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Articoli taggati ‘libri’

I ripescaggi del Bancario /64

gennaio 6, 2005 Lascia un commento

Cristopher Hitchens è un giornalista britannico e vive negli Stati Uniti. Non è un Bruno Vespa qualsiasi. E’ uno, per dire, che da una vita cerca d’incastrare l’ex segretario di stato statunitense Henry Kissinger al quale ha dedicato un libro, dei reportages e un’infinità di conferenze. E’ di sinistra – ha scritto sulle principali riviste radicals d’Oltreoceano – ma, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, si è inimicato parecchi dei suoi vecchi compagni di strada perché ha sposato in pieno la causa dell’amministrazione Bush, sostenendo che il fondamentalismo islamico è il totalitarismo dei nostri giorni e che non bisogna andare troppo per il sottile per debellarlo. Insomma Hitchens le tira a destra e manca, chi c’è c’è. Nel 1995, con un libro intitolato “La posizione della missionaria”, ha messo sulla graticola Madre Teresa di Calcutta e bisogna convenire che ha avuto del bel coraggio a mettere in discussione un’icona del nostro tempo, venerata ad ogni latitudine. Cosa dice Hitchens nel libro, che in Italia è stato pubblicato nel 1997 dalle edizioni Minimum Fax, nel silenzio pressoché assoluto? Be’, la sua è un controstoria, una inchiesta condotta sul campo che offre della piccola suora albanese un ritratto spietato e documentatissimo. Il giornalista riporta le testimonianze di volontari e suore che hanno abbandonato l’ordine fondato. Storie sempre uguali che raccontano di una Madre Teresa a cui non interessava il dolore fisico dei suoi assistiti, perché chi si mette alla sequela del Cristo sofferente deve accettarne la medesima sorte, che si opponeva al controllo delle nascite nella città più sovrappopolata del mondo, che prendeva soldi da dittatori spietati come l’haitiano Duvalier e che nei suoi “ospedali” lasciava che i malati fossero ammucchiati per terra o su brandine sporche. E’ una lettura che non lascia indifferenti. A ciascuno le proprie conclusioni.

* mio post del 6/1/2005 pubblicato su Splinder
* titolo originario: RELIGIOSAMENTE SCORRETTO

I ripescaggi del Bancario /115

gennaio 1, 2001 Lascia un commento

Mettiamo subito le cose in chiaro. Nel parlare dell’ultimo libro di Franco Barbero (animatore della comunità di base di Pinerolo, biblista e tant’altro) intitolato “Il dono dello smarrimento” intendo avvalermi della facoltà di non essere obiettivo. Anzi rivendico il diritto ad esprimere un giudizio totalmente inficiato dai sentimenti d’amicizia e di stima che mi legano a lui. Non riesco, insomma, a rivestire il ruolo del recensore freddo e distaccato, perché Franco è un riferimento importante nella mia vita di fede e uno dei pochi maestri. – so che la parola a lui non piace, ma pazienza – che mi pare di vedere in circolazione.

Il libro, il secondo di una serie di sette che ha in progetto, apre diverse porte come spesso capita leggendo le cose che scrive da anni. Il linguaggio scelto è volutamente semplice, ma non semplicistico, in forma d’intervista – come nel suo precedente volumetto “Il Giubileo d’ogni giorno” – e privo di intellettualismi di facciata. Filo conduttore è lo smarrimento, il perdere cioè la strada delle facili certezze e dei sentieri ben delineati per approdare da qualche altra parte, magari proprio quella che cercavamo da sempre: “Nella mia vita mi sono smarrito, mi è capitato più volte di smarrirmi e questa catena di ‘smarrimenti’ ha rappresentato un grande dono” (pag.7).

Lo sguardo rivelatore delle Scritture, che Franco divora da anni con una “voracità” impressionante, e l’incontro con le persone più svariate gli hanno aperto panorami sconosciuti, lo hanno scosso e reso inquieto, gli hanno regalato momenti di felicità e di gioia inaspettata. Ed è proprio a partire da questa condizione di perenne ricerca, nella quale molti di noi si riconoscono, che a Franco il vestito della chiesa cattolica sta un po’stretto. Ben disegnato, certo, pieno di orpelli, cucito da sarti di prim’ordine – o che perlomeno si ritengono tali – , ma che rimane comunque un abito buono adatto solo alle grandi cerimonie. Per parlare al cuore ci vuole altro: “Quando mai arriverà per questa chiesa ‘un tempo per perdere’ (Qohelet 3,6) qualche sua sicurezza economica, dogmatica, strutturale?” (pag.11). E’ il sogno che Franco coltiva da anni, senza mai nascondere la testa sotto la sabbia di fronte ai tradimenti e alle delusioni di marca vaticana. Sono le bellissime pagine (105-109) di “Mia cara chiesa”, l’intervento letto, con le lacrime agli occhi, in occasione della presentazione del volume “Da donna a donne” della nostra Ausilia Riggi e che testimoniano il suo amore inguaribile verso una chiesa che spesso lo ha considerato figlio infedele.

Non siamo soli quando ci perdiamo. Lo smarrimento di cui si parla nel libro è anche quello di Gesù, profeta di Nazareth, che una cristologia definita “gloriosa” ha divinizzato al punto tale da cancellare quelle manifestazioni di umanità di cui invece sono piene le Scritture. In questo senso Franco rilegge il brano delle tentazioni, che diventano così segno della precarietà del vivere e della fragilità di un’esistenza che ci costringe ogni giorno a scegliere tra amore e egoismo. Ed è pure il pianto dell’Eterno che quando vide la terra piena di violenza “si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gen 6,5-6, cit.pag.31). Tornano poi i temi di altri suoi scritti: la riforma del papato (com’è difficile parlarne in questi anni di wojtylismo imperante); l’ecumenismo e il dialogo con le altre fedi, dove l’attenzione è posta al rapporto tra cristianesimo e ebraismo e alla necessità di recuperare quelle “alternative che andarono perdute” in seguito alla rottura definitiva con la sinagoga; gli eccessi mariani.

Lo snodo centrale è comunque la riflessione cristologica. In “Gesù, dolce amore mio” (pag.87 e ss.) Franco affronta un terreno impervio, quello degli antichi linguaggi che hanno imbalsamato la figura del Nazareno, ingabbiandolo dentro degli schemi che la ricerca teologica – tre pagine fitte di note e di riferimenti bibliografici lo testimoniano – sta cercando di smontare, e non da oggi. I modelli di Calcedonia e di Nicea non sono più intangibili e ciò che viene messo in risalto è piuttosto la relazione profonda e speciale che Gesà ha avuto con il Padre, del quale è stato in qualche modo “parabola” vivente nella consapevolezza della sua alterità: “identificare Gesù Cristo con Dio va oltre le la testimonianza delle scritture cristiane” (pag.102).

Non ci resta che metterci sulle tracce di Abramo (pagg.117-120). Come lui non abbiamo alcuna voglia di abbandonare i nostri porti sicuri, ma l’invito a muoversi verso una terra promessa e sconosciuta è di quelli a cui non si può dire di no. Sappiamo che correremo rischi e che forse ci sarà un prezzo da pagare, ma davanti ai nostri occhi si spalancheranno orizzonti inediti.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – marzo 2001
* titolo originario: ELOGIO DELLO SMARRIMENTO

I ripescaggi del Bancario /49

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

“Se tre milioni vi sembrano pochi” (ed.Einaudi, Torino, lire 26.000) è un libro del prof. Luciano Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino, nel quale, sin dall’introduzione, il tema della disoccupazione in Italia è affrontato in tutta la sua gravità: «Se tre milioni vi sembran pochi […] provate a immaginare che cosa sarebbe la società italiana quando dovessero scomparire un altro paio di milioni di posti, e le persone in cerca di lavoro diventassero due o tre volte tanto […] Sono grandezze che derivano dal riferire al nostro paese le previsioni sul futuro prossimo del lavoro formulate a livello mondiale […] da fonti autorevoli, come grandi società di consulenza, dirigenti delle maggiori corporations transnazionali, serissimi studiosi di scienza del futuro» (pag.IX). Nella prima parte del libro Gallino prende in esame le ricette e i pensieri dominanti che circolano sull’argomento, dimostrando che non hanno alcun fondamento reale. La crescita economica come nuovo Eldorado, il modello americano da copiare, la tecnologia che crea tanti posti quanti ne distrugge, il terziario che ci pensa a lui risolvere tutto, i lavori atipici, lo stato sociale accusato dei più terribili misfatti: Gallino, in sostanza, dice che ora è di smetterla con questi luoghi comuni. Pensiamo al tanto strombazzato modello Usa: «La cifra ufficiale di 130 milioni di occupati […] risulta gonfiata perché include almeno 6 milioni di studenti tra i 16 e i 24 anni che nelle statistiche europee, e dell’Italia in particolare, sarebbero considerati appartenenti alle “non forze di lavoro”. Ma in Usa vengono inseriti tra gli occupati perché han dichiarato di aver lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento […] almeno 20 milioni di lavoratori “contingenti”, individui che hanno un lavoro a brevissimo termine […] circa 23 milioni di occupati part time che lavorano in media 24 ore la settimana»(pag.24). Anche la “flessibilità” è bersaglio di critiche puntuali. In effetti sta diventando uno slogan che sembra affascinare molti, compresi alcuni uomini di sinistra. Eppure essa è ormai un dato acquisito. Il differenziale salariale tra Nord e Sud è attorno al 20 per cento e in alcuni territori, quelli dei contratti d’area, la percentuale si avvicina al 45 per cento. Si può assumere in mille modi (a tempo determinato, con contratti di formazione lavoro, contratti interinali, per lavori stagionali, ecc.) mentre le probabilità di trovare un impiego a tempo indeterminato sono inferiori a quelle di una vincita al SuperEnalotto. Ma nel Sud flessibile il tasso di disoccupazione è altissimo, mentre nel Nord rigido, dove un minimo di regole e tutele sussistono ancora, il lavoro non è un miraggio. La sensazione, confermata anche da Gallino, è che per molti (Confindustria in testa) flessibilità voglia dire libertà assoluta di licenziamento e mano libera sui salari.

Non bisogna nascondere che sotto i ferri del sociologo passano anche temi che a noi del Foglio sono assai cari, come la riduzione dell’orario di lavoro e il terzo settore. Gallino non nasconde una certa simpatia per questo tipo di soluzioni perché “intellettualmente assai più degne d’altre”, ma la bocciatura è ugualmente piena, anche se meno perentoria. A suo parere l’errore è nella diagnosi – che fa loro da sfondo – sulle cause della disoccupazione e i suoi effetti: «La disoccupazione non deriva dal fatto che quasi tutto il lavoro da fare al mondo viene fatto dalle macchine, ovvero da poche migliaia di macchine efficientissime. Deriva semmai dall’incapacità, che è anzitutto politica, di convertire l’enorme quantità di lavoro in occupazione» (pag.66). Non siamo alla “fine del lavoro”, sostiene Gallino in antitesi a Jeremy Rifkin, è che la politica non sa sfruttare i filoni esistenti per crearne di nuovo. Il caso-Italia è significativo: prevenzione e riduzione del dissesto idrogeologico, potenziamento della macchina giustizia oggi allo sbando, costruzione d’infrastrutture ferroviarie efficienti, recupero e tutela del patrimonio artistico, formazione di una buona parte dei 14 milioni di lavoratori dipendenti registrati nel 1998. Tutto ciò rappresenterebbe una miniera inesauribile, pronta a sfornare quel lavoro che oggi è invece merce assai rara. Gallino ha più di una ragione a lanciare questo tipo di proposte – di cui si parla comunque da parecchi anni e senza venirne mai a capo – ma ciò non esclude che anche riduzione dell’orario di lavoro e terzo settore possano rappresentare degli strumenti efficaci. Si tratta, certo, di “terreni” poco conosciuti, di “vie” finora inesplorate che la politica non ha il coraggio di affrontare sino in fondo. Lo scetticismo che li investe, e che trapela anche dalle parole dell’autore, mi pare legato soprattutto alla visione tradizionale del lavoro come elemento centrale e insostituibile della nostra esistenza. E’ il mito del Nord-Est italiano, dove sei una brava persona solo se sgobbi 16 ore il giorno. Eppure si tratta di uno schema che presenta ormai limiti vistosi e che crea continue insoddisfazioni, ne siamo testimoni quotidianamente, a livello personale e sociale. Liberare tempo dal lavoro per ritrovare se stessi non è uno slogan strappa-applausi, caro prof. Gallino, ma un’urgenza assolutamente ineludibile.

Nell’ultima parte il libro tratteggia una politica dell’occupazione, attraverso un’agenda di proposte. Oltre a quelle citate in precedenza, l’autore segnala la necessità per l’Italia di aumentare in modo considerevole gli investimenti per la ricerca e lo sviluppo, propone alla sinistra di valorizzare la grande azienda troppo spesso demonizzata e alla destra di rafforzare l’intervento dello stato nell’economia, tesse l’elogio delle nostre piccole imprese purchè diventino più grandi. L’accento finale, assai marcato, è posto sulla formazione: «Si può spiegare la inoccupazione giovanile asserendo che gran parte dei giovani stentano a trovare lavoro quando escono dalla scuola non tanto perché le imprese non abbiano lavoro da offrire loro, quanto piuttosto perché non li considerino idonei a venir occupati»(pag.243). Ecco allora che per accrescere le possibilità lavorative bisogna fare entrare «molto più lavoro nella formazione e molta più formazione nel lavoro» (pag.245). L’intreccio tra i due aspetti, secondo Gallino, dovrebbe alimentare un circolo virtuoso che porterebbe alla drastica riduzione della disoccupazione. Sarà. Ma il rischio che la scuola perda qualsiasi funzione critica e diventi un’ ancella silenziosa delle logiche aziendali è fin troppo evidente.

FAUSTO  CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – febbraio 1999
* titolo originario:  TRE MILIONI DI DISOCCUPATI

I ripescaggi del Bancario /47

gennaio 1, 1998 Lascia un commento

Un nonno scrive ai nipoti. Lo fa senza pedante saggezza, dosando ironia e gusto di raccontare, con la stessa profondità, cose minime e aspetti più grandi della vita. Questa è la cifra stilistica che contraddistingue L’erba e le pietre (Ed.EdUP, Roma) una raccolta di lettere che Martino Morganti – ex insegnante, conferenziere e scrittore – ha scritto in questi anni su Adista, Confronti e Tempi di Fraternità, rivista torinese vicina al mondo delle comunità di base e con la quale attualmente collabora. Ma perché scegliere la figura del nonno? Morganti lo spiega bene nella prima lettera del libro. Il nonno non ha più nulla da perdere. Finalmente libero da ruoli, etichette e impieghi può dire quello che vuole, con l’autorevolezza che gli nasce dal non avere alcuna autorità. E’ ricco di passato, ma vive in pieno – assieme ai nipoti – il tempo presente proiettato in un futuro che, nonostante l’età, continua ad appartenergli: “Dovete concedere che chi sa di avere poco tempo ha il privilegio di non poter sprecare o rimandare. E ha anche il diritto a sperare che nel poco possa realizzarsi ciò che non si è avverato nel molto” (pag.11). Tema conduttore del libro – più o meno dichiarato – è la resistenza appassionata a tutto ciò che in qualche modo vorrebbe frenare il cammino della nostra coscienza. L’autore ha sempre cercato di tradurre nella sua vita questo atteggiamento. Protagonista del dissenso cattolico, lo scorso anno è stato radiato dall’ordine francescano al quale apparteneva. In un passo l’autore scrive che Ernesto Balducci, certo non sospettabile di accondiscendenza verso il potere ecclestiastico, gli rimproverava spesso l’ostinazione a rimanere “fuori dal recinto” e un giorno ebbe modo di dirgli che l’erba sa venir fuori nonostante le pietre. La sua fu una replica altrettanto arguta: “Non ho mai avuto dubbi sulla forza dell’erba, ma perché costringerla ai rari interstizi quando, togliendo le pietre, potrebbe diventare un prato?” (pag.64). Più di una volta Morganti fa salire sul banco degli imputati il cattolicesimo delle mille degenerazioni. Alla chiesa delle omelie (pag.77-80), che separa i docenti dai discenti e che sterilizza lo scambio delle esperienze, preferisce quella in grembiule – riportando una felice definizione di don Tonino Bello a commento del passo di Giovanni (13,4-16) sulla lavanda dei piedi – misericordiosa e aperta al confronto.

Ci sono pagine sui temi più scottanti del dibattito ecclesiale (il caso Gaillot,l’Appello dal Popolo di Dio) e altre che parlano di sogni come strumento per resistere al presente senza però sfuggirvi. Anche nel trattare di calcio – sua grande passione – Morganti si rivela senza timore,facendo arricciare il naso a qualche benpensante :”Dico la mia da testimone ‘imperfetto’ :allo stadio magari tradisco le feste ma mi sento in festa.Proprio come senza lo stadio nelle feste tendo a sonnolenti sbadigli”(pag.96). Tuttavia c’è da chiedersi come riesca a assaporare il gusto della partita domenicale,visto che proprio lo stadio è spesso teatro di violenza gratuita, dileggio del tifoso avversario, mancanza di lealtà tra i giocatori. Ma forse c’è una spiegazione e la troviamo qualche pagina dopo, in una lettera dal titolo Elogio del bicchiere mezzo pieno, breve esortazione all’ottimismo e alla sua capacità di farci guardare la vita con occhi nuovi. L’invito è quello di coltivare facce serene,anche quando siamo circondati dai volti accigliati e scuri di un’umanità in perenne lotta con se stessa. E si sa, i nonni hanno quasi sempre ragione.

FAUSTO  CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – gennaio 1998
* titolo originario: PAROLA DI NONNO
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