I passaggi istituzionali di questi mesi (elezioni regionali, costituzione del governo Amato, referendum) hanno ridisegnato il panorama politico del nostro paese, facendo emergere alcune questioni su cui vale la pena soffermarsi.
La deriva della sinistra
Dopo l’esaltante stagione dell’Ulivo, forse fin troppo sopravvalutata, il centrosinistra non ne ha azzeccata più una, registrando una serie di sconfitte che hanno avuto il loro apogeo nella batosta alle regionali di aprile e nel fallimento del referendum elettorale sul quale il partito-guida dello schieramento – i Ds di Veltroni – avevano puntato più di una carta. Le ragioni della crisi sono diverse, a nostro avviso legate soprattutto all’identità della coalizione e in particolare della sua “gamba sinistra”.
Sullo sfondo ci sono i cambiamenti epocali di questi anni. La fine della lotta di classe, il trionfo del cosiddetto “pensiero unico” ovverosia l’economia messa al posto di comando e liberata da qualsiasi ostacolo di natura sociale, la competizione come unico valore, non hanno certo favorito una sinistra che veniva dalle lotte per il socialismo e il riformismo, segnate, ed è bene non dimenticarlo mai, anche da tragiche e sanguinose degenerazioni.
Ci sembra di poter sintetizzare così le due scuole di pensiero che in questi mesi hanno cercato di ragionare sulla sua crisi d’identità: 1) la sinistra cola a picco per la scarsa capacità d’innovazione, perché ha perso i contatti con i nuovi ceti produttivi (i famosi otto milioni di partite IVA, la piccola e piccolissima impresa, i padroncini), negando loro le risposte che si aspettavano 2) la sinistra perde perché insegue l’avversario sul terreno dell’accettazione acritica del mercato e delle sue logiche (privatizzazioni, deregulation, flessibilità), tradendo il proprio insediamento sociale. C’è del vero in entrambe. Che cosa vogliono questi nuovi ceti ? L’impressione è: meno regole, zero burocrazia, poche tasse, pochissimo sindacato, giustizia veloce e non troppo garantista. Alcune domande sono legittime e condivisibili, perché la lunghezza dei nostri processi o le infinite pastoie burocratiche che spesso fanno assomigliare a un incubo kafkiano il rapporto tra Stato e cittadini sono problemi reali. C’è una voglia complessiva di stare meglio e di arricchirsi: va demonizzata? No, ma non si può negare che nasconda anche egoismi diffusi e attenzione esasperata al proprio tornaconto personale, scempio di legalità in tutti i campi, chiusura totale rispetto ai problemi di chi non è altrettanto fortunato. E la sinistra che deve fare? Inseguire a tutti costi questi umori? Inseguirli comunque, pur di governare? E’ davvero questo il suo “mestiere” del futuro?
In questi anni i nostri governi hanno ottenuto risultati brillanti dal punto di vista finanziario, rimettendo ordine al dissestatissimo bilancio dello Stato e facendo entrare l’Italia nel novero dei paesi dell’Euro. Quella che è mancata, o si è vista solo in minima parte, è stata una spinta veramente riformista sulle grandi questioni sociali ed economiche, capace di creare condizioni di partenza uguali per tutti (ma non falso egualitarismo) e di fissare regole tali da contenere gli eccessi di una frenetica e cieca rincorsa all’arricchimento. Strada difficile e impervia, non c’è dubbio, che senza la pretesa di chissà quali rivoluzioni, non si accontenta di manovre di piccolo cabotaggio, non si arrocca dietro pregiudizi di sorta e oltre a sviluppare e diffondere una cultura dei diritti sa radicare anche un’etica dei doveri, che certa sinistra di oggi, quella più radicale, fatica a digerire. Significa, ad esempio, che non è vero che una scuola pubblica selettiva sia un’arma contro i deboli e i poveri, ma semmai l’esatto contrario perché quando è allo sfascio come oggi nega loro un’opportunità di riscatto sociale.
Il centro: vulcano in ebollizione
Se a sinistra si piange, al centro c’è gran movimento, voglia di emergere, di contare di più. Nuove facce compaiono all’orizzonte, D’Antoni in testa, anche se le loro intenzioni non sono ancora chiare, altre scalpitano, Mastella su tutti, e più di un commentatore parla di “nuova Democrazia Cristiana” che come un’Araba Fenice sta risorgendo dalle sue ceneri. Cattolici chiamati a raccolta? La vecchia unità politica è a nostro avviso ormai improponibile e le elezioni regionali hanno confermato la tendenza a un voto aperto a diverse opzioni. Lo scontro in Lombardia tra il rieletto presidente Formigoni e Mino Martinazzoli, ex democristiani, ma con posizioni assai distanti sul rapporto tra fede e politica, è il segno evidente che una certa stagione è ormai finita.
Alla luce di quanto detto c’è piuttosto da chiedersi se per un cristiano tutto ciò debba significare indifferenza di fronte alle diverse proposte politiche. Il rischio è di cadere in una pericolosa neutralità, attenta più a ragioni di bottega che a quelle della solidarietà e della difesa dei deboli. Ma c’è di più. E’ ora di confutare la tesi per cui in politica “cattolico” debba sempre significare “moderato”, come se non appartenesse invece al cristiano il coraggio di esprimere posizioni avanzate e di rottura, capaci di smontare le certezze assolute di una politica che spesso non sa vedere oltre il proprio naso. E’ il senso del discorso che il card.Martini ha tenuto il 6 dicembre 1999 per la festività di sant’Ambrogio, nel quale ha sottolineato, tra l’altro, che chi opera in politica ispirato dalla fede è chiamato ” a una socialità che non scollega mai la libertà dalla responsabilità verso il prossimo”
Il Cavaliere strapazza tutti
Il vincitore di questi mesi è, invece, senza ombra di alcun dubbio, Silvio Berlusconi. Piaccia o no, il Cavaliere ha saputo e sa interpretare gli umori dell’elettorato e oggi guida un partito che non è più solo il prodotto di una straordinaria operazione di marketing politico, fatto d’inni, sfondi azzurri e mani portate al cuore, ma una realtà ben radicata nel territorio attorno alla quale si coagula l’intero Polo delle Libertà (oggi ribattezzato “Casa delle Libertà”). Rimangono, tuttavia, in piedi le perplessità di sempre. L’annosa questione relativa al conflitto d’interessi tra il Berlusconi politico e il Berlusconi imprenditore televisivo, anomalia tutta italiana, non è ancora stata risolta e continua ad essere una pietra d’inciampo nel disegnare un rapporto corretto ed equilibrato tra mezzi d’informazione e democrazia. Non si può dimenticare, inoltre, che sul Cavaliere incombono ombre e sospetti, oggetto di processi e inchieste in corso (caso Telecinco, vicenda Sme-giudici romani, lodo Mondadori, acquisto del calciatore Lentini), che minano pesantemente l’autorevolezza della sua leadership, al di là dello stesso consenso popolare. Sul merito poi delle proposte politiche del centrodestra (il progetto di legge sull’immigrazione presentato alla vigilia delle elezioni regionali, la riduzione drastica delle imposte pur in presenza di un elevato debito pubblico, ecc…) persino un giornale come il Financial Times, certo non sospettabile di simpatie comuniste, ha sollevato non poche perplessità, prospettando il pericolo di una destabilizzazione economica e politica dell’Italia, nel caso in cui da quelle proposte si passasse ai fatti.
Il rifiuto della politica
E sullo sfondo di queste considerazioni, un dato emerge con grande chiarezza. Il distacco dei cittadini dalla politica è un’emorragia senza fine. Ci troviamo di fronte a un’idiosincrasia collettiva che è insofferente al teatrino dei partiti, ai ribaltoni, alle promesse non mantenute, ai proclami di un giorno. Le basse percentuali d’affluenza alle urne sono il sintomo più evidente di un malessere che colpisce indifferentemente giovani e anziani, il Nord come il Sud, ceti ricchi e fasce povere. Il primo partito italiano è ormai quello del non-voto e consola solo in parte sapere che il fenomeno dell’astensionismo non riguarda esclusivamente il nostro paese (vedi scheda). Certo l’impegno politico non passa solo attraverso il voto e i partiti – anzi, un terreno da esplorare è proprio quello delle nuove forme di partecipazione -, ma è indubbio che la democrazia non può fare a meno di certi meccanismi e l’espressione della volontà popolare è uno di questi. Elezioni primarie per la scelta dei candidati, nuovo sistema elettorale o quant’altro possono aiutare a ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, anche se rappresentano solo un inizio di soluzione. Ciò che conta, in effetti, è ritrovare da parte di tutti quegli slanci e quelle passioni che fanno della politica lo strumento indispensabile per guidare la trasformazione di una società.
SCHEDA
Alcuni politologi (per es.Ralf Dahrendorf) sostengono che il fenomeno dell’astensionismo, in molti paesi europei, ha oggi assunto una nuova dimensione. Sempre più spesso gli elettori, quando sono stufi di votare A, non votano B ma scelgono di non votare affatto e ne consegue che B vince per difetto, anche senza aver conquistato nuovi elettori. In altri termini il fenomeno dell’astensionismo riguarda soprattutto l’elettorato di un partito o di un gruppo di partiti. E’ il caso di Haider, in Austria, che si è avvantaggiato di una diserzione dalle urne pari al 10% del numero dei votanti, 10 % costituito da cittadini che in precedenza avevano votato per la coalizione formata da socialisti e popolari, o di Aznar, in Spagna che ha beneficiato dell’astensionismo in casa socialista.
FAUSTO CAFFARELLI
* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – agosto 2000
* titolo originario: IL GRANDE FIASCO
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