“Se tre milioni vi sembrano pochi” (ed.Einaudi, Torino, lire 26.000) è un libro del prof. Luciano Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino, nel quale, sin dall’introduzione, il tema della disoccupazione in Italia è affrontato in tutta la sua gravità: «Se tre milioni vi sembran pochi […] provate a immaginare che cosa sarebbe la società italiana quando dovessero scomparire un altro paio di milioni di posti, e le persone in cerca di lavoro diventassero due o tre volte tanto […] Sono grandezze che derivano dal riferire al nostro paese le previsioni sul futuro prossimo del lavoro formulate a livello mondiale […] da fonti autorevoli, come grandi società di consulenza, dirigenti delle maggiori corporations transnazionali, serissimi studiosi di scienza del futuro» (pag.IX). Nella prima parte del libro Gallino prende in esame le ricette e i pensieri dominanti che circolano sull’argomento, dimostrando che non hanno alcun fondamento reale. La crescita economica come nuovo Eldorado, il modello americano da copiare, la tecnologia che crea tanti posti quanti ne distrugge, il terziario che ci pensa a lui risolvere tutto, i lavori atipici, lo stato sociale accusato dei più terribili misfatti: Gallino, in sostanza, dice che ora è di smetterla con questi luoghi comuni. Pensiamo al tanto strombazzato modello Usa: «La cifra ufficiale di 130 milioni di occupati […] risulta gonfiata perché include almeno 6 milioni di studenti tra i 16 e i 24 anni che nelle statistiche europee, e dell’Italia in particolare, sarebbero considerati appartenenti alle “non forze di lavoro”. Ma in Usa vengono inseriti tra gli occupati perché han dichiarato di aver lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento […] almeno 20 milioni di lavoratori “contingenti”, individui che hanno un lavoro a brevissimo termine […] circa 23 milioni di occupati part time che lavorano in media 24 ore la settimana»(pag.24). Anche la “flessibilità” è bersaglio di critiche puntuali. In effetti sta diventando uno slogan che sembra affascinare molti, compresi alcuni uomini di sinistra. Eppure essa è ormai un dato acquisito. Il differenziale salariale tra Nord e Sud è attorno al 20 per cento e in alcuni territori, quelli dei contratti d’area, la percentuale si avvicina al 45 per cento. Si può assumere in mille modi (a tempo determinato, con contratti di formazione lavoro, contratti interinali, per lavori stagionali, ecc.) mentre le probabilità di trovare un impiego a tempo indeterminato sono inferiori a quelle di una vincita al SuperEnalotto. Ma nel Sud flessibile il tasso di disoccupazione è altissimo, mentre nel Nord rigido, dove un minimo di regole e tutele sussistono ancora, il lavoro non è un miraggio. La sensazione, confermata anche da Gallino, è che per molti (Confindustria in testa) flessibilità voglia dire libertà assoluta di licenziamento e mano libera sui salari.
Non bisogna nascondere che sotto i ferri del sociologo passano anche temi che a noi del Foglio sono assai cari, come la riduzione dell’orario di lavoro e il terzo settore. Gallino non nasconde una certa simpatia per questo tipo di soluzioni perché “intellettualmente assai più degne d’altre”, ma la bocciatura è ugualmente piena, anche se meno perentoria. A suo parere l’errore è nella diagnosi – che fa loro da sfondo – sulle cause della disoccupazione e i suoi effetti: «La disoccupazione non deriva dal fatto che quasi tutto il lavoro da fare al mondo viene fatto dalle macchine, ovvero da poche migliaia di macchine efficientissime. Deriva semmai dall’incapacità, che è anzitutto politica, di convertire l’enorme quantità di lavoro in occupazione» (pag.66). Non siamo alla “fine del lavoro”, sostiene Gallino in antitesi a Jeremy Rifkin, è che la politica non sa sfruttare i filoni esistenti per crearne di nuovo. Il caso-Italia è significativo: prevenzione e riduzione del dissesto idrogeologico, potenziamento della macchina giustizia oggi allo sbando, costruzione d’infrastrutture ferroviarie efficienti, recupero e tutela del patrimonio artistico, formazione di una buona parte dei 14 milioni di lavoratori dipendenti registrati nel 1998. Tutto ciò rappresenterebbe una miniera inesauribile, pronta a sfornare quel lavoro che oggi è invece merce assai rara. Gallino ha più di una ragione a lanciare questo tipo di proposte – di cui si parla comunque da parecchi anni e senza venirne mai a capo – ma ciò non esclude che anche riduzione dell’orario di lavoro e terzo settore possano rappresentare degli strumenti efficaci. Si tratta, certo, di “terreni” poco conosciuti, di “vie” finora inesplorate che la politica non ha il coraggio di affrontare sino in fondo. Lo scetticismo che li investe, e che trapela anche dalle parole dell’autore, mi pare legato soprattutto alla visione tradizionale del lavoro come elemento centrale e insostituibile della nostra esistenza. E’ il mito del Nord-Est italiano, dove sei una brava persona solo se sgobbi 16 ore il giorno. Eppure si tratta di uno schema che presenta ormai limiti vistosi e che crea continue insoddisfazioni, ne siamo testimoni quotidianamente, a livello personale e sociale. Liberare tempo dal lavoro per ritrovare se stessi non è uno slogan strappa-applausi, caro prof. Gallino, ma un’urgenza assolutamente ineludibile.
Nell’ultima parte il libro tratteggia una politica dell’occupazione, attraverso un’agenda di proposte. Oltre a quelle citate in precedenza, l’autore segnala la necessità per l’Italia di aumentare in modo considerevole gli investimenti per la ricerca e lo sviluppo, propone alla sinistra di valorizzare la grande azienda troppo spesso demonizzata e alla destra di rafforzare l’intervento dello stato nell’economia, tesse l’elogio delle nostre piccole imprese purchè diventino più grandi. L’accento finale, assai marcato, è posto sulla formazione: «Si può spiegare la inoccupazione giovanile asserendo che gran parte dei giovani stentano a trovare lavoro quando escono dalla scuola non tanto perché le imprese non abbiano lavoro da offrire loro, quanto piuttosto perché non li considerino idonei a venir occupati»(pag.243). Ecco allora che per accrescere le possibilità lavorative bisogna fare entrare «molto più lavoro nella formazione e molta più formazione nel lavoro» (pag.245). L’intreccio tra i due aspetti, secondo Gallino, dovrebbe alimentare un circolo virtuoso che porterebbe alla drastica riduzione della disoccupazione. Sarà. Ma il rischio che la scuola perda qualsiasi funzione critica e diventi un’ ancella silenziosa delle logiche aziendali è fin troppo evidente.
FAUSTO CAFFARELLI
* articolo pubblicato sul Foglio di Torino – febbraio 1999
* titolo originario: TRE MILIONI DI DISOCCUPATI
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