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Articoli taggati ‘sinistrati’

La sinistra che guarda a destra

novembre 12, 2008 Lascia un commento

Titolo: Domande alle sinistre
Autore: Rossana Rossanda
Fonte: il manifesto – 18/10/2008

Sintesi: Alcune osservazioni sulla sinistra e la crisi finanziaria in corso. Perchè le sinistre si sono persuase, in questi anni, che non c’è altra via economica da percorrere che non sia la privatizzazione (spesso liquidazione) di tutti i beni pubblici? Perchè hanno accettato supinamente la detassazione delle imprese e delle grandi fortune, togliendo così entrate allo stato, pensando che i capitali sarebbero stati reinvestiti nella produzione? Perchè non ripropongono politiche d’intervento pubblico?

Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre. Questi erano i lumi che la cittadina sprovveduta chiedeva di avere dai leader delle sinistre e dell’opposizione e dagli amici economisti, ma non ne ha avuti. Stando così le cose, mi azzardo ad avanzare alcune osservazioni e proposte elementari che, se sono infondate, spero vengano vigorosamente contraddette. Continua a leggere…

Categories: economia, politica Etichette:

Dacci oggi il nostro panico quotidiano /2

ottobre 14, 2008 6 commenti

Titolo: Domande alle sinistre
Autore: Rossana Rossanda
Fonte: il manifesto – 12/10/2008

Sintesi: Perchè le sinistre restano persuase che non c’è altra via economica che non sia la privatizzazione di servizi e beni pubblici? Perchè hanno accettato politiche che hanno tolto entrate allo Stato, nella previsione che i capitali, rimpinguati, sarebbero stati investiti nella produzione? Perchè non viene riproposta una politica d’intervento pubblico?

Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre. Questi erano i lumi che la cittadina sprovveduta chiedeva di avere dai leader delle sinistre e dell’opposizione e dagli amici economisti, ma non ne ha avuti. Stando così le cose, mi azzardo ad avanzare alcune osservazioni e proposte elementari che, se sono infondate, spero vengano vigorosamente contraddette. Prima osservazione.

Perché le sinistre non si chiedono la ragione per cui non solo le destre thatcheriana e reaganiana ma anch’esse si sono e restano persuase che non c’è altra via economica da percorrere che non sia la privatizzazione (spesso liquidazione) di tutti i beni pubblici e di gran parte dei servizi, quelli di interesse sociale inclusi? E perché era giusto incitarli alla concorrenza dentro e fuori i confini nazionali ed europei? La destra ha detto che i privati li avrebbero gestiti meglio e che le tariffe si sarebbero abbassate, ma questo non è successo affatto e in nessun luogo. Continua a leggere…

Categories: economia Etichette:

I ripescaggi del Bancario /42

gennaio 19, 2005 Lascia un commento

“I musulmani non odiano le nostre libertà, ma le nostre politiche. La schiacciante maggioranza solleva obiezioni su quello che ritiene un sostegno di parte a favore di Israele e contro i diritti dei palestinesi, e sullo storico, persino crescente, sostegno per quelle che i musulmani vedono come tirannie. Così, quando la diplomazia americana parla di portare la democrazia nelle società islamiche, la cosa viene vista come un’ipocrisia opportunistica”. Chi sostiene queste tesi? I soliti radicals alla Noam Chomsky e Gore Vidal? No, è uno stralcio di un rapporto interno del Pentagono stilato dal Defense Science Board, una commissione del dipartimento della Difesa. Non è formata da pacifisti imbelli come me, tutt’altro, ma semplicemente da persone che guardano alla realtà dei fatti, lontane dal delirio ideologico che caratterizza l’amministrazione Bush. E adesso, chi glielo dice alla compagnia di giro Ferrara-Fallaci-Panebianco-finite voi la lista, più bushisti che mai?

* mio post del 16/1/2005 pubblicato su Splinder
* titolo originario: AVVISARE FERRARA

I ripescaggi del Bancario /43

gennaio 17, 2005 Lascia un commento

Nichi Vendola vince le elezioni primarie in Puglia. L’onorevole Diliberto (Comunisti Italiani) dichiara: “Congratulazioni e fraterni auguri a Vendola, ma va detto che le primarie sono uno strumento che rischia di non rappresentare i reali rapporti di forza dell’elettorato. Prodi e soprattutto Fassino riflettano”. Traduzione: “Come mi girano le palle che abbia vinto il candidato di Bertinotti”.

* mio post del 17/1/2005 pubblicato su Splinder
* titolo originario: RETROPENSIERO

I ripescaggi del Bancario /119

gennaio 1, 2001 Lascia un commento

D’accordo, cari amici e amiche, il Cavaliere ha vinto, anzi ha stravinto – se non in termini di voti sicuramente rispetto ai seggi ottenuti nei due rami del Parlamento – e siamo tutti qui a domandarci quale futuro ci attende, se saremo costretti a sottoscrivere una polizza assicurativa per farci operare di ernia del disco, se il nostro sistema previdenziale sarà fagocitato dal mercato e se Buttiglione ministro della Pubblica Istruzione (mentre scriviamo è questa l’ipotesi che si sta profilando) è un pezzo di satira scritto da Benni. Non trasformiamo, però, la vittoria di Berlusconi in un dramma nazionale. Ciò non significa sottovalutare i pericoli della sua visione “aziendalistica” del potere e del suo disprezzo ostentato verso la politica, che rischiano di trasformare il governo della cosa pubblica in una monocrazia senza eguali tra i paesi dell’Occidente. Durante la campagna elettorale Rutelli & Co. hanno urlato ai quattro venti che il Polo delle Libertà non aveva uno straccio di programma, ma sappiamo tutti che non è così. Il programma c’è e se sarà realizzato alla lettera c’è poco da stare allegri. Si tratta, quindi, di costruire un’opposizione serrata e di monitorare con attenzione le scelte che il governo del Polo attuerà nei prossimi anni. Significa documentarsi, studiare, confrontarsi senza il paraocchi delle ideologie e stanare l’avversario politico proprio sul terreno che reclama a sé come più congeniale – la concretezza, i fatti – dimostrando volta per volta che esiste un progetto alternativo credibile.

Le elezioni ci lasciano anche altre indicazioni, prima fra tutte il tracollo a sinistra con i partiti di quest’area (Ds, Pdci, il Girasole, Prc) che dal 1996 ad oggi sono passati dal 32,2 per cento al 25,5. E’ una sinistra in coma, poche storie, che deve interrogarsi sul cammino da intraprendere nei prossimi anni per riannodare i fili del consenso perduto. E’ inutile prendersela con Bertinotti – accusato di aver fatto il gioco del centrodestra per aver presentato suoi candidati al Senato – perché la questione è di orizzonte politico e di scelte di fondo che esulano dalla contingenza elettorale. Il fatto che in Italia non esista, come in Francia e in Germania, una grande forza socialdemocratica è per esempio uno dei tanti nodi da sciogliere, come d’altronde lo stesso Bertinotti, che oggi gongola con il suo 5% dei voti, non può continuare a fare solo azioni di rottura, sebbene in parte giustificate. Come muoversi, allora ? Fra i tanti commenti letti in questi giorni ci sembra che quello di Benni – ancora lui! – sul Manifesto del 19 maggio offra spunti interessanti di riflessioni. Lo scrittore bolognese invita, in sostanza, i dirigenti di sinistra a tornare nelle città e nei paesi per discutere di “guerra e Mani pulite, di ambiente e terzo mondo, di scuola, aborto e eutanasia” e ad abbondonare i dibattiti televisivi riducendo il consumo “da quaranta al giorno a tre dopo i pasti”. Prima di duellare con l’avversario bisogna “ricominciare a essere vicini e lavorare insieme […] Se l’Italia diventerà un’azienda, creiamo dei bei dopolavori e nuovi luoghi di crumiraggio, resistenza e fratellanza”. Togliere il monopolio della discussione politica a Bruno Vespa e al suo ridicolo teatrino può rappresentare un vero atto rivoluzionario di cui si parlerà nei secoli a venire.

L’altra indicazione emersa e che a noi pare importante è la scomparsa pressoché totale delle donne dalla scena politica italiana, con pochissime candidate nelle liste e ancor meno quelle elette. La politica è ancora troppo “roba da uomini” e per le donne gli spazi si restringono sempre di più. Per certi versi è un fenomeno tutto italiano sul quale crediamo in futuro un po’ tutti dovremmo soffermarci a riflettere. Insomma, rimbocchiamoci le maniche, c’è molto da fare.

FAUSTO CAFFARELLI (redazionale)

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – giugno / luglio 2001
* titolo originario: RIMBOCCHIAMOCI LE MANICHE

I ripescaggi del Bancario /79

gennaio 1, 2000 Lascia un commento

I passaggi istituzionali di questi mesi (elezioni regionali, costituzione del governo Amato, referendum) hanno ridisegnato il panorama politico del nostro paese, facendo emergere alcune questioni su cui vale la pena soffermarsi.

La deriva della sinistra

Dopo l’esaltante stagione dell’Ulivo, forse fin troppo sopravvalutata, il centrosinistra non ne ha azzeccata più una, registrando una serie di sconfitte che hanno avuto il loro apogeo nella batosta alle regionali di aprile e nel fallimento del referendum elettorale sul quale il partito-guida dello schieramento – i Ds di Veltroni – avevano puntato più di una carta. Le ragioni della crisi sono diverse, a nostro avviso legate soprattutto all’identità della coalizione e in particolare della sua “gamba sinistra”.

Sullo sfondo ci sono i cambiamenti epocali di questi anni. La fine della lotta di classe, il trionfo del cosiddetto “pensiero unico” ovverosia l’economia messa al posto di comando e liberata da qualsiasi ostacolo di natura sociale, la competizione come unico valore, non hanno certo favorito una sinistra che veniva dalle lotte per il socialismo e il riformismo, segnate, ed è bene non dimenticarlo mai, anche da tragiche e sanguinose degenerazioni.

Ci sembra di poter sintetizzare così le due scuole di pensiero che in questi mesi hanno cercato di ragionare sulla sua crisi d’identità: 1) la sinistra cola a picco per la scarsa capacità d’innovazione, perché ha perso i contatti con i nuovi ceti produttivi (i famosi otto milioni di partite IVA, la piccola e piccolissima impresa, i padroncini), negando loro le risposte che si aspettavano 2) la sinistra perde perché insegue l’avversario sul terreno dell’accettazione acritica del mercato e delle sue logiche (privatizzazioni, deregulation, flessibilità), tradendo il proprio insediamento sociale. C’è del vero in entrambe. Che cosa vogliono questi nuovi ceti ? L’impressione è: meno regole, zero burocrazia, poche tasse, pochissimo sindacato, giustizia veloce e non troppo garantista. Alcune domande sono legittime e condivisibili, perché la lunghezza dei nostri processi o le infinite pastoie burocratiche che spesso fanno assomigliare a un incubo kafkiano il rapporto tra Stato e cittadini sono problemi reali. C’è una voglia complessiva di stare meglio e di arricchirsi: va demonizzata? No, ma non si può negare che nasconda anche egoismi diffusi e attenzione esasperata al proprio tornaconto personale, scempio di legalità in tutti i campi, chiusura totale rispetto ai problemi di chi non è altrettanto fortunato. E la sinistra che deve fare? Inseguire a tutti costi questi umori? Inseguirli comunque, pur di governare? E’ davvero questo il suo “mestiere” del futuro?

In questi anni i nostri governi hanno ottenuto risultati brillanti dal punto di vista finanziario, rimettendo ordine al dissestatissimo bilancio dello Stato e facendo entrare l’Italia nel novero dei paesi dell’Euro. Quella che è mancata, o si è vista solo in minima parte, è stata una spinta veramente riformista sulle grandi questioni sociali ed economiche, capace di creare condizioni di partenza uguali per tutti (ma non falso egualitarismo) e di fissare regole tali da contenere gli eccessi di una frenetica e cieca rincorsa all’arricchimento. Strada difficile e impervia, non c’è dubbio, che senza la pretesa di chissà quali rivoluzioni, non si accontenta di manovre di piccolo cabotaggio, non si arrocca dietro pregiudizi di sorta e oltre a sviluppare e diffondere una cultura dei diritti sa radicare anche un’etica dei doveri, che certa sinistra di oggi, quella più radicale, fatica a digerire. Significa, ad esempio, che non è vero che una scuola pubblica selettiva sia un’arma contro i deboli e i poveri, ma semmai l’esatto contrario perché quando è allo sfascio come oggi nega loro un’opportunità di riscatto sociale.

Il centro: vulcano in ebollizione

Se a sinistra si piange, al centro c’è gran movimento, voglia di emergere, di contare di più. Nuove facce compaiono all’orizzonte, D’Antoni in testa, anche se le loro intenzioni non sono ancora chiare, altre scalpitano, Mastella su tutti, e più di un commentatore parla di “nuova Democrazia Cristiana” che come un’Araba Fenice sta risorgendo dalle sue ceneri. Cattolici chiamati a raccolta? La vecchia unità politica è a nostro avviso ormai improponibile e le elezioni regionali hanno confermato la tendenza a un voto aperto a diverse opzioni. Lo scontro in Lombardia tra il rieletto presidente Formigoni e Mino Martinazzoli, ex democristiani, ma con posizioni assai distanti sul rapporto tra fede e politica, è il segno evidente che una certa stagione è ormai finita.

Alla luce di quanto detto c’è piuttosto da chiedersi se per un cristiano tutto ciò debba significare indifferenza di fronte alle diverse proposte politiche. Il rischio è di cadere in una pericolosa neutralità, attenta più a ragioni di bottega che a quelle della solidarietà e della difesa dei deboli. Ma c’è di più. E’ ora di confutare la tesi per cui in politica “cattolico” debba sempre significare “moderato”, come se non appartenesse invece al cristiano il coraggio di esprimere posizioni avanzate e di rottura, capaci di smontare le certezze assolute di una politica che spesso non sa vedere oltre il proprio naso. E’ il senso del discorso che il card.Martini ha tenuto il 6 dicembre 1999 per la festività di sant’Ambrogio, nel quale ha sottolineato, tra l’altro, che chi opera in politica ispirato dalla fede è chiamato ” a una socialità che non scollega mai la libertà dalla responsabilità verso il prossimo”

Il Cavaliere strapazza tutti

Il vincitore di questi mesi è, invece, senza ombra di alcun dubbio, Silvio Berlusconi. Piaccia o no, il Cavaliere ha saputo e sa interpretare gli umori dell’elettorato e oggi guida un partito che non è più solo il prodotto di una straordinaria operazione di marketing politico, fatto d’inni, sfondi azzurri e mani portate al cuore, ma una realtà ben radicata nel territorio attorno alla quale si coagula l’intero Polo delle Libertà (oggi ribattezzato “Casa delle Libertà”). Rimangono, tuttavia, in piedi le perplessità di sempre. L’annosa questione relativa al conflitto d’interessi tra il Berlusconi politico e il Berlusconi imprenditore televisivo, anomalia tutta italiana, non è ancora stata risolta e continua ad essere una pietra d’inciampo nel disegnare un rapporto corretto ed equilibrato tra mezzi d’informazione e democrazia. Non si può dimenticare, inoltre, che sul Cavaliere incombono ombre e sospetti, oggetto di processi e inchieste in corso (caso Telecinco, vicenda Sme-giudici romani, lodo Mondadori, acquisto del calciatore Lentini), che minano pesantemente l’autorevolezza della sua leadership, al di là dello stesso consenso popolare. Sul merito poi delle proposte politiche del centrodestra (il progetto di legge sull’immigrazione presentato alla vigilia delle elezioni regionali, la riduzione drastica delle imposte pur in presenza di un elevato debito pubblico, ecc…) persino un giornale come il Financial Times, certo non sospettabile di simpatie comuniste, ha sollevato non poche perplessità, prospettando il pericolo di una destabilizzazione economica e politica dell’Italia, nel caso in cui da quelle proposte si passasse ai fatti.

Il rifiuto della politica

E sullo sfondo di queste considerazioni, un dato emerge con grande chiarezza. Il distacco dei cittadini dalla politica è un’emorragia senza fine. Ci troviamo di fronte a un’idiosincrasia collettiva che è insofferente al teatrino dei partiti, ai ribaltoni, alle promesse non mantenute, ai proclami di un giorno. Le basse percentuali d’affluenza alle urne sono il sintomo più evidente di un malessere che colpisce indifferentemente giovani e anziani, il Nord come il Sud, ceti ricchi e fasce povere. Il primo partito italiano è ormai quello del non-voto e consola solo in parte sapere che il fenomeno dell’astensionismo non riguarda esclusivamente il nostro paese (vedi scheda). Certo l’impegno politico non passa solo attraverso il voto e i partiti – anzi, un terreno da esplorare è proprio quello delle nuove forme di partecipazione -, ma è indubbio che la democrazia non può fare a meno di certi meccanismi e l’espressione della volontà popolare è uno di questi. Elezioni primarie per la scelta dei candidati, nuovo sistema elettorale o quant’altro possono aiutare a ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, anche se rappresentano solo un inizio di soluzione. Ciò che conta, in effetti, è ritrovare da parte di tutti quegli slanci e quelle passioni che fanno della politica lo strumento indispensabile per guidare la trasformazione di una società.

SCHEDA

Alcuni politologi (per es.Ralf Dahrendorf) sostengono che il fenomeno dell’astensionismo, in molti paesi europei, ha oggi assunto una nuova dimensione. Sempre più spesso gli elettori, quando sono stufi di votare A, non votano B ma scelgono di non votare affatto e ne consegue che B vince per difetto, anche senza aver conquistato nuovi elettori. In altri termini il fenomeno dell’astensionismo riguarda soprattutto l’elettorato di un partito o di un gruppo di partiti. E’ il caso di Haider, in Austria, che si è avvantaggiato di una diserzione dalle urne pari al 10% del numero dei votanti, 10 % costituito da cittadini che in precedenza avevano votato per la coalizione formata da socialisti e popolari, o di Aznar, in Spagna che ha beneficiato dell’astensionismo in casa socialista.

FAUSTO CAFFARELLI

* mio articolo pubblicato su DIMENSIONI NUOVE – agosto 2000
* titolo originario: IL GRANDE FIASCO

I ripescaggi del Bancario /17

gennaio 1, 1999 Lascia un commento

Carissimo Bill,
come va? Ti rubo solo qualche minuto perché ho bisogno di dirti una cosa molto importante. Sai benissimo quanto ti voglio bene, che sono sempre stato più clintoniano di te, che ti ho appoggiato in momenti delicati – l’intervento nel Kosovo è lì a dimostrarlo – anche contro la volontà di una parte del mio elettorato, che ti ho difeso dalle critiche più ingiuste come la tua ragazzata con la Lewinsky e soprattutto che ho fatto il diavolo a quattro pur di farti avere la maglietta di Alex Del Piero che tanto desideravi. Ma oggi sento che le nostre strade devono dividersi e il con cuore spezzato ti dico: addio Bill. Addio, perché qui le cose si stanno mettendo davvero male per il mio partito. Abbiamo perso le elezioni europee, non amministriamo più Bologna – la città rossa per eccellenza – dove un macellaio, Giorgio Guazzaloca, ci ha fatto a fettine e il prossimo anno rischiamo di fare una brutta figura anche alle regionali.
Eppure, al mio insediamento come segretario, avevo fatto tutto per benino, anche seguendo i suggerimenti dei tuoi esperti di marketing politico: una sosta davanti alla tomba di Dossetti, l’affettuoso saluto al prof. Bobbio, un abbraccio caloroso a un vecchio partigiano emiliano e per catturare la benevolenza del popolo televisivo sarei dovuto andare a cena con la Carrà, ma la signora mi fece sapere che non aveva tempo da perdere. Continua a leggere…

I ripescaggi del Bancario /39

gennaio 1, 1997 Lascia un commento

Mariano Turigliatto, 43 anni, professore di storia e geografia, sposato, due figli, è un signore che ha provocato un putiferio politico asceso agli onori della cronaca nazionale: sindaco di Grugliasco – comune della prima cintura torinese – sino a qualche mese fa, è stato costretto a dimettersi a causa di un vero e proprio “inciucio” che ha visto uniti in fraterno abbraccio alleati e oppositori, da Rifondazione Comunista ad Alleanza Nazionale. TDF lo ha voluto incontrare non tanto per ascoltare i retroscena di questa vicenda, ma per conversare con lui su che cosa può significare oggi fare politica. Spirito da sessantottino indomito, Turigliatto ci ha lanciato degli stimoli interessanti e che crediamo utili in un’epoca come quella attuale, dove spesso la politica è ridotta a mero teatrino.

Turigliatto, i nostri lettori non la conoscono. Vuole provare a raccontarci il suo cammino di formazione politica?
Sono uno di quelli del Sessantotto. Sino al 1983 ho sfogato le mie velleità di partecipazione sostanzialmente in tre direzioni: l’attività locale – con altri ho fondato a Grugliasco l’Università della Terza Età -, l’impegno sulle tematiche del disagio e la partecipazione al direttivo nazionale della Cgil-scuola. Periodi bellissimi, ma caratterizzati anche da profonde delusioni. Nel 1983 – erano anni in cui il PCI raccoglieva a Grugliaco il 52% dei voti – si scatena la mia voglia di fare politica direttamente. Un magnifico palazzo dell’800 di proprietà comunale, la Manifattura delle Spazzole, viene raso al suolo per consentire la costruzione di un centro commerciale. M’infurio come una bestia, vado dal sindaco a protestare, ma vengo cacciato in malo modo. Capisco- comunque – che è giunto il tempo di muovermi, che non è più possibile stare alla finestra. Comincio a fare petizioni, a mordere il collo, a tallonare sui problemi concreti della città. Nel 1985 – a seguito di forti contrasti con il PCI – mi presento con una lista di Democrazia Proletaria, ottenendo un lusinghiero 5%. Divento così consigliere comunale ed affronto subito la battaglia sulle Gru (n.d.r.: centro commerciale alle porte di Torino voluto da Silvio Berlusconi). Con la scomparsa dalla scena politica di Democrazia Proletaria passo ai Verdi, anche se non ho mai preso la tessera. Alle ultime elezioni sono stato eletto sindaco con 14.000 voti di preferenza, quattromila in più rispetto alle liste che mi sostenevano.

Il suo, insomma, è stato un cammino da uomo di sinistra. Oggi, però, si dice che le categorie “destra” e “sinistra” non hanno più senso. Gli schieramenti sono trasversali, le ideologie sarebbero crollate. Secondo lei è davvero così? Si può parlare ancora di una politica della sinistra?
Fare una politica di sinistra, secondo me, vuol dire essere perpetuamente scontenti della situazione esistente, anche quando non hai ragionevoli motivi per esserlo. Chi è di sinistra vuole cambiare e vuole farlo nella direzione di rendere giusto quello che adesso continua ad essere ingiusto. Sono proprio convinto di questo. Pensiamo ad esempio alla logica dei diritti acquisiti: paradossalmente, oggi. essa è una delle basi fondanti dell’ingiustizia anche in una città come Grugliasco. Ciascuno pensa a difendere i propri e nessuno ha il coraggio di mettere in discussione se stesso e la società nel suo insieme. La destra – quando è nobile – tende invece a sedimentare dei privilegi, a favorire precisi ceti sociali, stimolando una competitività fine a se stessa e che genera sopraffazione ed ingiustizie.

E la sinistra sta andando nella direzione che lei prospetta?
La sinistra, oggi, è in crisi totale, allo sbando. Non sa offrire speranza, quella speranza che aiuta le persone a sentirsi accompagnate verso un futuro migliore. Ecco perché trionfa il particolarismo: non esiste un’idea collettiva di cambiamento ed allora ognuno pensa ad arraffare quello che può.

Vittorio Foa, figura di grande rilievo politico, ha detto: “Essere di destra significa pensare all’oggi ed a se stessi. Essere di sinistra a domani ed agli altri”. Concorda con questa definizione?
E’ giusta, ma non è completa. E’una definizione che non darei. Sono convinto che la sinistra deve essere quella roba lì che dice Foa: non mi piace però la sottolineatura sugli altri. Secondo me essere di sinistra significa pensare a se stessi, comprendendo nel contempo che soltanto con gli altri puoi mettere in moto un processo di trasformazione di cui potrai trarre beneficio personalmente.

Parliamo di legalità. E’ sufficiente non rubare per essere un buon politico?
Un buon politico è uno che ha sempre chiaro, dichiarandolo, l’obiettivo che vuole raggiungere.

E’ se per raggiungerlo bisogna utilizzare mezzi illeciti?
Ma non c’è bisogno! Lo dico con franchezza. In questi anni da sindaco nessuno, sottolineo nessuno, mi ha mai chiesto dei favori o proposto un posto di lavoro per mio figlio. Sei tu che determini il comportamento degli altri. E’ il tuo atteggiamento di trasparenza, di assoluto rispetto delle regole, che permette agli altri di operare con la stessa correttezza. Con me tutti sapevano esattamente cosa aspettarsi: abbiamo fatto un insediamento produttivo di 100.000 mq. operando unicamente sulla base di bandi pubblici, trasparenti, con punteggi assegnati. Questo modo di operare significa che tutti si sentono garantiti, oltre a godere degli inevitabili vantaggi economici perché non c’è più bisogno di “ungere le ruote”. Ecco allora che la legalità diventa importante anche dal punto di vista sostanziale.

La politica attuale sembra essere ormai sovrastata dai meccanismi economici che dettano legge e determinano le sorti del mondo. Premi un bottone, si muovono migliaia di miliardi ed una nazione può andare in tilt. E’ la fine della politica ?
In realtà sin dagli anni ’70 l’economia sta condizionando – tanto a destra quanto a sinistra – il corso della politica, che può riconquistare il primato proprio a partire dai comuni. E’ in essi che l’economia ha il suo primo impatto. Bisognerebbe allora promuovere un’azione di sviluppo, di incentivazione, ma anche di contenimento delle piccole e grandi pretese, facendo nascere una nuova filosofia nei rapporti tra queste due sfere.

Siamo alla conclusione. Vista nella stanza dei bottoni la politica è davvero brutta, sporca e cattiva?
Sì, assolutamente. Perché quando non ci sono le persone che tallonano sui problemi, quando mancano le idee forti, la lotta diventa per forza sporca. Prima di diventare sindaco pensavo il contrario e credevo fortemente nella nobiltà della politica. Ma oggi…basta guardare il modo con il quale sono stato silurato da questa alleanza trasversale che unisce un po’ tutti i partiti. Non esiste un motivo specifico, nessuno ha avuto il coraggio di dichiararlo, neanche nella lettera di dimissioni presentata dai consiglieri.

Nessuna speranza, allora?
Secondo me la politica può diventare pulita se le persone – almeno le più sensibili – iniziano a stare attente a ciò che capita attorno a loro, esercitando quanto meno l’arte del dubbio.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato su Tempi di Fraternità – novembre 1997
* titolo originario: IL SINDACO E L’ARTE DEL DUBBIO

I ripescaggi del Bancario /35

gennaio 1, 1997 Lascia un commento

Trent’anni fa, il 9 ottobre 1967, a Higueras (Bolivia), mentre organizzava il movimento di guerriglia contro il governo Barrientos, veniva ucciso in un’imboscata Ernesto Guevara de la Serna, detto Che. Jean-Paul Sartre lo ha definito “l’uomo più completo della nostra epoca”. Certo è che ci troviamo di fronte ad una figura di enorme rilievo, le cui vicende umane e storiche sono poco conosciute, anche se ciò non gli ha impedito di diventare un simbolo – suo malgrado, perché non amava molto i miti – per i giovani di tutto il mondo. Il Che è stato cittadino del mondo – ha viaggiato parecchio nella sua vita – ponendosi sempre dalla parte degli oppressi e partecipando attivamente alle loro lotte di affrancamento. Un uomo libero, dunque, un “cane sciolto” diremmo oggi, refrattario a strutture e partiti – anche quelli amici – che non a caso ne decretarono la morte.E quando si parla del Che si finisce diritti a Cuba. Nel 1959 – insieme con Fidel Castro ed altri fuoriusciti – dopo tre anni di guerriglia, Ernesto Guevara pone fine alla dittatura di F. Batista, fantoccio in mano agli statunitensi che sull’isola avevano sempre esercitato una sorta di protettorato. È l’inizio di un percorso che si rivelerà affascinante, ma anche carico di grandi contraddizioni. Per la prima volta, in un paese dell’ America latina, il comunismo sale al potere nel tentativo di dimostrare la validità del proprio progetto politico. L’isola diventa così una tappa obbligata per chi ha deciso di non chinare il capo di fronte alle ferree leggi del capitalismo.Quest’estate i giornali italiani si sono occupati molto di Cuba, meta tra le preferite del turismo nostrano. Gli articoli si sono dilungati sugli aspetti di colore – si sa, in estate (e ormai anche nel resto dell’ anno) i lettori non vanno stancati con pesanti inchieste – e l’isola caraibica è stata presentata essenzialmente come paradiso del sesso facile e a basso costo. Dai nostri aeroporti – direzione l’Avana o Varadero (soprannominata la Rimini cubana) – partono ormai con cadenza regolare charters carichi di vecchi cumenda brianzoli e di giovani rampolli della piccola- media borghesia veneta, la cui unica fame di conoscenza si è ridotta ad essere quella cosiddetta “biblica”. I problemi e le ricchezze di Cuba, la sua storia, il Che, le tradizioni ed i costumi di un popolo in perenne stato d’emergenza rimangono sullo sfondo, a conferma che un certo tipo di turismo è ormai divenuto una nuova forma di sfruttamento coloniale. Il fenomeno della prostituzione è innegabile. Sono tante le ragazze, conosciute come jineteras (letteralmente: cavalcatrici), che si concedono ai turisti in cambio di una cena e di una serata in discoteca, ma è evidente che quest’offerta incontra un mercato della domanda in piena espansione. Un noto intellettuale cubano (1), che ha chiesto di rimanere anonimo, si è espresso così: « Chi viene da noi per andare con le jineteras è un po’ come chi va a fare una gita in un parco e getta le cartacce dietro i cespugli: inquina. E l’inquinamento culturale è un vero e proprio delitto». Cuba, per fortuna, è ben altro. Alcuni indicatori economico-sociali rappresentano una precisa cartina tornasole dei risultati raggiunti dal governo di Castro, soprattutto rispetto al quadro desolante degli altri paesi in via di sviluppo. Cuba è tra le 20 nazioni al mondo con il minor tasso di mortalità infantile (2) (8 decessi ogni 1000 nascite; in Italia siamo a quota 7, in Bolivia 73, in Gambia 132); la speranza di vita (3) è di 75,3 anni (Stati Uniti 76, Italia 77,6, Zambia 48,6); il tasso di alfabetizzazione (4) è del 95,2% (Stati Uniti 99, Italia 97,4, Perù 87,8); c’è un medico ogni270 pazienti (in Italia uno ogni 228).

Il 1° gennaio 1990, a seguito della caduta dei regimi dell’Est europeo, in particolare l’Unione Sovietica, di cui era partner privilegiato, per Cuba è cominciato però il cosiddetto Periodo Speciale, caratterizzato da forte austerità economica e razionamento alimentare. La crisi ha messo in evidenza la debolezza dell’apparato produttivo statale ed il governo ha dovuto concedere forti aperture all’iniziativa privata; è nato il lavoro autonomo (i cuentopropistas), gran parte del turismo viene gestito da società miste con capitale straniero – soprattutto canadese, messicano e dei paesi della Cee -, sono sorti numerosi ristoranti (paladares) in case di privati e da essi gestiti direttamente. Sull’isola, inoltre, grava l’embargo statunitense. Attraverso le leggi Torricelli ed Helms-Burton – quest’ultima approvata dal Congresso nel 1996 e che prevede sanzioni commerciali contro le società straniere che intrattengono rapporti commerciali con Cuba – le amministrazioni politiche, sia democratiche sia repubblicane, che si sono succedute negli ultimi quarant’anni hanno sempre tentato di affossare il regime castrista, accusandolo di continue violazioni dei diritti umani. Questo almeno nelle intenzioni perché, in effetti, 1’embargo – pur con le sue conseguenze pesanti – ha permesso a Cuba di raccogliere la solidarietà di molti paesi oltre a rafforzare l’unità nazionale. L’ostinazione con la quale gli americani perseguono quest’obiettivo lascia alquanto perplessi. D’accordo che lo spauracchio del comunismo è una delle loro ossessioni preferite, ma il tutto stride con la politica assai più lassista e compromissoria esercitata nei confronti di regimi dittatoriali quali – ieri – il Cile di Pinochet o il Nicaragua di Somoza, e oggi l’Arabia Saudita. Il cammino di Cuba verso una democrazia compiuta è comunque ancora molto lungo. La presenza di un partito unico, anche se motivata da ragioni di carattere storico, non permette certo quella dialettica politica così essenziale per la crescita civile di un paese. Il rapporto annuale 1997 di Amnesty International, che documenta le violazioni dei diritti umani, per quanto riguarda Cuba – ricordando comunque che in esso compaiono 151 paesi compresi gli Stati Uniti – parla di 600 prigionieri di coscienza e diverse centinaia di prigionieri politici attualmente detenuti. È questa l’obiezione di fondo che solleviamo alla politica castrista: l’assenza o peggio ancora la repressione  di voci “fuori dal coro”, che non bastano a fare la democrazia – che è anche tutela dei diritti sociali – ma certo rappresentano un pilastro insostituibile. La rivoluzione dei barbudos sembra così segnare il passo, in un mondo in perenne trasformazione e che chiede massima elasticità ai cambiamenti.

Come resistere alla piovra del liberismo ad oltranza e portare avanti un progetto, che pur con i suoi limiti ed errori, ha permesso a questa piccola isola di 11 milioni di abitanti di raggiungere risultati economico-sociali insperati? Giulio Girardi, ex-salesiano e profondo conoscitore dei problemi terzomondiali, rintraccia la coesistenza nell’attuale situazione cubana «di una dialettica interna tra due concezioni del socialismo; una umanista e popolare, l’altra economicista ed autoritaria»(5): se dovesse prevalere la seconda ciò significherebbe – probabilmente – l’affossamento definitivo della rivoluzione. Ma anche in caso contrario il destino dei cubani non appare tra i più rosei, perché la sfida contro la logica del capitale è tutta in salita. È difficile definire delle vie d’uscita.

Nel gennaio del 1990 una commissione del Parlamento italiano si recò a Cuba ed incontrò Fidel Castro. Quel gruppo era guidato dagli on. Adriana Lodi (Pds) e Bartolo Ciccardini (Dc) che successivamente sottoscrissero – insieme con personaggi del calibro di Federico Fellini, Vittorio Gassman e Gillo Pontecorvo – una lettera aperta ai presidenti Bush e Castro affinché ponessero fine ad una guerra fredda ormai troppo lunga, il primo sbloccando l’iniquo embargo economico, il secondo aprendo più spazi di democrazia all’interno del suo paese. Un appello al buon senso, dunque, che certo non sortì gli effetti sperati. E se Cuba diventasse invece una sorta di  “laboratorio” sociale – sotto la tutela magari della nascente Unione Europea dove si respirano segnali di opposizione al famigerato “pensiero unico” – nel quale consolidare i risultati raggiunti in campo sociale, scientifico e sanitario, sperimentando nuove vie economiche in alternativa a quelle che ormai dominano incontrastate in tutto il mondo? Proposta di difficile attuazione, ai limiti dell’utopia, ma siamo degli inguaribili nostalgici e per una volta ci piacerebbe davvero che la fantasia andasse al potere.

NOTE
(1). Airone, supplemento al n. 193, 1997.
(2). Ibidem.
(3). Stato del Mondo 1997, Il Saggiatore, Milano 1997.
(4). Ibidem.
(5). Internazionale, n. 181, maggio 1997.

FAUSTO CAFFARELLI

* articolo pubblicato sul Foglio di Torino  – ottobre 1997
* titolo originario: APPUNTI SU CUBA

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