovo centrodestra, berlusconiani e leghisti. Malgrado la disinvoltura con cui il nucleo centrale del gruppo dirigente digerirà su questo terreno l’indigeribile, fino a divenire punta di diamante della nuova koiné forzaleghista, va detto che nella svolta attuale di Fini e del suo nucleo di fedelissimi non c’è solo l’idea di una nuova destra, ma anche il recupero di qualcosa di antico e di negletto nella tradizione della destra italiana.
Le tappe dell’evoluzione di Fini sono note, e le rievochiamo per sommi capi: nel 1994 c’è ancora l’evocazione di Mussolini come «il più grande statista italiano del Novecento», ma nel congresso di Fiuggi del gennaio 1995 c’è l’uscita dalla «casa del padre» e l’affermazione, che nel tempo diverrà strategica seppure vaga, di una destra che precedeva il fascismo e va oltre il fascismo.
Lo smarcamento dal passato avviene per tappe, in forme intimamente contraddittorie: condanna netta del regime «dopo il 1938» (come se prima fosse stato inappuntabile) ed enfasi sulla condanna delle leggi razziali, che diverranno «male assoluto» più tardi, e fulcro di uno spettacolare pellegrinaggio in Israele. Continua a leggere…

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I ripescaggi del Bancario /86

gennaio 1, 2003 Lascia un commento

Avete sentito parlare di devolution e il termine vi risulta oscuro e l’unica cosa che avete capito è che è una “roba” che l’onorevole Bossi vuole a tutti i costi altrimenti fa saltare in aria il Governo? Vediamo di fare un po’ di chiarezza, ma non garantiamo nulla, perchè l’argomento, in effetti, è ostico. Da dove si parte? Bisogna fare qualche passo indietro nel tempo e parlare di federalismo, cioè di quell’ordinamento nel quale i poteri dello Stato sono assegnati a organi di governo periferici.

La questione federalista

Il tema negli ultimi anni ha occupato spazi sempre più ampi nel dibattito politico del nostro paese e dell’Europa nel suo complesso. I motivi sono diversi. Una grossa spinta è stata data dall’Unione Europea, che ha costretto anche gli Stati più centralisti a dare maggior spazio alle autonomie locali. Il Trattato di Maastricht ha stabilito il principio della sussidarietà  in base al quale gli interventi politici, laddove ciò risulti essere più efficiente, devono/possono essere realizzati a) dal livello più prossimo ai cittadini   b) da soggetti non pubblici (mercato e non profit). Nel primo caso si parla di sussidarietà “verticale”, nel secondo di sussidarietà “orizzontale”. In Italia l’accento sulla questione federalista è stato posto in modo particolare dalla Lega Nord di Umberto Bossi che a partire dai primi anni Novanta ne ha fatto il suo principale cavallo di battaglia, trasformando in istanze politiche il malumore, più o meno giustificato, verso “Roma ladrona”. In realtà il federalismo italiano ha una storia che affonda le radici in epoche remote. Il suo migliore rappresentante è Carlo Cattaneo,  pensatore poltico tra i più acuti dell’Ottocento, che nel sognare un’Italia federale incardinata sui comuni avversava l’uniformità a tutti i costi, senza però mettere in discussione l’unità del Paese.

La riforma del Titolo V della Costituzione

Una forte accelerazione verso il decentramento dei poteri è stata data, sul finire della scorsa legislatura, dalla maggioranza di centro-sinistra che con la legge n.3 del 18 aprile 2001 (ratificata dal referendum popolare dell’ottobre 2001) ha modificato il titolo V della Costituzione che tratta delle Regioni e degli enti locali. Il testo elenca le materie in cui solo lo Stato può emanare delle leggi (politica estera, difesa, moneta, ordine pubblico, leggi elettorali), altre, chiamate di competenza “concorrente”,  in cui l’autorità centrale fissa i principi fondamentali e il potere di legiferare spetta alle Regioni che hanno questa potestà anche per tutto ciò che non è espressamente riservato allo Stato. Viene introdotto il principio del “regionalismo differenziato” con il quale le Regioni posso acquisire ulteriori spazi d’autonomia in intesa con lo Stato, si afferma il principio della sussidarietà verticale e orizzontale e viene garantita l’autonomia finanziaria.

La devolution di Bossi

La palla passa al governo Berlusconi. Viene istituito un ministero per le Riforme e la Devoluzione affidato a Umberto Bossi che si mette subito al lavoro. La parola d’ordine è devolution, cioè lo spostamento di poteri dal centro verso la periferia in relazione ad alcune materie. Il riferimento è la Scozia (scheda). In partenza l’obiettivo è d’impedire l’attuazione della riforma “ulivista” e i primi progetti di devolution si muovono in questa direzione, ma dopo il referendum confermativo e i dissensi all’interno della maggioranza di centro-destra, il Senatur ridimensiona i suoi propositi predisponendo un disegno di legge che il 5 dicembre 2002 viene approvato dal Senato. Si tratta, in sostanza, di una modifica dell’art.117 della Costituzione che recita così: ” Le Regioni attivano la competenza legislativa esclusiva per le seguenti materie: a) assistenza e organizzazione sanitaria b) organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione c) definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione d) polizia locale. Tradotto all’ingrosso: per  le materie indicate nei quattro punti le Regioni possono decidere di emanare delle leggi e solo a loro spetta questa potestà legislativa.

Ma è una testo che si presta a diversi interpretazioni, enigmatico e che si scontra con l’impianto complessivo del Titolo V. Le perplessità sulla bontà del provvedimento non sono mancate anche all’interno della stessa maggioranza di governo:”Buttiglione: così non la voto. Può sfasciare l’unità nazionale”(La Repubblica, 25 novembre 2002). Non convince in partenza perchè il meccanismo d’auto-attribuzione, quel “le regioni attivano”, è unico nel suo genere, senza paragoni in nessun’altra parte del mondo e non è chiaro se queste competenze esclusive si attivano se c’è l’accordo di tutte le regioni o se ognuna può fare da sè, senza alcuna forma di coordinamento. Ma se fosse vera questa seconda ipotesi si potrebbe arrivare al paradosso, per esempio, di avere 20 sistemi sanitari diversi, con inevitabili diseguaglianze di trattamento tra una regione e l’altra. In realtà la lettera m.dell’ articolo 117, non modficata dalla devolution di Bossi, attribuisce allo Stato “la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” e tra queste figurano istruzione e sanità. Ma allora in che misura una Regione, che attivi la sua competenza esclusiva, può modificare le prestazioni sanitarie? Sino a che punto può spingersi nel fare tutto da sola, ma dovendo rispondere a questi principi di carattere generale? Domande al momento senza risposta.

Nel campo dell’istruzione il ruolo centrale che viene assegnato alle regioni riduce in modo netto l’autonomia e la flessibilità che gli istituti scolastici hanno conquistato nel corso di questi anni e per ciò che concerne la sicurezza se l’idea è quella di creare dei corpi di polizia regionale il rischio è di aggravare i già difficili problemi di coordinamento tra gli organi di sicurezza oggi esistenti.

Una riforma senza risorse

Lo stringatissimo testo nulla dice sugli aspetti finanziari della riforma e non contiene previsioni sul passaggio delle strutture e del personale. Il costo non è facile da quantificare e le prime stime parlano di di circa 33 milioni di euro solo per l’istruzione e di 7,5 per la sicurezza. Una cosa è evidente a occhio nudo. Nell’ipotesi di auto-attribuzione attivata da singole Regioni indipendemente dalle altre – che pur con i se e i ma visti in precedenza è una ipotesi che non si può escludere a priori – solo quelle più ricche riuscirebbero a partire, mentre le regioni più svantaggiate economicamente assisterebbero inerti allo smantellamento dei sistemi nazionali della sanità, dell’istruzione e della sicurezza. Per l’onorevole Bossi, comunque. i soldi devono essere l’ultimo pensiero e “ci sono molte cose da fare e l’ultimo atto sarà quello relativo al federalismo fiscale” (Quotidiano Nazionale, 23 novembre 2001). Tuttavia la questione è centrale per capire che tipo di federalismo si vuole costruire per il nostro Paese e da questo punto di vista anche la riforma ulivista consente tante cose e il loro contrario e ciò che conterà è quindi la volontà politica delle parti in gioco. I criteri di direzione sono importanti e ciò che, a nostro avviso, va evitato a tutti i costi è la creazione di un sistema tributario nel quale ogni Regione decide e trattiene per sè la quasi totalià delle imposte, perchè ciò allargherebbe il divario tra Nord e Sud che già oggi presenta toni sconfortanti, se si pensa che, sulla scorta di recenti rapporti dell’Istat, ben cinque delle nostre Regioni si trovano al di sotto della soglia di povertà fissata dall’Unione Europea.

La maggioranza tiene?

La devolution per essere approvata in via definitiva, trattandosi di una modifica costituzionale, affronterà altri quattro tre passaggi, due alla Camera dei Deputati e uno al Senato della Repubblica, e se nelle ultime due votazioni non si raggiungesse la maggioranza di due terzi dovrebbe essere sottoposta a un referendum confermativo. Mentre scriviamo pare profilarsi un accordo all’interno della Casa delle Libertà che dà il via libera al testo già approvato al Senato, ma integrato dentro una più ampia riforma del titolo V  che prevede la nascita del Senato federale, l’immissione di membri eletti dalle Regioni nella Corte Costituzionale e una ridefinizione delle materie di competenza tra Stato e Regioni. Resta da capire come i due filoni, riforma della riforma e devolution, riusciranno a integrarsi perchè se dietro la prima, propugnata da Alleanza Nazionale e centristi, la salvaguardia dell’unità nazionale è un elemento portante, nel progetto di Bossi intravediamo una volontà di segno opposto.

SCHEDA

In Scozia funziona così

Con un referendum tenutosi l’11 novembre 1997 gli scozzezi hanno dato il via a un processo, caldeggiato dal governo Blair, che ha portato all’ istituzione di un’assemblea legislativa, eletta per quattro anni con un sistema elettorale misto. Le principali materie di competenza del Parlamento scozzese sono l’istruzione scolastica, la promozione del commercio, la ricerca, i servizi di polizia,etc. mentre alla Gran Bretagna rimane il controllo su difesa, sistema tributario, normativa sull’occupazione e politica estera.I provvedimenti del Parlamento scozzese sono comunque sottoposti a numerosi controlli da parte di Londra prima di essere di essere approvati e l’autonomia finanziaria è di fatto molto ridotta. Il mito scozzese va dunque ridimensionato, anzi si può sostenere che le nostre Regioni, già oggi, godono di spazi di manovra assai maggiori.

FAUSTO CAFFARELLI

* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – ottobre 2003
* titolo originario: DEVOLUTION  – ISTRUZIONI PER L’USO

I ripescaggi del Bancario /81

gennaio 1, 2001 Lascia un commento

Vi ricordate lo strepitoso inizio del Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels: “Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”? Bene, dimenticate tutto, quella è roba che non fa più paura a nessuno. C’è un altro fantasma – ma vedremo sempre più in carne e ossa – che circola per il Vecchio Continente. Appare, scompare, suscita allarmismi, solleva consensi, assume sembianze e nomi diversi. Una locuzione che lo definisce in maniera sintetica è “estrema destra”, dove dentro ci troviamo tante cose che adesso proviamo a spiegare. Non solo Haider, innanzi tutto. Non commettiamo l’errore di pensare che il leader austriaco di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi sia l’unica faccia della questione (vedi scheda 1) .

Storia vecchia

In realtà ciò che stiamo trattando è storia vecchia. Dal 1945 agli anni ’80 è confinata in Italia e in alcune dittature dell’Europa meridionale (per esempio la Grecia). E’ la storia del Movimento Sociale Italiano (Msi), guidato per anni da Giorgio Almirante, che facendo propria l’eredità del fascismo tenterà di rilanciarne idee e valori, rimanendo però sempre ai margini del panorama politico italiano, perlomeno quello ufficiale, perché sul ruolo avuto nelle trame eversive che hanno condizionato l’Italia del dopoguerra molto ci sarebbe da dire e forse da scoprire.

Per lungo tempo l’Msi è il partito-faro dell’estrema destra europea e solo negli anni 80-90 il suo posto è preso dal Fronte nazionale francese (Fn), il partito di Jean Marie Le Pen, che da movimento per pochi intimi diventa la quarta forza politica nazionale cavalcando temi come anticomunismo, nazionalismo, lotta all’immigrazione, difesa dei valori tradizionali, stato forte. La terza ondata è quella degli anni ’90, definita dei “populismi alpini” (e qui entra in gioco il Senatùr Umberto Bossi), caratterizzata da partiti che non hanno alcun collegamento con fascismo e nazismo (tranne il citato Joerg Haider), che respingono ufficialmente antisemitismo e razzismo, ma che di fatto sono xenofobi e sulla paura dello straniero trovano di che vivere. Questi sono anche gli anni in cui l’ultradestra si “proletarizza”: Fn, Partito liberale austriaco, Partiti del progresso scandinavi, Vlaams blok fiammingo sono tutti caratterizzati da una massiccia presenza di operai.

Perché tanto consenso?

Il breve excursus storico delinea, così, le due facce della medaglia. Da un lato abbiamo partiti di estrema destra tradizionale, che dal punto di vista storico-ideologico sono strettamente legati al fascismo. Dall’altro troviamo invece formazioni che sono figlie della società postindustriale, ossia di un mondo nel quale non sono più centrali gli interessi materiali (la fame, protagonista di tanti racconti dei nostri nonni) ma piuttosto bisogni di realizzazione personale e d’identità ai quali i partiti tradizionali non sanno dare risposta.

Il segnale che è emerso in questi anni in Europa (e quindi non solo in Italia) è molto chiaro: il distacco tra cittadini e sistema politico è diventato quasi una voragine. E’ cresciuto l’astensionismo, la fiducia verso le istituzioni è scarsissima, i partiti perdono iscritti. E le formazioni di estrema destra raccolgono questi umori, li sanno interpretare – in maniera assai discutibile, ma ci riescono- , mettono in discussione la legittimità del sistema, fanno appello direttamente alla volontà popolare.

Immigrazione e sicurezza: come ti cavalco l’onda giusta

La loro abilità principale sta nell’aver messo in cima all’agenda politica temi come l’immigrazione e la sicurezza, due problemi salienti di tutti i paesi europei e sui quali i cittadini chiedono interventi incisivi, combinandoli strettamente e creando un’equazione “straniero = pericolo” (semplifichiamo in maniera rozza, ma il concetto è questo) che genera paure il più delle volte ingiustificate. D’accordo, la costruzione di un mondo multiculturale non è facile, l’accettazione d’identità diverse dalle nostre non è un passaggio scontato, la globalizzazione non può soffocare le singole realtà nazionali. Ma davvero è pensabile affrontare tutto ciò costruendo steccati? Gli slogan dell’ultradestra delineano questo, fino a sfiorare il paradosso, come quando pretendono che un curdo o un marocchino possano accedere liberamente nella prosperosa Europa solo se hanno un posto di lavoro regolare, un alloggio e magari giacca e cravatta. Com’è noto, infatti, chi lascia la propria terra in preda alla disperazione totale o alla ricerca di una vita più dignitosa prima di partire fa un giro di telefonate, contatta aziende e agenzie immobiliari (“mi raccomando, attico in centro…”), dopodichè, quando tutto è sistemato, saluta amici, parenti, fidanzata e lascia il suolo natio fischiettando.

La questione immigrazione-sicurezza va affrontata, piuttosto, in chiave meno emotiva, sgombrando il campo da pregiudizi e letture distorte che generano, invece, una percezione errata dei problemi. Sempre di più la realtà non è quella vera, ma quella proposta dai mezzi di comunicazione. In Italia sembriamo invasi da orde di disperati con il coltello tra i denti che sbarcano a frotte sulle nostre coste e nell’immaginario collettivo l’immigrato viene identificato con il lavavetri, la prostituta albanese, il giovane ambulante . Ma questo è solo un aspetto della realtà, tra l’altro marginale. Basta parlare con chi mastica tutti i giorni questi problemi (volete un nome fra i tanti? Fredo Olivero, Responsabile Servizio Migranti della Caritas di Torino) e scopri che da noi – da almeno tre anni a questa parte – arrivano soprattutto impiegati, operai qualificati, tecnici, insegnanti, studenti, neolaureati, mentre il disperato dal suo paese si muove assai meno. Quanto sia deleterio il ruolo dei media lo dimostra un’indagine effettuata nel 1999 dalla Cra-Nielsen per il capoluogo piemontese secondo la quale il 70,5% dei torinesi intervistati riteneva “abbastanza sicura” la zona in cui abita (quindi, quella che conosce direttamente), mentre solo il 20,6% esprimeva un giudizio analogo sull’intera città, una buona parte della quale conosciuta tramite i mezzi d’informazione. Dunque il problema-sicurezza non sussiste? Non stiamo dicendo questo. Non è, però, individuando nell’immigrato il capro espiatorio che lo si risolve. Ma questo è un’altra questione.

L’Italia s’è destra

I mesi scorsi hanno visto una grande mobilitazione all’interno della destra radicale italiana (vedi scheda 2) con una serie di convegni e di manifestazione pubbliche che testimoniano una forte vitalità e molta “voglia di contare”. In questo panorama si staglia, per quantità di consensi e maggiore radicamento nel territorio, la Lega Nord di Umberto Bossi, che dopo aver attraversato un forte momento di crisi, ha rioccupato la scena politica in virtù di un nuovo patto con Silvio Berlusconi.e la Casa delle Libertà.

Ci esprimiamo in questi termini perché il partito del Senatùr ha ormai assunto una fisionomia i cui tratti principali corrispondono a quelli delle principali formazioni dell’estrema destra europea. E’sufficiente leggere la Padania o ascoltare l’omonima radio, organi ufficiali del partito, per rendersi conto che parlare di società multirazziale per le truppe bossiane equivale a bestemmiare: l’Islam è il nemico del futuro, i sostenitori del multiculturalismo sono dei “nazisti rossi”, il suolo e il sangue padano vanno difesi dalle minacce esterne. Quando a Lodi i militanti leghisti si oppongono alla costruzione della moschea gettando dell’urina di porco nel terreno sul quale dovrebbe sorgere, con l’intento di renderlo inagibile ai musulmani, è segno che l’intolleranza religiosa e sociale ha superato ormai il livello di guardia.

Che dire? E’ l’egoismo dei forti – incapace di guardare alle ragioni degli altri – che trova terreno fertile in regioni come la Lombardia e il Veneto tra le più ricche d’Europa, ricchezza alla quale ha contribuito anche il lavoro (sottopagato e in nero) di quegli extracomunitari che tutti i santi giorni sono additati al pubblico ludibrio. E’ vero, Bossi più di una volta ha preso le distanze da Haider e in occasione della contestata visita romana del dicembre scorso lo ha accusato di essere “un piccolo nazista figlio di nazisti […] un agente provocatore della sinistra” (Il Nuovo, giornale telematico, 15 dicembre 2000), ma tra il popolo “padano” la musica è ben altra e il leader austriaco riscuote parecchi consensi

Pericoli per la democrazia?

La lenta avanzata, tra alti e bassi, dell’ultradestra europea qualche preoccupazione la deve destare. Non c’è nessun nuovo Hitler all’orizzonte perché il contesto in cui viviamo è sicuramente diverso da quello degli anni ’30 – basti pensare solo all’unificazione monetaria che sta muovendo i suoi primi, se pur deboli, passi -, ma è bene non sottovalutare certi fenomeni o, meglio, è opportuno prendere consapevolezza delle cause che li hanno scatenati e adottare le dovute contromisure. Ha ragione il sociologo Alain Touraine quando afferma (vedi El Pais, 12 dicembre 2000) che è lo strapotere dell’economia ad aver favorito il diffondersi dell’ultradestra nel Vecchio Continente. Fino a quando la politica non deciderà di riprendere in mano il controllo della situazione, senza farsi fagocitare dalle logiche perverse del capitalismo globale, il consenso per Haider e soci si diffonderà a macchia d’olio.

SCHEDA 1

Il panorama europeo è assai variegato. Il nome di spicco è quello di Joerg Haider, vera e propria star mediatica: nelle elezioni del 1999 il Partito liberale dell’Austria (Fpu), di cui è una delle guide indiscusse, ha ottenuto il 26,9% dei voti ed è diventato la seconda formazione politica del paese. La Germania, vede come protagonisti i “republikaner”, movimento che di recente ha sfondato il tetto del 5% necessario a entrare in Parlamento, mentre nelle regioni dell’ex Germania Est stanno nascendo numerosi movimenti ultranazionalisti. In Svizzera l’Unione democratica del centro di Christoph Blocher è il primo partito del paese insieme ai socialisti. In Danimarca e in Norvegia (Partiti del Progresso) l’estrema destra ottiene rispettivamente il 9 e il 15%, nelle Fiandre impazza il Vlaams blok che dal 1987 al 1991 ha triplicato i voti e che nel suo programma prevede la proibizione dell’educazione multirazziale nelle scuole, la limitazione dei benefici sociali ai lavoratori stranieri, il loro rimpatrio forzato dopo tre mesi di disoccupazione. Solo in Gran Bretagna la presenza di movimenti di estrema destra è irrilevante, anche perché, a differenza degli altri paesi europei, non c’è mai stato un forte movimento fascista tra le due guerre.

SCHEDA 2

In breve alcune formazioni politiche dell’estrema destra italiana di ispirazione fascista.

Movimento sociale-Fiamma tricolore: fondato da Pino Rauti nel 1995 in occasione della nascita di Alleanza Nazionale, quando il partito di Fini sancì il distacco dal fascismo. Può contare su un quotidiano nazionale, Linea, e su alcune pubblicazioni giovanili.

Fronte Nazionale: si è staccato dalla Fiamma di Rauti nel 1997 e ha goduto di stretti legami con il Front Nazional di Jean Marie Le Pen.

Forza Nuova: è il gruppo più in vista di tutta la destra radicale italiana e suoi i fondatori appartengono alla stagione del neofascismo degli anni Settanta.

FAUSTO CAFFARELLI

* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – marzo 2001
* titolo originario: NON SOLO HAIDER

I ripescaggi del Bancario /113

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

Le dimenticanze di Uolter

Avvenimenti 23 marzo 2000

“Più grasso meno cacao. All’Europa piace così”

Uolter Veltroni è uno dei pochi politici in circolazione che qua e là cerca di alzare il tono del discorso. Lo ha fatto con sapiente abilità all’ultimo congresso dei Ds nel gennaio scorso, durante il quale, in sostanza, ha detto una cosa: la sinistra è radicamento nella modernità, ma nello stesso tempo, pena diventare un contenitore senz’anima, deve assumere il punto di vista di chi soffre, di chi è sfruttato, di chi è senza potere. D’accordo, anzi wow!, anche se è proprio un certo tipo di modernità a creare quell’ingiustizia che si vorrebbe combattere. Ma nei mesi successivi il segretario dei Ds, riposti i discorsi nel cassetto, incorre in due strane dimenticanze che vale la pena ricordare. Dimenticanza n°1. A febbraio Veltroni parte per l’Africa, tappa obbligata se capire come va il mondo. Incontra Nelson Mandela, Alex Zanotelli (finalmente intervistato dalla televisione italiana che in questi anni si è tenuta ben lontana dalle sue scomode verità) e di fronte alla tragedia dell’Aids, che in Africa sta mietendo milioni di vittime, invita la Chiesa ad assumere un atteggiamento meno intransigente sull’uso del preservativo, subissato da un mare di critiche da parte dei difensori d’ufficio del Vaticano. Ma Uolter dimentica di lanciare un’accusa assai più importante: nel continente africano la lotta all’Aids è ferma per un fatto meramente economico. Costa troppo (e i prezzi sono stabiliti dall’Occidente) per gli standard sanitari di quei paesi e nel piano specifico per la salute elaborato dalla Banca mondiale nel 1995, i farmaci oggi riconosciuti efficaci nel combattere l’infezione da Hiv non rientrano nella lista di quelli essenziali e quindi finanziati.

Dimenticanza n°2. A marzo il Parlamento europeo – con mille ringraziamenti delle grandi multinazionali dell’industria dolciaria – approva una direttiva (votata anche dai diessini Vattimo, Napolitano, Imbeni) sulla produzione del cioccolato che permette l’introduzione di grassi vegetali diversi dal burro di cacao. In soldoni significa una caduta della domanda di cacao di circa 200.000 tonnellate annue e del prezzo del 20%, con effetti disastrosi sulle economie dei paesi produttori, la maggior parte africani. Non basta. Un emendamento tenta di salvare il salvabile e chiede alla Commissione di Bruxelles di elaborare almeno uno studio sull’impatto della direttiva nei paesi suddetti per apportare modifiche al provvedimento nel caso in cui venissero rilevate ripercussioni nefaste. Bocciato. Tra gli altri votano contro Trentin, Ruffolo e Volcic, europarlamentari Ds. Allora uno pensa: vedrai che adesso Uolter dice qualcosa, si dissocerà dai suoi compagni di partito o perlomeno esprimerà qualche perplessità sulle scelte del Parlamento. Niente. Neanche un rigo o una parola. Uolter, I care. Do you remember?

Mamma li turchi!

La Padania 30 marzo 2000

“La filosofia che sta alla base della nostra proposta è il cristianesimo delle missioni, magari in una variante laica perché vogliamo aiutare le persone a rimanere nel loro paese – Umberto Bossi”.

A sinistra il coro di critiche è stato unanime e anche la fedelissima componente cattolica del Polo delle Libertà ha storto un po’ il naso. La proposta di legge sull’immigrazione del duo Berlusconi-Bossi, di nuovo alleati dopo anni di reciproco disprezzo, ha suscitato molte perplessità fino ad essere tacciata di “haiderismo all’italiana”. Il progetto vorrebbe evitare l’invasione indiscriminata di immigrati che la sinistra, dicono i due, nascondendosi dietro lo slogan “l’immigrazione non è un problema, ma un’opportunità”, fomenterebbe per crearsi un nuovo bacino elettorale. La relazione che accompagna la proposta di legge contrappone due modelli di società: da una parte quello – brutto e cattivo – definito “neo-giacobino”, universale, multirazziale e che si basa sulla scissione fra Stato e Nazione con il primato del primo sulla seconda, dall’altra il modello “cristiano” – buono e puro – di una società che la relazione definisce “equilibrata tra presente, futuro e passato (e il condizionale? Il congiuntivo? Il trapassato remoto? Dove li mettiamo?), tra locale e globale, tra in e out”.

Sui tredici articoli della proposta di legge si potrebbe discettare a lungo. Ci limitiamo a esprimere una preoccupazione e a formulare un suggerimento. La preoccupazione riguarda l’incolumità dell’on.Umberto Bossi. All’art.2 si afferma che “tutte le disposizioni vigenti in materia d’immigrazione di stranieri provenienti da paesi non appartenenti all’OCSE sono abrogate e sostituite dalla presente legge”. Il riferimento all’Ocse – che ritroviamo anche negli articoli 1,5,7 – e non all’Unione Europea come prevedono i Trattati sottoscritti dal nostro paese, è chiaro: non si vogliono creare vincoli alla circolazione con paesi come Stati Uniti e Giappone. Bisogna, però, che qualcuno ricordi al leader della Lega Nord che dell’organizzazione in questione fanno parte anche l’Ungheria, la Polonia e, tremate popoli della Padania, la Turchia (mamma, li turchi!). On.Bossi, lei si sta cacciando in un mare di guai. Con la sua trovata legislativa i discendenti dei feroci Ottomani troveranno spalancate le porte della Brianza e non esiteranno a tagliarle la testa. Il suggerimento intende invece proporre un’integrazione all’art.9 che così recita: “La cittadinanza italiana può essere ottenuta dopo 10 anni dall’iscrizione nei ruoli d’immigrazione sul presupposto […] del corretto adempimento dei doveri fiscali”. D’accordo, ma allora si aggiunga che quella stessa cittadinanza sarà tolta ai piccoli o medi imprenditori del Nord che non pagano i contributi previdenziali per i lavoratori stranieri alle loro dipendenze. Più che una proposta di legge, una miniera di spunti comici. Per evitare di piangere.

Il nome della cosa

L’Avvenire 18 marzo 2000

“Sulle coppie gay Strasbursgo stecca”

Il riconoscimento giuridico delle coppie gay turba il sonno di molti cattolici. Le loro unioni non sono equiparabili ai matrimoni tra etero, dicono. E’ un attentato ai sacri valori del focolare domestico, ripetono, ma non riusciamo a cogliere la relazione causa-effetto anche perché siamo convinti che i veri nemici della famiglia si annidino al suo interno e hanno ben altri nomi: incomunicabilità, ipocrisia, piccole e grandi infedeltà. Che facciamo, allora, lasciamo la questione in sospeso? Una soluzione forse c’è. Basta trovare il nome giusto ed il gioco è fatto. Tutti coloro che appoggiano il riconoscimento delle coppie omosessuali evitino d’usare parole come matrimonio o famiglia, altrimenti la lampadina si accende e a certi cattolici va su la pressione. I francesi hanno inventato i Pacs, i “patti civili di solidarietà”, depositati in Tribunale e con i quali si sanciscono una serie di diritti (dalla questione fiscale, a quelle ereditarie, alla previdenza sociale) per le coppie non “regolari”. Ecco, patto potrebbe funzionare, forse. Ma meglio di tutte è la parola cosa: generica, non impegnativa, dice e non dice, rassicurante, una “tisana” che placa le coscienze ferite dei benpensanti. Sentite come suona. Articolo dell’ “Avvenire”: “Il Parlamento Italiano a larga maggioranza ha approvato il riconoscimento giuridico della COSA gay. Hanno votato a favore anche gli onorevoli Casini e Buttiglione. La famiglia è salva”. E il gioco è fatto.

La guerra che non volevamo

Il Manifesto 30 marzo 2000

“L’Onu alla nato: In Kosovo la guerra è persa”

E adesso, dove siete, che cosa scrivete, vari e varie Barbara Spinelli, Ernesto Galli della Loggia, Mario Pirani, editorialisti di destra e sinistra che un anno fa tromboneggiavate contro di noi, anime belle, perché dicevamo che la guerra “umanitaria” contro la Serbia non avrebbe risolto i problemi del Kosovo? E’ triste dover constatare che avevamo ragione. Il relatore dell’Onu per i diritti umani nella ex Jugoslavia – non il primo pacifista di passaggio – in un rapporto all’Alto commissariato delle Nazioni Unite afferma senza mezzi termini: “L’economia jugoslava è stata distrutta. Il Kosovo è stato distrutto. Ci sono centinaia di migliaia di disoccupati e una pulizia etnica ha preso il posto di un’altra pulizia etnica”.

La Nato ha fallito tutti gli obiettivi che si era posta con l’intervento militare e Milosevic resta più che mai in sella. Il futuro multietnico, uno dei capisaldi della risoluzione firmata alla fine della guerra, è una chimera, con 240 mila kosovari non albanesi che in questi mesi sono stati buttati fuori della regione e serbi, turchi, rom che difficilmente potranno riprendere le loro abitazioni occupate dagli albanesi. Intanto il presidente D’Alema continua a rivendicare – e con orgoglio – tra i principali meriti del suo governo l’intervento nel Kosovo. Pensa i demeriti.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – maggio 2000
* titolo originario: IL NODO AL FAZZOLETTO / MAMMA, LI TURCHI!

I ripescaggi del Bancario /36

gennaio 1, 1997 Lascia un commento

Signori, avere successo come intolleranti è cosa assai impegnativa. Non sono più lecite le approssimazioni e la superficialità. Bisogna applicarsi – con metodo – affinché la propria ripugnanza per gli altri non subisca cedimenti. Una volta era più semplice. C’erano solo i “terroni”, che nei favolosi anni ‘60 lasciavano la loro terra con una valigia piena di sogni. Il cartello “NON SI AFFITTA A MERIDIONALI” è patrimonio esclusivo di quel periodo quanto le canzoni dei Beatles, la Fiat 600 e John F.Kennedy. Ma la storia si evolve. Ciò che si odiava prima non è più sufficiente. Compaiono altre categorie sociali e con esse nuovi pregiudizi. Gli episodi d’insofferenza contro gli extracomunitari sono all’ordine del giorno. Li si accusa delle peggiori nefandezze. Rubano, sporcano, violentano le nostre donne, qualcuno li ha anche visti mangiare dei bambini e sgozzare criceti. L’Intollerante non ha mezzi termini: pontifica e sputa sentenze. Conoscere, capire, è già più difficile. Si tratta di uno sforzo intellettuale che non rientra nelle sue prerogative. Troppa fatica, che va riservata, piuttosto, alla lettura della “Gazzetta dello Sport”. Se per un tunisino che ruba ne esistono altri dieci che si spezzano la schiena a raccogliere pomodori nel Napoletano, be’, l’Intollerante non si perde d’animo e dopo una ragionata analisi afferma perentorio: “Ladri, rubano il pane ai nostri figli!”. Gli provi a spiegare, con parole semplici semplici, che è impresa titanica trovare un italiano disposto a svolgere lavori di bassa manovalanza, ma lui ha pronto l’asso nella manica: “D’accordo, però a questa gente non dobbiamo dare il pesce, ma la canna per imparare a pescare!”. L’antico detto orientale è divenuto ormai una di quelle frasi fatte che si utilizzano con assoluta leggerezza. Diffidate da chi la pronuncia. Quasi sicuramente è uno che nei confronti del “pesce”, della “canna” e del “pescatore” nutre lo stesso interesse che ho provato io verso le regali vicende di Lady Diana e del principe Carlo. Il linguaggio che tende all’omologazione è un tratto distintivo dell’Intollerante. Gli extracomunitari – ricchi di tradizioni e stili di vita diversi – per lui sono tutti “marocchini”; i depositari dell’antica cultura nomade nient’altro che “zingari”, nobile marchio utilizzato oggi in senso dispregiativo. È il linguaggio, tanto per intenderci, dell’on. Umberto Bossi, il Braveheart della Brianza, un uomo che se lo accusi di essere razzista ti risponde che non è vero: sono gli altri che sono napoletani.

Qualcuno sostiene che, crollate le ideologie, non ha più senso parlare di destra e sinistra. Si tratterebbe di categorie vetuste, inadatte per ragionare su una realtà che negli ultimi cinquant’anni ha subito profonde trasformazioni. La tesi è assai discutibile. Questi concetti in realtà significano ancora qualcosa. Vittorio Foa – politico di razza, condannato a quindici anni di carcere dal regime fascista – li sintetizza così: “Essere di destra significa pensare all’oggi ed a se stessi. Essere di sinistra, a domani ed agli altri”. All’interno di questo schema è fin troppo semplice capire da che parte sta l’Intollerante, per il quale le differenze rappresentano soltanto un ostacolo alla sua realizzazione. È una visione assai miope della vita, legittima ma poco convincente. Tuttavia il male non ha solo un colore. Penso, ad esempio, all’opinione negativa di molta gente – anche di sinistra – rispetto all’omosessualità. Qualcosa è cambiato in questi anni, ma la strada verso la completa accettazione è ancora lunga. I gay sono oggetto continuo di scherno, lo stesso che all’epoca del nazismo si trasformò in una spietata persecuzione. È un terreno minato, che coinvolge la nostra sfera più intima e che mette in crisi tutti i facili moralismi. Non ci resta che prendere un impegno. Proviamo a smascherare l’Intollerante, dovunque si annidi. Ci vuole poco. È quello che davanti all’immagine di un bambino che muore di fame scoppia a piangere.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – gennaio 1997
* titolo originario: L’INTOLLERANTE DI SUCCESSO
Categories: Il Bancario scrive, IL FOGLIO Etichette: ,
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